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Dicembre 1944. L'armata rossa, che già dall'inizio di novembre è arrivata alla periferia di Budapest, sta per completare l'accerchiamento della città. L'antivigilia di Natale una ragazza di venticinque anni, Erzsébet, che già da mesi vive braccata, riesce a trovare un estremo nascondigli nello scantinato del palazzo dove vive, insieme a tutti gli abitanti di quello e di altri palazzi dei dintorni. Ci rimarranno per quattro settimane, quanto durerà il terribile assedio, mentre sopra le loro teste infuriano i combattimenti. In quel mondo sotterraneo maleodorante e caotico, Erzsébet aspetta 'qualcosa' - qualcosa che si riassume in una parola: liberazione.

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Liberazione 2017-04-09 15:56:37 68
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68 Opinione inserita da 68    09 Aprile, 2017
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L' incubo dell' assedio, il dolore affranto della

La guerra, l' assedio, l'attesa, la convivenza, la speranza, l' illusione, la cruda realtà, lo sconforto, una neo dimensione.
Quando Erzsebet, studentessa venticinquenne, in una Budapest circondata ed assediata dai russi ( siamo alla fine del 1944 ) con la progressiva ritirata tedesca, mette in salvo il proprio padre, scienziato ricercato dai nazisti, capisce che un nuovo destino sta per compiersi, l' assedio. Si cala in una dimensione priva di umanità e si chiede: cosa resta di un animo umano ora che si e' perso tutto ciò che lo caratterizza?
È un mondo che si autodistrugge, dimentico di legge e sentimento. Ci si rinchiude, durante l' assedio, in uno scantinato, 140 persone in attesa, circondati da volti indistinti, nessuna differenza tra il giorno e la notte, solo un forte e denso odore di umanità e l' attesa della Liberazione.
Sono 24 interminabili giorni in una realtà intrappolata, dimensione unica ed unità di misura del tempo, ci si abitua a quegli odori, all' assenza di acqua e di cibo, non resta che sopravvivere ed attendere. A poco a poco relazioni incipienti, si vive una neo quotidianità, raccolti tra speranza, attesa estenuante e ripetute domande.
Chi sono gli assedianti? Semplici esseri umani, che fanno le stesse cose degli assediati, a loro volta in attesa perenne, travolti dalla identica sequela di avvenimenti. La guerra ora è qui, non solo sui giornali, gli abitanti dello scantinato divengono una comunità pronta a qualcosa di estremo, come un malato terminale in attesa di un giudizio definitivo. Nessuna legalità, i vincoli sociali destituiti, si ruba, non si conoscono le persone e nessuno ha certezze. Ogni soggettività sbiadita, nomi e persone sopraffatti da una immotivata follia collettiva.
Finalmente una presenza amica, perché non resta che la solitudine, un uomo e la Liberazione.
Una speranza, ma quale speranza? Ormai la guerra ci è entrata dentro, è un pensiero spettrale che infesta anima e corpo.
Che cosa sta succedendo la' fuori, spari, attimi di silenzio, attese interminabili, poi una voce, indistinta, un volto qualunque che si avvicina, la fine di tutto. La guerra sembra essere d' improvviso svanita e quello che si ha davanti, con una severità solenne ed un po' infantile, è solo un essere umano, non un nemico. È alterita', ma cosa sente, che cosa prova, ha paura, quale lingua parla, mi capirà?
Due sguardi impauriti ed un silenzio protratto, una calma apparente, un uomo venuto da lontano, con un' arma in pugno, diffidente, una attesa fattasi realtà, dopo tanto tempo, una salvezza che non ha nulla di certo. Un semplice soldato che appartiene ad una razza sconosciuta, diabolica secondo il racconto dei più, una mano tesa, invitante, e quegli occhi di ghiaccio che scrutano, fissano, ascoltano su un volto grave, triste, silente, e dei capelli dai riflessi dorati.
Un gesto improvviso, ferino, un odore dozzinale, un urlo atroce, soffocato, un intenso dolore ed un senso di nausea, un attimo eterno, nessuna domanda, nessuna risposta. Attorno uno sconsolato silenzio, neppure un lamento indignato o accenno di protesta, solo un sonnifero nella coscienza e lo stordimento che precede il sonno. Rimane questo corpo inerme, lurido, maleodorante, ed una dignità infranta senza rancore, solo una grande pena, ed un improvviso senso di fame.
E poi lo sguardo di un uomo in un angolo che si vergogna di essere un uomo.
Ed allora che cosa ci attende, nulla sarà più come prima ne' sembra avere un senso preciso. In un attimo di follia tutto può cambiare, nuovi volti indistinti passano e se ne vanno, nessuno ci sente, risponde, proviamo freddo, molto freddo, immobili, in piedi, inermi, le strade deserte, in fiamme, ovunque fumo e fuoco, abbandonati a noi stessi, i combattimenti si sono spostati altrove, sta nevicando.
Questa è la guerra, atroce, indistinta, regolamentata da un ordine proprio e da codici che esulano pietas e senso di appartenenza e noi ne facciamo tristemente parte.
Poi, sul nostro cammino, riconosciamo un corpo riverso, gli puliamo il viso insanguinato con un gesto quasi obbligato chiedendoci, ora che siamo liberi, che cosa sia la libertà e che cosa farcene, perché siamo semplicemente degli esseri umani.
Non ci resta che incamminarci, con passo incerto, verso un destino probabilmente segnato....
Un romanzo intenso, intimo, sul significato insignificante di ogni guerra, dove l' atroce indifferenza, una rassegnata noncuranza ed atti estranei a qualsiasi umanità assumono i contorni della normalità.
Marai ci descrive l' assedio di Budapest da parte dell' Armata Rossa con lo sguardo soggettivo ed originale della protagonista, e ci parla di un desiderio di Liberazione tramutatosi in incubo che avrebbe profondamente segnato ( per 40 anni ) la futura storia ungherese. ( ed il suo esilio).
Mirabile l' ultima parte, un dialogo muto, fatto di sguardi, attesa, supposizioni ed una vana speranza infranta da violenza, terrore e morte, in un inferno del corpo e dell' animo pervaso di un senso d' impotenza e rassegnazione per un destino, lontano da qualsiasi sogno e divenuto, ahimè, orrore indistinto.

