Narrativa italiana Racconti Il mare non bagna Napoli
 

Il mare non bagna Napoli Il mare non bagna Napoli

Il mare non bagna Napoli

Letteratura italiana

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"Il mare non bagna Napoli" è - sottolinea Pietro Citati nella prefazione - una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana. Anna Maria Ortese attraversa l'Ade posando sulle cose e le figure degli sguardi allucinati e dolcissimi: tremendi a forza di essere dolci; che colgono e uccidono per sempre il brulichio della vita. Nei racconti compresi nella prima parte del libro, questi sguardi penetrano nel cuore dei personaggi: ne rendono la musica e il tempo interiore, come molti anni prima aveva fatto Cechov".



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Il mare non bagna Napoli 2020-11-11 17:34:07 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    11 Novembre, 2020
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Terra emersa

Questo è un testo datato, breve per i canoni odierni ma non per quelli dell’epoca della sua prima pubblicazione, redatto in un parlato, uno stile di scrittura adatto ai suoi tempi, ma che conserva ancora adesso una compiuta piacevolezza, comprensibilità e fluidità di lettura.
È un testo semplice, agevole, accessibile ad ogni lettore, un vero pezzo di bravura per la scorrevolezza delle pagine, ed insieme un caposaldo di cultura, una perla del neorealismo.
Tratta di un argomento ancora oggi drammaticamente attuale: la disparità economica, politica e sociale dannosa a tutti, la miseria e l’arretratezza prima culturale, e poi anche materiale, di ben precisa realtà territoriali: Napoli, nello specifico, e tutto il nostro sud con lei, ma il discorso è profetico e lungimirante, si applica benissimo oggi a tutti i sud del mondo, con le problematiche annesse a arretratezza economica e culturale, e quindi migranti e profughi a forza.
La prima, e subito fortunata, edizione, risale ad oltre mezzo secolo or sono, mantiene tuttora il proprio segno distintivo, è un testo intenso e dolente, lancinante e vigoroso, eppure fortemente suggestivo e ammaliante, oserei dire un’icona amara della serie “vedi Napoli e poi muori”.
Scritto da una autrice notissima, con all’attivo importanti premi letterari, che napoletana non è, anche se con Napoli ha intessuto e mantenuto fino alla fine affetto, vincoli e legami, ma ciò malgrado ha saputo descrivere, come pochi altri, nei singoli racconti che compongono l’opera, la città e la sua essenza.
Soprattutto ha espresso minuziosamente l’orrido ed il bello, l’inferno ed il paradiso, il substrato esistenziale intimo di quella particolare specie umana, eterea e corporea insieme, rappresentata dal suo popolo, si badi il suo popolo, non i suoi abitanti, è una realtà ben diversa con caratteristiche peculiari quella di coloro che vi nascono e la vivono con piena napoletanità.
Quello che l’autrice descrive, è la miseria e la povertà di Napoli nell’immediato secondo dopoguerra, il degrado dei quartieri, e la ristrettezza del vivere dei suoi abitanti, costretti in spazi angusti che non sono solo fisici e di ambienti, ma carenti di civiltà, cultura, modernità, prospettive e sviluppi, mai per propria colpa, anche se la consuetudine sofferta muta presto in noncuranza, che è qui una forma di difesa più che di rassegnazione.
Un libro che è anche, se non soprattutto, un preciso atto di accusa, non a caso il racconto iniziale parla di miopia, anzi peggio, di cecità, perché ciechi, o meglio ancora indolenti, pronti a volgere altrove lo sguardo sono in tanti, pubbliche istituzioni in primis, fino via via a scendere per coinvolgere colpevolmente anche gli stessi abitanti e gli intellettuali che dovrebbero invece educare e stimolare il popolo a scrollarsi di dosso una volta per sempre stereotipi, false credenze e depauperamenti di ogni genere.
Un libro amaro e di denuncia alla Eduardo, solo che il grande commediografo napoletano esternava il malessere e l’iniquità dei suoi natali con un riso amaro, la Ortese offre solo un vissuto reale quanto amaro, senza alcun riso.
