Narrativa italiana Romanzi storici La vasca del Fuhrer
 

La vasca del Fuhrer La vasca del Fuhrer

La vasca del Fuhrer

Letteratura italiana

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«È possibile per una donna rimanere "un genio libero" e "uno spirito dell'aria" senza pagare nessuna conseguenza?». Un'istantanea in bianco e nero coglie una donna dalla bellezza struggente immersa in una vasca da bagno del tutto ordinaria. Guardando bene, però, in basso ci sono degli anfibi sporchi di fango, e in un angolo, sulla sinistra, un piccolo quadro. Il viso nella cornice è quello di Adolf Hitler, il fango è quello di Dachau; lei, la donna, è Lee Miller: ha da poco scattato le prime immagini del campo di concentramento liberato, e ora si sta lavando nella vasca del Führer. Prendendo spunto da una fotografia che ha scoperto per caso, Serena Dandini si mette sulle tracce di Lee Miller Penrose, una delle personalità più straordinarie del Novecento. La cerca nei suoi luoghi, «dialoga» con lei, ripercorre la sua esistenza formidabile - che ha anticipato ogni conquista femminile - in un avvincente romanzo, una storia vera, tra i fasti e le tragedie del secolo scorso.



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La vasca del Fuhrer 2020-12-30 15:54:21 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Dicembre, 2020
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Lee Elizabeth Miller

«Ma Elizabeth ora possiede la misteriosa forza delle persone fragili che non si ritirano mai al cospetto di una tempesta e si sentono vive solo sfidando i propri limiti.»

Prinzregentenplatz 16, Monaco, 30 aprile 1945. Le mattonelle del bagno sono ghiacciate, l’ambiente è completamente e perfettamente pulito. Gli asciugamani sono bianchi e disposti al loro posto secondo un meticoloso ordine di grandezza e utilizzo in quelli che sono i rispettivi sostegni. È il luogo dove lui, A.H., come da monogramma sull’argenteria che ne svela l’identità, ha avvolto e protetto il suo corpo, ha vissuto negli anni e un tempo anche con la nipote Geli, un tempo che risale a quel 18 settembre 1931 quando della donna non fu che ritrovato proprio in quell’appartamento il corpo privo di vita apparentemente per morte suicida. Una morte, quella della giovane, che avrebbe potuto cambiare la Storia, una morte sospetta e sulla quale si è celato e ancora oggi si cela il mistero. Sappiamo solo, quale dato certo, che l’attaccamento del Fuhrer alla nipote, andava ben oltre quello relativo a un legame parentale di uno zio. E lo stesso Göring come molti degli altri esponenti del partito dell’epoca ci confermano quanto questa donna abbia influito e influisse su colui che ha governato la Germania nazista.

«Al processo di Norimberga, Herman Göring dichiarò che “la morte di Geli ebbe su Hitler un effetto devastante, cambiando totalmente il suo modo di relazionarsi con gli esseri umani”.»

Ma torniamo a quella stanza. Una stanza da bagno dove osserviamo un’altra donna che si trova in Europa perché aggregata nell’esercito degli Stati Uniti durante il Secondo conflitto mondiale, perché fotografa di quei luoghi di morte e desolazione quali Dachau e Buchenwald. E adesso è proprio lei che osserviamo, Lee Elizabeth Miller. Si è appena immersa in quella che è stata la vasca del Fuhrer, e quell’istantanea datata 30 aprile 1945 ed è scattata dal suo compagno di allora e altrettanto fotografo di guerra.

«Lo stermino della bellezza è l’arma preferita di ogni propaganda che si rispetti; e Lee Miller, infilandosi nuda in quella vasca, compie un personale esorcismo per scongiurare il male, una vendetta artistica contro la brutalità del potere.»

