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Il diner più famoso d'America, con la sua vetrata piena di luce contro il buio della notte. Una sigaretta fumata di fronte a una finestra aperta, lasciando che il sole penetri nelle ossa. Una coppia separata da una noia invincibile. Un cinema mezzo vuoto dove una donna aspetta l'uomo che ama. Edward Hopper immortalava frammenti di vita invitando chi guarda a immaginare il resto. Gli autori di questa antologia hanno dato loro respiro e ne è uscita una raccolta di testi - noir ma non solo - pieni di grazia e realismo, in cui a prendere corpo sono i personaggi dei dipinti. In tutti, come nei quadri che li ispirano, la scena americana svela il suo volto magico e oscuro, la sua struggente verità.

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Ombre 2017-09-18 14:00:47 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    18 Settembre, 2017
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Elogio delle Ombre

Ombre – AAVV – 2016

Raccolta di racconti ispirata ai quadri di Edward Hopper e sciaguratamente ho rischiato di perderla. Meno male che c’è qualche arcana divinità anche per il lettori distratti.
Raccolta già suggestiva alla prefazione: ti do un quadro e tu (autore di grido) facci su una storia. Se è un po’ inquietante tanto meglio. Allora, il consiglio è questo.
Leggetelo. Se non volete comprarlo, andate in biblioteca, fatevelo spedire, andate in una libreria di quelle grandi e leggete a sbafo. Son quasi tutti racconti brevi. In due/tre volte ve la cavate.

Quello di King (“La Sala della Musica”) è breve. Poche pagine in cui il Re ricostruisce una delle sue celebri atmosfere straniate e claustrofobiche. È facile e non ci vuole niente. Basta saperlo fare.
“Soir Blu” (Robert O. Butler). Lui dice che è Pierrot. Ma è Pennywise. Nessuno mi persuaderà del contrario. Non poteva dirlo per ovvie ragioni di copyright, lo capisco anche, ma È PENNYWISE. C’è un motivo se detesto i pagliacci e Pierrot e quello con la faccia bianca e il cappello a cono ancora di più. Quindi Occhio.
“La Storia di Caroline” (Jill D. Bloch) e “La verità su quanto è successo” (Lee Child) sono racconti di impianto piuttosto classico. Il primo gioca un po’ scoperto con un’emotività a mio parere un po’ facile, però funzionano. Simili, ma con un brio migliore, sono “Finestre di Notte” (Jonathan Santlofer), “Nighthawks” (Michael Connelly) e “Lo Spogliarello” (Megan Abbott).
“Stanze sul mare” (Nicholas Christopher) tira fuori un mio grande amore (la lingua basca) e gioca un po’ con Marquez e Borges. L’esito è forse un po’ penalizzato dalla forma breve, però merita. “Natura morta” (Kris Nescott) ha un po’ lo stesso problema. Molte idee, molto da dire e qualche difficoltà con la forma breve.
Carol J. Oates (“La donna alla finestra”) non delude, anche se ti lascia proprio lì sul più bello. Che è il bello del racconto, siamo d’accordo, ma lì per lì una piccola imprecazione te la strappa.
Sul finale Joe Lansdale (“Il proiezionista”), che non solo mette sotto il riflettore una figura che evidentemente stuzzica, ma essendo il vecchio Joe, tira fuori una delle sue belle storie che non ti aspetti. E lui è uno che non soffre la forma breve. Grande Joe.
Lawrence Block (“Autunno, tavola calda”) sa come si racconta una storia. Anche se è piccola e un po’ demodé come la sua protagonista.
Infine il mio preferito “L’incidente del 10 novembre” (Jeffrey Deaver). Se non fosse che temo di violare qualche decina di leggi, lo posterei qui sotto perché è GENIALE. Non so dire altro. Idea forse semplice, ma, as usual, basta farsela venire. E anche la scelta formale è azzeccata. Bello bello bello. Non vi dico niente perché è una carta velina, e ad applaudire troppo forte ho paura di romperla.
Ma leggetelo.
(Anche di straforo, sempre nella libreria grande. Vi porta via un quarto d’ora, i commessi non se ne accorgono neanche, basta che non ve ne usciate con esclamazioni di giubilo durante la lettura, come ho fatto io. In treno.)

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