Serve indossare un paio di lenti, di quelle buone, che non solo ingrandiscono, ma restituiscono una visione accurata nei particolari, senza ombre, opacità, sfumature, per captare la sofferenza e il disagio sociale, una realtà ben diversa da come tanta iconografia l’ha sempre riportata, quella con il sole, il mare la pizza e i mandolini, e chi ha avuto bene, gli altri si arrangiano benissimo: una menzogna colossale.
Tutto il libro riporta l’effettivo stato della città, un’esistenza vissuta con difficoltà e dolore, una condizione indecorosa inaccettabile in un qualsiasi moderno contesto civile.
Anna Maria Ortese si specchia nella città, non è la sua ma senza difficoltà si rivede in essa, lo specchio rimanda specularmente la propria anima lacerata da lutti e tragedie personali, ma non solo, come quella la scrittrice come farebbe chiunque altro prova a riprendersi, a rialzarsi, a far buon viso a cattivo gioco, ma invano, sono tanti, troppi, quasi perenni i giochi che non vanno a buon fine, anche se con forza d’animo encomiabile si ostina non per cieco ottimismo ma per logica, benché sofferta, e costruttiva accettazione, a rivedere le cose con “occhiali nuovi”.
Anche se gli stessi, semplici e di poco prezzo, sono ricevuti in dono, perché inaccessibili a chi non ne ha i mezzi, ma un dono forzato, fatto calare dall’alto da chi può, che costretto giocoforza a concederlo lo fa pesare al destinatario, umiliando e instillando insicurezza e sensi di colpa, e perciò presto inconsapevolmente bistrattati, malridotti e tenuti insieme da nastro adesivo.
Comunque, apprezzati e ben accetti, a capo chino e vergognoso rossore in volto, ma con sincera riconoscenza, sempre gli ultimi e gli umili di cuore provano gratitudine imperitura anche per un minimo di attenzione, e incredibilmente ritrovano il sorriso.
Non covano acredine, ma si sentono in obbligo, non si macerano nel livore del beneficiato, non criticano l’alterigia altrui, ma ne ravvisano cocciutamente pregi pur se inesistenti, sentendosi invece essi stessi immeritevoli di tanta dedizione.
Un simile atteggiamento, un farsi bastare una lieve brezza per intendere primavera, è spesso scambiata per ignoranza e relativa supponenza, inoperosità, indolenza, sembra che basti una giornata di sole o il mare azzurrissimo che abbraccia la città, perché sia tutto a posto, un lieto vivere che non necessita d’altro.
Meno che mai di strutture pedagogiche, sociali, laboriose e produttive, ritenute superflue.
Niente di più errato: Anna Maria Ortese sa che ben altra è la realtà, il mare non bagna Napoli, non l’ha mai lambita, è un falso storico e geografico. Diffuso ad arte.
Vedere il mare da Posillipo con un paio di occhiali non permette di vedere solo il bello che appare, ma anche quello che prima non appariva, e che troppo spesso soverchia il bello.
La verità ha spesso molte facce e visioni distorte, ma esistono lenti progressive, bifocali, accomodanti che ricompongono l’immagine nella sua interezza, senza omettere alcun pixel.
Quella città e la sua umanità sono piuttosto una terra emersa da un pelago, un’acqua profonda di sopraffazione, di ingiustizie e angherie, di vessazioni e soverchierie.
Partenope e i partenopei quelle acque provano a scrollarsi di dosso quotidianamente, a fatica, sempre restano le vesti impregnate dall’umido, ma non desistono, si ostinano ad asciugarsi al sole, in mancanza di altro, anche quando il sole non c’è, al limite se lo inventano, se lo disegnano con tratti lievi, accettano con leggerezza anche macigni pesanti, perché la loro indole è questa, ciò che ferisce insegna, magari insegna solo ad accelerare la cicatrizzazione delle ferite per passare ad altro, ma è già tanto, spesso è tutto.
Sono un esempio mirabile e cristallino di resilenza, resistono da sempre agli urti violenti, prepotenti, iniqui, derivanti da secoli di invasioni, occupazioni, usurpazioni, dominazioni e sfruttamento delle genti e del territorio. Anche da colori che stranieri e forestieri non sono, anche dai nativi, paradossalmente finanche dai nativi detentori e gestori della cultura locale, pertanto insigniti di una specifica opportunità di diffusione e crescita morale indispensabile requisito propedeutico a quella materiale, che invece ricadono anche loro nello scetticismo dei luoghi comuni.
