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Il quartiere
 
Il quartiere 2019-07-26 15:24:52 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    26 Luglio, 2019
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Un'isola in un fiume che scorre

Strade che puzzano di concia e di stallaggio. Famiglie che cercano di tirare avanti con stipendi di venti lire al giorno. Panni alle finestre. Bambini che giocano con le biglie di terracotta sul gradino della casa di tolleranza. Padri che indugiano presso l'osteria. Siamo nella Firenze degli anni Trenta, nel quartiere Santa Croce, una sorta di piccola repubblica nel centro della città. Gente comune, che porta la povertà con orgoglio, a cui basta un piccolo gesto per scatenare odio o amore, rabbia o tenerezza, speranza o sconforto. Un'isola in un fiume che scorre, creature che per uscire dalle loro strade, dalle loro piazze, si preparano come se dovessero fare un viaggio dall'altra parte della Terra. "Ma entrate nelle nostre case, nell’anno di grazia 1932, dopo tanta letteratura che se n’è fatta; vestite i nostri panni; ingoiate la miseria che ci assiste notte e giorno, e ci brucia come un lento fuoco o la tisi. Resistiamo da secoli, intatti e schivi. Un uomo cade, una donna precipita, ma erano secoli che resistevano, eternità che stavano in piedi con la forza della disperazione di una speranza – e questa gli è venuta meno dentro il cuore tutto a un tratto. Noi non abbiamo scampo alle nostre debolezze; o si sta in piedi aggrappati disperatamente ai nostri cenci, alla nostra zuppa di cavolo, o lunghi distesi nella mota, irreparabilmente. Non abbiamo armi da usare contro qualcuno: non siamo stati noi a dettare le Leggi che ci governano. Siamo gente difesa soltanto dall’inerzia". In questo contesto conosciamo un gruppo di amici legati da un sodalizio fortissimo, impegnati in uno dei passaggi più impegnativi ed importanti dell'esistenza di ogni uomo: quello dall'adolescenza all'età adulta. Un passaggio che significa abbandonare i giochi per cominciare a lavorare, cambiare i calzoni corti con quelli lunghi, quasi sempre quelli smessi dal papà, guardare le ragazze che fino al giorno prima si consideravano come sorelle con altri occhi e con altri intenti. Valerio, voce narrante, Giorgio, il più saggio e più maturo, Carlo il sanguigno, Maria, bella ed ingenua, e poi Luciana, Marisa, Olga, Arrigo, Gino. Berto e Argia, più grandi degli altri, ma non per questo meno amici. Amori che fioriscono e portano a matrimoni, nascite, traslochi, altri che sbocciano per poi spegnersi subito, altri troncati dall'opposizione dei genitori. Serate di balli, cinema e passeggiate che si alternano ad accese discussioni politiche, a litigi, a scazzottate. Rivalità che non pregiudicano mai il rispetto, modi diversi di vedere la vita che uniscono invece di allontanare. C'è chi finisce in galera a torto, chi a ragione. C'è chi parte per la leva perché obbligato, chi si arruola volontario per la guerra senza capire bene a cosa va incontro. Chi abbandona l'amore per seguire strade alternative. Pratolini ci regala pagine di grande letteratura, scritte come sempre in maniera divina e cariche di pathos e di significato, in cui le figure maschili e femminili, descritte con tratti precisi ed efficaci, sono al tempo stesso protagonisti e contorno di una storia che mette al centro, più che i personaggi, l'ambientazione. Il quartiere, più che un semplice agglomerato di strade, piazze, negozi e abitazioni, appare come un essere dotato di vita propria, in cui ogni abitante si riconosce e al di fuori del quale non riuscirebbe a vivere, come fosse un pesce fuor d'acqua. Un ente a se stante, che anche quando subisce i colpi del progresso sotto forma di sfratti, abbattimenti, modifiche, non smette di vivere ma continua la sua esistenza spinto dall'istinto di sopravvivenza, con la diffidenza dell'animale ferito. "Tornammo. Spingevo il carretto con una mano. Era oltre mezzogiorno, e in piazza Santa Croce i tipografi e i mosaicisti si godevano il sole seduti sulle panchine. Sciamarono i ragazzi dalla scuola agitando le cartelle, le squadre da disegno impugnate come pistole. Marisa mi aveva preso a braccetto. Andavamo, tacendo, alta la testa, per le strade del Quartiere popolato della sua gente. Nel piazzale delle demolizioni la giostra girava deserta e fragorosa, simile ad un grande carillon animato: v’irruppero di corsa gli scolari. E Marisa disse: «Hai trovato diverso il Quartiere. Ma la gente c’è ancora tutta, lo sai. Si è ammassata nelle case rimaste in piedi come se si fosse voluta barricare. Quei pochi che sono andati ad abitare alla periferia, dove c’è l’aria aperta e il sole, nel Quartiere li considerano quasi dei disertori». «Infatti» le risposi. «Anche l’aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate.»"

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Commenti

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Un romanzo che porto sempre con piacere nel cuore. Grazie di averlo riproposto con la tua bella recensione :)
Grazie Mian. In effetti è difficile leggere Pratolini senza portarselo dentro tutta la vita.
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