Il quartiere Il quartiere

Il quartiere

Letteratura italiana

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La guerra, la Resistenza, la miseria - il quotidiano di un'Italia stremata. Nel 1944 Pratolini fa confluire tutto questo in un corale romanzo di formazione ambientato nella sua Santa Croce. Le storie di un gruppo di amici si dipanano su un arco temporale che dagli anni del regime arriva allo scoppio della guerra. I ragazzi crescono, si allontanano, ma ciascuno porta con sé l'eredità del quartiere: la fede nell'uomo e nel valore della solidarietà.

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Il quartiere 2019-02-10 08:36:21 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    10 Febbraio, 2019
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Il rifugio

Il romanzo è ambientato in un quartiere di Firenze durante gli anni Trenta, con protagonisti alcuni ragazzi che vivono la loro adolescenza con gli entusiasmi e le paure tipiche dell’età; sono anni caratterizzati dal regime fascista che culmineranno nella tragedia della guerra. Palcoscenico della storia è un quartiere proletario, una sorta di rifugio, di tana, in cui i giovani trovano la ragion d’essere e avvertono, nonostante tutto, una protezione offerta da vincoli di amicizia e di solidarietà. Il Quartiere non è solo un agglomerato di case, di vie e di piazzette, è la gente che vi abita, accomunata da un unico status economico e sociale che in fondo la porta ad accettarsi, pur con tutti i suoi difetti, bilanciati da un pregio di umana comprensione. A prima vista potrebbe sembrare un ghetto, ma non lo è, poiché chi vi sta può anche essere libero di andarsene, anche se poi finisce per accorgersi che il mondo dall’altra parte non è il mondo per il quale si è fatti e allora è meglio pensare come Giorgio, uno dei personaggi, più maturo della sua età, che dice: “Insomma, a me pare che occorra resistere nella propria casa, nel proprio Quartiere, aiutare ed essere aiutati a migliorarci fra la nostra gente. Se si stesse ciascuno al proprio posto, che è sempre il posto che ciascuno conosce meglio, si sarebbe meno complicati." Queste parole potrebbero sembrare espresse da uno che non vuole uscire dalla sua condizione, più un conservatore che un rivoluzionario, ma sono di una saggezza antica, di chi è consapevole che la lunga evoluzione, con la ricerca di un accrescimento della propria dignità sociale, non può prescindere dal tenersi legati alle radici, a pena di stravolgere la propria vita. Nel perdere il senso di appartenenza al quartiere si perde anche la propria identità, si rompono quelle catene di amicizia che alla fine sopravvivono a tutto, anche al progetto di abbattere le vecchie e fatiscenti case per dare vita a un quartiere nuovo.
Il Quartiere è un romanzo non certo facile, ma al termine della lettura ci si accorgerà di quanto sia bello.

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Il quartiere 2017-06-17 14:25:29 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    17 Giugno, 2017
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C'era una volta Santa Croce

La fine del mondo che i personaggi del romanzo conoscevano giunge all’improvviso: in parallelo al passaggio dall’età adolescenziale a quella adultà si realizza la rivoluzione urbanistica del loro Quartiere (scritto sempre con la maiuscola) voluta dal regime fascista. Non era un universo facile il loro, contraddistinto sovente dalla miseria e dal lavoro duro pagato troppo poco, eppure percorso da una vicinanza sociale ed emotiva che faceva del quartiere di Santa Croce quasi un paese all’interno della città: quella che oggi chiameremmo, con orribile anglicismo, ‘gentrificazione’ compromette l’anima popolare (costretta a spingersi in periferia) obbligando molti ad abbandonare le proprie case e le proprie vie. La descrizione della vita quotidiana – le botteghe artigiane, le osterie in cui bere un bicchiere di troppo, le chiacchiere serali seduti davanti agli usci – risultano particolarmente vivaci, ma Pratolini non si fa mancare inquadrature più allargate che, magari partendo da una finestra aperta, colgono in un solo colpo d’occhio i tetti del Quartiere. Se questo è, sin dal titolo, il protagonista, altrettanto importanti sono i ragazzi e le ragazze le cui vicende si intrecciano in questi svelti capitoli: i primi amori che scompongono e ricompongono le coppie, le famiglie più o meno difficili, la maturità che arriva troppo presto, il desiderio di adattarsi che si scontra con l’aspirazione al riscatto sociale e politico sono solo alcuni dei temi affrontati nel racconto in prima persona di Valerio, primus inter pares nella cui fisionomia si può intravedere il profilo dello scrittore. Il libro è infatti ambientato negli anni Trenta e il l’autore è perciò solo di pochi anni più vecchio delle figure che va narrando in quella che è una delle sue primissime opere, il che spiega la presenza di passaggi e situazioni un po’ acerbi. Fra queste pagine, ci sono già i germi che germoglieranno in frutti più maturi, dalla capacità di ricostruire in modo vivido la propria città al partecipato studio delle psicologie dei personaggi senza comunque riuscire a evitare qualche scivolata nella banalità o nel melodramma. Se da una parte la figura di Giorgio, socialista proiettato al sol dell’avvenire, ma anche profondo difensore dell’anima del quartiere risulta alla fine monolitica nel suo non presentare angoli bui, la storia che unisce la solitudine esistenziale di Marisa e la rabbia dell’orfano di guerra Carlo perde quota quando si avvicina alla sua tragica conclusione. Sono in ogni caso difetti minori di un lavoro che ha il pregio di immergere il lettore in un momento storico e in un modo di intendere l’esistenza che paiono remoti e invece ci sono lontani solo pochi decenni. Proprio al modo di pensare è però addebitabile, l’unica, macroscopica pecca: la rappresentazione ai limiti dell’omofobia dell’esperienza di vita che Gino compie cercando di uscire dal guscio protettivo, ma al contempo soffocante del Quartiere.