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Liberazione 2015-03-25 10:08:21 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    25 Marzo, 2015
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Liebes Kind

Sandor Marai nacque ungherese, nel 1900. Sposo' una donna di origini ebraiche, quindi si trasferì a Budapest dove visse per vent'anni, antifascista, sopravvissuto alla guerra mondiale ma costretto all'esilio dalle pressioni comuniste che ne seguirono.
Con queste righe biografiche non e' mia intenzione indottrinare chi gia' conosce, solo ricordare, in modo che ci si accosti con piu' realismo a "Liberazione". Capendolo,  calpestandone  i cocci taglienti, amandolo. Amando lui ed il bavaglio che vi premera' sulla bocca, pagina dopo pagina; bandite sono le chiacchiere mentre ci si accosta alle piaghe malefiche dell'umanità.

Poche ore all'alba del Natale del 1944, Erzsèbet stringe i documenti falsi mentre aiuta suo padre, lo scienziato che dedico' la vita alle stelle col volto sempre rivolto al cielo, a murarsi in un piccolo scantinato per sfuggire al patibolo nazista. Non c'e' piu' firmamento, nemmeno aria, neppure dignità, solo un lembo di vita da salvare. Budapest assediata, la gente abbandona quel che resta delle case e si rifugia in anguste cantine, anime calcate in ambienti malsani e promiscui per sfuggire le bombe un giorno ancora e poi magari domani chissà, tornare liberi. Liberazione.

Effettivamente piuttosto statico, la dote di Marai e' di creare senza bisogno di movimento, di scavare situazioni e personalita' con sottile foga e ardore, malinconia, disperazione, follia,insofferenza, brutalita'. Pagine in cui la guerra e' proiettata in uno spazio limitato, eppure l'affondo dell'autore e' immane, infinito si concentra sulla natura umana, sui suoi spasmi, sulla tragedia infera che incede avida di un domani, mentre la rassegnazione diviene mite attesa.
 L'istinto di sopravvivenza accomuna quelle anime stipate che osservano inermi ed impotenti, che eseguono ordini, che si nascondono in un angolo buio tacendo, incapaci di alzare lo sguardo negli occhi del vicino. Non hanno piu' paura del tedesco, non temono il bolscevico, ma indietreggiano decisi davanti all'umano. Cambiano i tempi e le fazioni, ma l'individuo resta tale, con in dote il suo potenziale di mostruosita' pronto ad accanirsi.
Eccola la potenza di Marai, che affetta e seziona la miseria, l'imbarazzo soffocante  di un uomo che si vergogna di essere tale. Disprezzare la propria appartenenza, ben consci di non poterle sfuggire .

" Io quando saro' libera ? pensa Erzsèbet , e non riesce piu' a proseguire. Che cosa sarà mai la liberta' ?... Fissa la nebbia, il fumo, il fuoco."

Tagliente, inopinabile, rassegniamoci? Lo sappiamo da sempre, anche l'Eden piombo' nella doglia.
Buona lettura.

