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UNA DELUSIONE ATTESA
L'avevo in lista da tempo. Sapevo di non potermi sottrarre alla lettura di questo "classico contemporaneo" dedicato alla città in cui sono nato e cresciuto. Eppure continuavo a rimandarne la lettura, quasi presagendo la delusione che ne avrei ricavato.
E la delusione, puntualmente, è arrivata. Più che polifonico, come era nelle intenzioni del giovane scrittore, "Rimini" è un romanzo confuso, popolato da personaggi preconfezionati, protagonisti di storie artificiose e inconsistenti. Uno scrittore gay che soffre pene d'amore, una giovane donna tedesca in crisi esistenziale alla ricerca della sorella perduta, due improbabili cineasti col sogno di autofinanziarsi il film, una clandestina love story tra una moglie insoddisfatta e un malinconico musicista jazz, un integerrimo politico con scheletri nell'armadio ritrovato annegato in mare aperto, un profeta di sventura che semina panico vaticinando scenari millenaristi, un giornalista a caccia di scoop... Storie parallele cui fa da sfondo, unico collante, una città frenetica, la Rimini degli anni '80, un po' Babilonia, un po' Sodoma, dove brulicanti masse di turisti ondeggiano sudate, l'eccesso diventa la norma e il sesso, descritto con anatomici dettagli, è motore pulsante per la fauna notturna che si muove tra nights e balere.
Il tutto, sinceramente, un po' trito e stereotipato, non privo di un certo snobismo nei confronti di quell'umanità un po' volgare che si ammassa sui lidi e lungo le strade. Non che quel caos non esistesse in quegli anni ruggenti, ma Rimini era (ed è) anche ironia, leggerezza, cordialità e di questo Tondelli non sembra essersi accorto.
Due cose, però, meritano di essere ricordate.
La prima è la discografia che Tondelli aggiunge al termine della narrazione quale immaginaria colonna sonora pop del romanzo. Dai Duran Duran a Cyndi Lauper, da Cohen agli Style Council e poi gli U2, gli Ultravox, Springsteen e Prince... tutto il gotha del pop e della new wave internazionale di quegli anni a suscitare un po' di sana nostalgia, nonché a smentire quel frettoloso giudizio secondo cui l'unica cosa buona degli anni '80 sia stata la loro fine.
La seconda sono i due capitoli dedicati all'epopea della pensione-hotel Kelly. Capitoli talmente avulsi dal resto della narrazione da apparire posticci (persino i caratteri di stampa, qui in corsivo, sono diversi). Queste pagine intense raccontano la storia di una famiglia romagnola e del suo sogno imprenditoriale. Dalla pensioncina messa su indebitandosi fino al collo, al lavoro massacrante "par tirê inenz", agli anni d'oro con orde di bionde e bellissime vichinghe che calavano in pullman dalla Svezia o dalla Norvegia, fino all'agognata emancipazione economica, l'estinzione del mutuo e il benessere che da subito si dimostra destabilizzante. Proprio come nel finale di Nemo, in cui i pesciolini evasi dall'acquario, finalmente raggiunto il mare, si interrogano: "E adesso?". Adesso il processo si inverte, la parabola si fa discendente tra investimenti sbagliati, passi più lunghi della gamba, famiglie che si disgregano e una cronica incapacità di adeguarsi ai tempi che cambiano. Da qui l'ineluttabile fallimento.
Ecco, io di storie come queste ne ho viste tante: forza e debolezza, miseria e nobiltà di piccoli eroi della mia città.





