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Il quartiere 2016-09-20 13:00:10 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    20 Settembre, 2016
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Giovinezze.

Firenze, anni ’30. “Il Quartiere” non è certo un luogo dove sfarzo e lusso regnano sovrani, eppure, per i protagonisti di questa storia è “la casa”, la località dove risiedono gli affetti, la consuetudine, i dogmi della vita di strada, i principi di onestà e rettitudine di tempi dettati e scanditi da una diversa concezione della quotidianità.
Valerio, Giorgio, Carlo, Arrigo, Gino, Berto, Maria, Marisa, Olga, Argia e Luciana, sono le voci corali che abitano le pagine dell’opera di un Pratolini ancora lontano dai cenni biografici che abbiamo conosciuto in successivi elaborati quali “Cronaca Familiare”. E così, tra Via Laura, Santa Croce, San Frediano e tutte le altre aree principali della città, prende campo uno scritto che può simbolicamente dividersi in due fasi; una prima all’interno della quale il lettore viene a conoscenza delle realtà di ogni personaggio, ancora poco più che adolescente ed il cui giungere all’età adulta è segnato del passare dal pantalone sopra le ginocchia a quello fino alle caviglie, sino all’avvicendarsi dei primi amori e delle prime delusioni, intervallandosi per quel bisogno incessante di non perdersi nonostante gli avvenimenti a cui fattori esterni – quali l’avvento del Fascimo – e perdizioni interne – quali il farsi corrodere dall’invidia – sottopongono il gruppo, ed una seconda ove la Guerra, con il suo arrivo, muta nuovamente le carte, portando scompiglio, cambiamento.
Due fasi dunque, che nel loro essere segnano il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. E’ una società fondata sul lavoro e sull’onestà morale quella che è descritta dall’autore, una realtà in cui con una scazzottata tutto poteva essere risolto purché si parlasse, ci si confrontasse, si desiderasse il chiarimento. Si parla di amicizia vera, nata tra la povertà, coltivata nella solidarietà di un Quartiere che può forse offrire poco economicamente, ma molto dal punto di vista della solidarietà. Ed anche quando giunge il momento del risanamento dei luoghi della crescita, esso non si sgretola, in pochissimi decidono di trasferirsi nelle periferie, la maggior parte si ammassa nelle case non colpite dal procedimento amministrativo pur di non abbandonare quei luoghi.
E’ uno scritto altresì caratterizzato da malinconia, sensazione suscitata dalla consapevolezza di una ruota, spesso immutabile, che gira tornando sempre al suo punto d’origine, ma anche per il ricordo, per noi nuove generazioni, di un tempo in cui i valori erano diversi, dove la società era più semplice, dove ci si accontentava di poco ma quel poco era il tutto.
Stilisticamente parlando Pratolini non delude, anzi, è capace con la sua penna erudita di toccare l’anima di chi legge, di accompagnarlo nello scorrere delle pagine con grazia e dovizia rievocando altresì immagini di una Firenze in piena evoluzione. Semplicemente, da leggere.

«E veramente siamo diversi. Coi ginocchi coperti o gli alti tacchi di donna, pensiamo di affrontare il mondo via via che il cuore si gonfia dentro il petto, e negargli lo sfogo ci sembra un dovere. Diventare grandi crediamo sia questo soffrire in silenzio, parlare per allusioni o fare gesti che abbiamo visto fare, mischiare veleno e miele dentro al cuore. [..] Eppure possiamo leggerci dentro il cuore l’uno con l’altro, seguirci in ogni strada o piazza e fra le mura delle nostre case di Quartiere. I nostri sogni sono stati così uguali che per formare diverse le nostre storie abbiamo dovuto dividerci le occasioni, come da fanciulli si prendeva ciascuno una qualità diversa di gelato per assaggiarle tutte. Ma ora abbiamo i tacchi alti e le ginocchia coperte; e una finzione negli occhi se ci guardiamo. Ma basta che uno di noi volti un angolo di strada o salga una rampa di scale, perché gli altri possano seguirlo in ogni gesto, come in uno specchio. Ce ne siamo dette le ragioni di un giorno lontano con pugni e abbracci, muco sotto il naso: non c’è nulla che possa sfuggirci nell’affetto che ci lega. Lasciate che la finzione ci squassi, o la vita, col cuore che si fa grosso e noi lo comprimiamo. Un giorno saremo ancora tutti assieme, seppure coi corpi consumati da contatti estranei. Ma i nostri corpi sono abituati a dormire su un materasso di foglie, a soffrire di geloni, si sono nutriti di cavolo e di lampredotto, come volete che ci faccia paura ritrovarci un po’ diversi in viso? Credete che non ci riconosceremmo?»

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