Tutto quanto appena detto è platealmente edotto da subito già nel primo dei racconti del volume, appunto "Un paio di occhiali", protesi indispensabili per la vita della piccola protagonista, eppure un ostacolo tanto semplice quanto a prima vista insormontabile che si frappone al normale processo di crescita e maturazione della bambina, quasi fosse una piccola aliena al comune vivere civile.
Sulla stessa falsariga, i difficili rapporti interpersonali allorché mediati da assurde difficoltà solo in apparenza insormontabili sono l’argomento di "Interno familiare".
Seguono poi "Oro a Forcella": dove può un diseredato procurarsi una somma per quanto misera, se la sua unica ricchezza sono i ricordi? Poiché per un senza mezzi, i pochi miseri gioielli, le uniche ricchezze possedute altro non sono che ricordi, non gingilli di ostentazioni ma straordinario memento degli unici, memorabili momenti di quiete dell’esistenza, una nascita, un battesimo, ecc.
Sono solo miseri ricordi, per quanto ori di bassa lega, e questi, e solo questi, si può solo immaginare con quale strazio, si possono portare, per soddisfare bisogni primari, necessità elementari, ad impegnare presso il Monte dei Pegni del “Banco di Napoli” in via San Biagio dei Librai, una nota via del centro storico.
Talora, ci si sistema in fila anche senza ricordi, ma con presunti tali: la disperazione ha molte storie da proporre, se non reali, significative. Consuetudinarie per tanto tempo.
Ancora, la scrittrice si divulga nel "La città involontaria" fra i senzatetto, divenuti tali a seguito delle disastrose conseguenze belliche, e non solo, la città infatti per sua sfortuna era un obiettivo militare strategico proprio a causa della sua dislocazione geografica e del suo mare tanto decantato, e quindi bersaglio dedicato di lutti e distruzioni belliche, della serie ”il cane morde sempre il povero disgraziato”. Anche nell’approntare i piani urbanistici con esclusione dei miseri.
Infine, nell’ultimo racconto, "Il silenzio della ragione", a sua volta ripartito in tre capitoli («Storia del funzionario Luigi»; «Chiaia morta e inquieta»; «Il ragazzo di Monte di Dio») Anna Maria Ortese sembra chiedersi, date che le uniche armi adatte alla rivalutazione del sociale sono la scuola e l’educazione, volti a debellare l’ignoranza e proporre alternative qualitative di vita, quale sia il ruolo e la responsabilità della cultura e dell’intellighenzia locale.
La chiama specificamente in causa con tanto di nome e cognome, perché in qualche modo possa intervenire a risollevare i destini della città e dei suoi abitanti, citando espressamente sé stessa e i suoi più noti colleghi dell’epoca.
Artisti e scrittori nativi campani o comunque coinvolti ed interessati, quali ricordiamo ad esempio Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, anche Vasco Pratolini, quest'ultimo non napoletano ma a quel tempo residente a Napoli.
Mal gliene incolse, però: “Nemo profeta in patria”; ne seguirono polemiche, discussioni, critiche ferocissime, quasi che i chiamati in causa fossero stati colpevolizzati, tacciati di inservibilità pratica, se non di ignavia, indolenza, noncuranza che costrinsero la Ortese ad un volontario esilio dalla città tanto amata. Anche qui, in un certo senso, accostabile a Eduardo.
De Filippo, si racconta, una volta, in un momento di sconforto, si lasciò sfuggire un invito ai giovani: “Da Napoli, fuitavenne”, che vuol dire andatevene da Napoli.
Intendeva però raccomandare di uscire oltre i confini partenopei, certamente, ma per formarsi e prepararsi, e poi ritornare preparati e rilanciare i valori umani natali, unici e mirabili, mortificati dalle avversità materiali.
Un invito ad una fuga dei cervelli ante litteram, però con tanto di biglietto di ritorno.
Anna Maria ortese, però, non ritornò più.
Peccato, conosceva bene città, abitanti, sentimenti. E sapeva scriverne.