Ma chi era Lee Miller? Dalla bellezza ed eleganza mozzafiato, modella e volto della rivista Vogue, conosciamo Elizabeth in quel della realtà provinciale di Poughkeepsie, scopriamo della violenza subita a nemmeno dieci anni da un uomo amico di famiglia, la osserviamo mentre viene immortalata sempre bambina nuda dal padre in pose provocatorie per il tempo, la riscopriamo ancora modella, musa, artista, fotografa, giornalista, cuoca, madre e anche amante. Una vita che ne racchiude mille, è la sua. Eppure questa foto che così ben rappresenta una prova di quel che è stato, lei che era appena entrata in quel campo di Dachau dove era entrata con pochi altri giornalisti e dove era rimasta colpita dall’odoro della carne bruciata, dalla puzza dei corpi magrissimi ammassati al sole, perché tutti potessero ricordare e non negare negli anni che sarebbero seguiti, una traccia come quelle tracce di fango che ella stessa lascia su quelle piastrelle intonse del bagno del capo del Terzo Reich, è rimasta chiusa per anni in quella soffitta che sino a che ella è stata in vita ha occultato le prove di quel che era stato. Perché ciò?
E così la lettura prende corpo, campo e forza. Ci mostra il volto di una donna che travalica quelli che erano i dogmi del suo tempo, che va oltre i dettami imposti, che segue il suo pensiero senza farsi influenzare da usi e costumi e che ci mostra una prima forma di emancipazione. Scopriamo delle sue avventure, del suo essere la regina del caso, scopriamo del suo esser musa di Man Ray e del suo matrimonio con un miliardario egiziano che la porta al Cairo e ancora tanto tanto altro.
Intervalliamo aneddoti di vita tra presente e passato sino a giungere nella sezione finale del libro dove attraversiamo le strade di una Germania appena libera, con tutto quel che questo significa. Il libro ha una grande forza contenutiva, è caratterizzato da una protagonista che affascina e conquista, è spinto da una narratrice meticolosa che come il figlio Antony vuole scavare e ricostruire, tornare a dare tanti volti a quella donna che per tutta la sua esistenza li ha tenuti celati, li ha nascosti in quel luogo dimenticato e segreto quasi come se fosse consapevole che quel tempo casalingo avrebbe custodito quel passato per il giusto futuro, per il necessario divenire. Ed è in Lee Miller che si racchiude tutta l’essenza di questo libro/biografia che incuriosisce e affascina il lettore. Unica pecca che ho ravvisato è nella impostazione narrativa adottata. Serena Dandini, già riletta in passato, è una narratrice attenta, accurata, precisa e sempre capace di trasportare e di lasciare un messaggio prezioso ai suoi lettori. In quest’opera si sente il suo trasporto per il tema e, come la definisce lei, la sua “ossessione” per quella foto e quella storia che dal momento della scoperta l’ha a sua volta rapita e conquistata. Bilanciare le tante cose, il dato storico, i buchi per ricostruire, la foto e l’emozione non è stato certo facile e personalmente riconosco i meriti del suo lavoro in quello che è uno scritto del quale a tutti consiglio la lettura, ma, come può accadere, l’aspetto descrittivo può prendere il sopravvento e rischiare di spiegare troppo, intervallandosi alla voce di Lee, rischiando di confondere il conoscitore che deve destreggiarsi tra una doppia voce Elizabeth/Serena. A ciò si aggiunga che per porre in essere questa necessaria opera di ricostruzione, la Dandini si allontana da quello che è l’obiettivo e il fulcro della narrazione per tornarvi sul finale in quella Germania che torna a vedere la luce dopo la liberazione e che è anche la parte più attesa e bramata di tutto lo scritto e che ahimé viene liquidata in poche pagine. Pagine bellissime, pagine che restano, pagine che si divorano ma che lasciano quel senso di “avrei voluto di più”. Ciò ha fatto perdere in parte di quell’emozione altrimenti sempre vivida e presente nel lettore.
Nel complesso un buon titolo, di gran approfondimento, curiosità e di piacevole lettura.

«C’è sempre un pezzo fuori posto che impedisce la visione d’insieme, il disegno perde i contorni e sfugge alla comprensione.»

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