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Liberazione 2012-04-27 14:58:29 Cla93
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Cla93 Opinione inserita da Cla93    27 Aprile, 2012
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Orrore e Speranza

Siete in un rifugio antiaereo. Siete nascosti sotto terra, in una cantina, con degli sconosciuti; e avete continuamente sopra di voi aerei che bombardano la vostra città, che distruggono le vostre case; per colpa dei nazisti vostro padre è costretto a murarsi vivo per non farsi trovare.
Lottate, ogni giorno, contro la morte anche se vivete in una condizione pietosa; anche se la vita è dolore, quel che conta è sopravvivere, perché oltre alla paura in voi vive anche un altro sentimento che si chiama speranza.
Sì, avete paura, ma non vi siete mai sentiti tanto vicini alla vita come adesso. Sperate, sperate continuamente; sperate in una liberazione sempre più vicina, sperate che la vita possa farsi un poco più dignitosa di quella che state vivendo.
La vostra unica compagnia in quella cantina sono un paralitico, una donna fuggita da un campo di concentramento e i vostri pensieri.
E pensate…
Pensate all’uomo, alla vita, alla libertà.
Pensate alla guerra. Perché l’uomo non può vivere senza la guerra?
E pensate anche ai vostri liberatori sempre più prossimi. I Russi, è così che li chiamano tutti. I Russi.
Ma… esistono poteri buoni? No, De André direbbe che siamo degli stupidi se lo crediamo sul serio.
L’uomo è cattivo. I Russi arrivano, ma se una ragazza si trova sola in uno scantinato buio, immaginate cosa possono farle.
E voi uscite da quello scantinato distrutti. Ne uscite distrutti, e provate delle strane sensazioni. Sì, perché adesso che è finita, non sapete cosa fare.
Siete veramente liberi?
Che cos’è la liberta? Qual è il suo prezzo?
Sono domande troppo grandi per avere una risposta…

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Liberazione 2011-08-22 08:57:40 Stefp
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Stefp Opinione inserita da Stefp    22 Agosto, 2011
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Liberazione

A Budapest è la fine del 1944, l'Armata Rossa è alle porte della città e si appresta a stringere l'assedio. Erzsébet ha venticinque anni, ha trovato un nascondiglio per il padre, uno scienzato ricercato dal regime ed essendo sua figlia è costretta a vivere sotto falsa identità e ora si appresta a trascorrere le quattro settimane di assedio nello scantinato del suo palazzo assieme a decine di altre persone in condizioni di vita al limite della sopportabilità, in una promiscuità buia fatta di odori di cucina, di altri corpi maleodoranti, di una latrina comune a tutti, respirando il respiro altrui e condividendo persino gli incubi notturni di chi è costretto a dormire di fianco a te. E Erzsébet aspetta qualcosa: la liberazione. Tutto questo finirà, Erzsebét ci crede, ci vuole credere, la guerra e l'assedio dovranno finire e la vita tornerà quella di una volta. I russi, dipinti dal regime come mostri, giorno dopo giorno hanno cambiato aspetto nei pensieri degli assediati e ora vengono visti come i liberatori, Erzsébet aspetta di vederli entrare nello scantinato e sa che questo significherà la fine della guerra. Ed ecco finalmente arrivare il primo soldato russo...
Sandor Marai dipinge magnificamente i dolori e le sofferenze della sua città sottoposta ai bombardamenti americani, assediata dai russi e tiranneggiata fino all'ultimo giorno dai fascisti al potere. Ricco di dialoghi curatissimi e di riflessioni profonde, viviamo Liberazione assieme a tutte quelle persone nascoste. E' un romanzo lentissimo come può essere lo scorrere del tempo in uno scantinato di una città sotto assedio, triste come il carico di sofferenza che ognuno dei protagonisti si porta dentro, colmo di speranza di un futuro migliore così come piena ne era Erzsbét, ma con un sottofondo latente di un pessimismo ineluttabile che, come Marai intuiva nella stesura nel '45 del romanzo e fa vivere simbolicamente alla protagonista, troverà una grigia conferma nella realtà del dopoguerra.

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Liberazione 2009-09-02 18:20:45 Michele
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Opinione inserita da Michele    02 Settembre, 2009

Far respirare l'attesa

Libro molto interessante. All'inizio ho trovato lo stile di Marai un pò ridondante e ripetitivo, ma, con lo scorrere delle pagine, mi sono reso conto che è funzionale allo scopo dell'autore: far respirare l'attesa e la lentezza di quegli interminabili momenti, l'angoscia di una città sotto assedio, la speranza che il nuovo (i russi) possa essere meglio del vecchio (i nazisti)...una speranza che il primo, duro contatto della protagonista Erszebet con gli invasori rivelerà vana.

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Liberazione 2009-01-27 21:05:16 Abacus
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Opinione inserita da Abacus    27 Gennaio, 2009

Acerbo ma coinvolgente

Scritto di getto nel 1945, questo romanzo apre una visione diversa del grande Marai. Una scrittura ancora sapientemente acerba, quasi nervosa, incerta, ma proprio per questo coinvolgente. Psicologico. Non aspettatevi azione, ma riflessione, sensazioni, quasi flash, fotogrammi che si attaccano magicamente l'uno all'altro. L'autore riesce a stare per dieci pagine su una scena ferma e la analizza, nei soggetti, nelle loro sensazioni, le paure, le speranze, la disperazione. Assolutamente profondo e godibile, quasi profetico nelle sue previsioni fatte immeditamente a ridosso della liberazione di Budapest da parte dei Russi.

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