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Eduardo, Marotta, Matilde Serao, Luciano De Crescenzo...e a chi conosce davvero Napoli, la napoletanità, i napoletani.
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Il mare non bagna Napoli 2020-03-29 08:59:46 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    29 Marzo, 2020
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Il mare non bagna niente

Ecco, questo è uno dei casi in cui faccio fatica a reprimere la mia soggettività. Sì, perché non ho affatto amato quest'opera di Anna Maria Ortese.
Ma andiamo con ordine.
"Il mare non bagna Napoli" è una raccolta di cinque racconti, di cui quelli veramente godibili sono i primi due: interessanti quadri di una Napoli popolare e un po' disagiata, attaccata a tradizioni e consuetudini, e in certi tratti anche un pò squallida e ignorante. Non c’è in effetti da stupirsi se poi l’autrice sia stata malvista non tanto dal popolo, quanto dai rappresentanti politici napoletani, tanto da non poter reggere psicologicamente a un ritorno nella sua terra natia, come lei stessa specifica nell’introduzione. Lo squallore del contesto napoletano di quell’epoca è reso particolarmente vivido nel quarto racconto: drammatico testimone d'una realtà spaventosa, ma dove già si intravedono le lungaggini descrittive snervanti che poi troveranno l'apoteosi nell'ultimo racconto, che è davvero tra le cose più tediose e sconclusionate che abbia mai letto e che occupa ben metà del libro compromettendone, a mio parere , quanto di buono è stato fatto soprattutto nei primi due racconti.
Nella seconda parte infatti, "Il mare non bagna Napoli" si trasforma in non so bene cosa; qualcosa a metà tra il saggio e il racconto narrativo, che pare abbia finalità di critica verso gli intellettuali napoletani dell'epoca. Il lettore è tuttavia stordito dalla quantità sproporzionata di informazioni: un viaggio in tram in cui l’autrice descrive nei minimi dettagli tutto quel che succede, quel che c'è al lato destro della strada, al sinistro, a sud-est e nord-ovest; a tavola si descrive chi è seduto nello spigolo destro che ha un angolo di novanta gradi e chi allo spigolo sinistro, di angolo ottantotto per chissà quale forza soprannaturale; si fanno nomi su nomi... snervante, davvero. Ciliegina sulla torta: lo stile composto da frasi lunghissime, piene di virgole e in cui i punti sono merce rara. Niente contro questo tipo di scrittura: anzi, se correttamente maneggiata può essere uno strumento potentissimo; ma per come la vedo io non è questo il caso.
Non prendete le mie parole per oro colato, ma la mia opinione è che possa valere la pena leggere solo metà di questo libro. Lo ammetto, stavolta non ho davvero potuto evitare di inquinare il mio commento con un po' di soggettività. Ma certe volte, ragazzi, davvero non ce la faccio.

“Lei, mai aveva parlato così, nel suo linguaggio c’erano entrate e uscite, o, al più, interessanti osservazioni sulla moda di quest’anno. Perciò, meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno, e ora stava per declinare, smise di passeggiare, guardandosi intorno con aria stupita.”

P.S. Questa citazione è presa dal secondo racconto, molto bello, che mi aveva fatto ben presagire. In effetti, i primi due racconti sono l’unico motivo per cui il mio voto non è una stroncatura completa. Davvero un peccato la deriva in cui si cade in seguito.

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Il mare non bagna Napoli 2018-07-29 19:34:50 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    29 Luglio, 2018
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Napoli

"Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale."
I racconti veri e propri Un paio di occhiali e interno famigliare sono bellissimi. Nel primo la realtà dura della miseria e della bruttezza arriva tutta insieme di colpo attraverso le lenti degli occhiali d'oro della bambina. La descrizione è bellissima. Ma è molto bello anche interno famigliare e la protagonista, una brava donna matura, che sogna una vita affettiva che però taglierebbe le gambe alla famiglia che mantiene. Veramente belli, pieni di sensibilità di colore e di calore umano. I dialoghi napoletani sono bellissimi, le pagine sembrano avere vita propria. Seguono dei racconti scritti in prima persona, più giornalistici, che portano il lettore in giro per Napoli e per l'ambiente letterario di Napoli che a me sono piaciuti meno e che non credo di avere capito a fondo. La Ortese vuole far emergere il volto di Napoli attraverso quello schivo, dimesso (Luigi) o sfacciato (Rea) dei suoi diversi autori. Alcuni giudizi letterari emergono abbastanza affilati tra le pagine.

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