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Nel labirinto vertiginoso dell’essere
Leggere Uno, nessuno e centomila è stata un’esperienza profondamente destabilizzante, ma al tempo stesso illuminante. Pirandello non offre una semplice storia, ma una vera e propria crepa nella percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri. Da sempre appassionato di dinamiche umane e riflessioni filosofiche, sono rimasto folgorato dalla lucidità con cui l'autore smantella l'illusione dell'identità monolitica.
Tutto ha inizio da un dettaglio apparentemente insignificante: un commento di Dida, la moglie del protagonista Vitangelo Moscarda, sul suo naso che pende verso destra. Da quel momento, il castello di carte della certezza individuale crolla inesorabilmente. Moscarda comprende di non essere per gli altri ciò che crede di essere per sé, dando vita a una spirale ossessiva ma straordinariamente logica. L'idea che ciascuno di noi viva moltiplicato nelle menti altrui in «centomila» forme differenti, per poi scoprirsi fondamentalmente «nessuno», è un'intuizione psicologica d'una potenza sconvolgente.
Ciò che ho apprezzato maggiormente è lo stile narrativo: il dialogo diretto con il lettore rende la lettura incalzante, quasi un corpo a corpo intellettuale. Non c'è compiacimento tragico nella follia di Moscarda, bensì una disperata e lucida ricerca di liberazione dalle maschere e dalle convenzioni sociali che ci imprigionano ogni giorno. Il finale, con la rinuncia a ogni possesso e la completa immersione nel flusso mutevole della natura, non rappresenta una sconfitta, ma l'unica vera forma di salvezza e rinascita spirituale.
Considero questo capolavoro del Novecento una lettura fondamentale, un'opera d'arte d'un rigore concettuale straordinario che continua a interrogarci sul significato più intimo della nostra esistenza. Un libro che resta dentro a lungo.




























