Io ho paura Io ho paura

Io ho paura

Letteratura italiana

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Un mese, l'estate, un luogo marino e boscoso che si chiama Qui: ecco gli elementi primi con i quali è composto questo racconto. E a movimentare il tutto un sentimento insieme arcaico e modernissimo come la paura. Il protagonista è un nuotatore. Ogni giorno congiunge a forza di bracciate due punti di una baia. Va a stile libero e torna a dorso. Mentre il corpo è in movimento, i pensieri della paura si fanno largo. E accanto alle paure naturali, quelle di sempre, quelle che ci hanno fatti ciò che siamo, appaiono nel suo narrare le paure industriali, quelle fabbricate ad arte, che non hanno un oggetto preciso e si mettono tra noi e gli altri come un'erba infestante, separandoci e facendoci soli e dispersi: sudditi della dittatura della paura. A Qui le paure naturali vanno a piede libero. E proprio per questo è possibile scorgere, almeno per un mese, un modo diverso e relazionale di confrontarsi con il loro esistere. Nuotando, leggendo, ascoltando gli altri, raccogliendo racconti e poesie, facendosi accompagnare dalle favole, dal mare e dal vento, Silvio Perrella intarsia un libro in cui a ogni parola corrisponde un sentimento, come era già avvenuto in "Giùnapoli". E scrive la sua opera più sottile e sensuale, dove il racconto, la meditazione e l'azione si fondono in un solo gesto.

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Io ho paura 2019-07-31 09:56:13 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    31 Luglio, 2019
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La paura.

«La paura a Qui è ovunque. E bisogna imparare a tenerla a bada.»

Non è semplice vivere e convivere con la paura. Ci prende, ci colpisce all’improvviso, ci attanaglia. Ci riporta ad uno stato primordiale e colti da quel senso di panico opprimente, facciamo di tutto per sedarla, per placarla, per contenerla. Anche cose di cui poi ci pentiamo amaramente.

«A volte puoi dirti: ammetto di avere avuto paura, oggi. Avevo paura delle facce lucide e lisce, facce da topo. Avevo paura del modo in cui la gente rideva al cinema. Ho paura degli ascensori e degli occhi delle bambole. Ma per questa paura non ci sono parole. Non le hanno ancora inventate. […] Sì, battezzare le paure dell’oggi non è per niente facile. Posso dire quel che ho sentito uscendo dal tumulto delle onde. Ma come spiegare quel che succede quando m’inducono a provare paura per qualcosa che non conosco?»

Ancora di più non lo è quando la paura diventa oggetto di fabbricazione, strumento del terrore per un prodotto che deve essere riprodotto all’infinito, ed esportato ovunque. La morte diventa il mezzo della dittatura, della fabbrica. La civiltà si fonda sul fatto che la morte non può essere data da uomo a uomo; è un tabù inviolabile. In tempi di pace, nessuno dovrebbe poter uccidere con le proprie mani un altro se stesso. Tuttavia, certe volte ciò accade, e accade dentro una situazione sistematica, allora si entra in un territorio malefico e indicibile. E quando si è sottoposti alla dittatura della morte, la paura signoreggia in ogni cosa. La vita “è una parola così difficile da usare, ma dobbiamo azzardarci a pronunciarla, a darle i nomi che di volta in volta invoca per tornare a essere una declinazione della dignità. Dire io ho paura, dirlo in pubblico, significa stanare la paura dell’altro te stesso; significa metterla in comune. Due paure sono meno che una sola paura”.

«Oggi sui giornali si parla di tre morti annegati. Il mare di ieri, il gran Tirreno così amato e amabile, sì è fatto assassino. Possiamo fargliene una colpa? Non è possibile. Possiamo incolpare il vento? E come farlo. Possiamo prendercela con l’universo? Non si può»

Uno zibaldone di paure. Un diario di nessuno. Una collezione di pensieri raccontati. Per viverla quella paura, per approcciarvisi in modo giusto, con la naturale consapevolezza. Questo e molto altro è “Io ho paura” di Silvio Perrella, un elaborato con un obiettivo ambizioso, coraggioso e ben riuscito. Un elaborato capace di far riflettere, di far meditare, di spingere il lettore ad interrogarsi e ad interrogare. Da leggere.

«Lui sa da dove spirerà il vento domani. Sa che bisognerà avere pazienza e aspettare. E la paura, la paura di non dimenticarla, ma di celebrarla com’è giusto che sia. Il pescatore la paura saprà farla danzare.»

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