Quaranta giorni Quaranta giorni

Quaranta giorni

Letteratura italiana

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La prima scena di questo romanzo è impressa nella mente di miliardi di persone in tutto il mondo. Ci sono tre croci sul monte Golgota, a Gerusalemme, e su quella centrale è inchiodato Jeshua, l'uomo che con la sua predicazione, e le sue gesta miracolose, aveva sconvolto la Palestina negli anni precedenti. Sulla croce, l'insegna con il motivo della sentenza: Gesù di Nazareth Re dei Giudei. Ai piedi della croce, come narrano i Vangeli, ci sono i soldati romani, alcune donne, Maria, sua madre, i discepoli più fedeli, ma anche una figura misteriosa che, non vista da nessuno, vede tutto. E vedrà anche, tre giorni dopo, Jeshua uscire dal sepolcro dove era stato sepolto, e avviarsi verso Gerusalemme. E comincerà a seguirlo. Nel frattempo, a Capri, l'imperatore romano Tiberio inizia a ricevere strani segnali dalla Palestina. È un uomo intelligente, acuto e sospettoso, e intuisce che quel predicatore, quella "specie di profeta", non era solo l'ennesimo predicatore di una terra dove i predicatori abbondano, ma era qualcosa di più. Era molto di più: un uomo che con la sua sola parola poteva minare le fondamenta dell'impero.



Recensione della Redazione QLibri

 
Quaranta giorni 2020-12-28 07:55:14 FrancoAntonio
Voto medio 
 
2.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
1.0
FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    28 Dicembre, 2020
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Jeshua e Aroc

Secondo la tradizione cristiana “Quaranta giorni” sono il periodo intercorrente tra la resurrezione di Gesù e il momento della sua ascensione al cielo. L’argomento è estremamente carico di significati e oltremodo spinoso da trattare in un romanzo “storico” non solo perché si vanno a toccare aspetti che incidono sulla sensibilità dei credenti, ma pure perché in quei quaranta giorni verrà piantato il seme di una rivoluzione culturale (oltre che religiosa) che inciderà in modo determinante sulla storia mondiale dei successivi millenni. Così anche chi, agnosticamente, valuta gli episodi in modo freddamente documentaristico non può sminuire l’importanza del momento.
Gli approcci prevedibili per una narrazione possono essere molteplici. Un credente non può non sentirsi in obbligo di estrapolare, dalle scarne notizie che ci forniscono gli scritti evangelici, un racconto che illustri l’eredità di Cristo e che, riempiendo le lacune presenti nei resoconti canonici, elabori un ammaestramento in sintonia con gli scritti stessi. Uno storico (quale dovrebbe essere Manfredi) potrebbe tentare di calare la vicenda narrata nella realtà documentale, ricostruendo gli avvenimenti secondo quanto logicamente ci si aspetti che possa essere effettivamente accaduto. Un romanziere puro potrebbe intessere una trama attraverso la testimonianza di un ipotetico, fittizio testimone oculare, facendone un’operazione più o meno simile a quella di Damiano Damiani nel film “L’inchiesta”.
Manfredi ha rigettato tutte le sopradette soluzioni e, temerariamente, ne ha affrontata una quarta, decisamente più immaginifica e discutibile. Si è inventato un confronto tra Jeshua di Nazareth e Aroc un essere ugualmente soprannaturale che si atteggia in parte a demone (cioè rappresentante delle morenti divinità pagane) e più spesso a demonio (cioè uno degli angeli caduti che affiancarono Lucifero), anche se l’A., ahimè, non sembra aver chiaro il senso della diversità tra i due termini.
È Aroc, quindi, la voce narrante e il protagonista assoluto della storia. Egli è testimone del supplizio sulla croce. Veglia Jeshua nella tomba e assiste alla sua risurrezione. Lo accompagna nel suo successivo cammino per il mondo. Lo interroga per comprenderne atti e motivazioni. In un vorticoso andirivieni temporale cercherà di convincerlo a salvare Gerusalemme dalla distruzione ad opera delle legioni di Tito o a creare realmente quel “Regno dei Cieli in terra” ove non esista ingiustizia e dolore, promesso nella sua predicazione. Noi, al seguito di Aroc, osserviamo tutta l’agonia di Gerusalemme e dei suoi vari Messiah sino alla catastrofe del 70 d.C. che ci viene descritta con dovizia di particolari reali e fantasiosamente bizzarri. Non ci viene risparmiato neppure un salto nel futuro remoto per una descrizione dettagliata dello scontro finale, sul colle di Harmageddon, tra l’armata delle tenebre - composta, questa sì, da veri demonî (cioè diavoli seguaci di Satana) - contro l’esercito della luce, guidato dai triarchi Michael, Gabriel e Rafael. Aroc, nel frattempo, seduce Berenice, amante di Tito, e la sottrae all’imperatore; combatte per salvare il Tempio di Gerusalemme, si redime approdando alle spiagge del Bene grazie al “perdono” di Jeshua, e fa un paio di salti temporale nell’odierna metropoli israeliana minacciata dagli integralismi. Qui, nel finale, lo vediamo nelle improbabili vesti di agente del Mossad impegnato in un’azione che scongiura il deflagrare di una esiziale nuova guerra religiosa.

Giunti ansimando alla sospirata parola fine ci si domanda a cosa fosse indirizzata questa strampalata operazione letteraria. Inizialmente io avevo sospettato che Aroc altri non fosse che l’alter ego dell’A. che si interrogava sulla propria fede o cercava, sulle ali di una sfrenata fantasia, di preservare le vestigia del passato. Poi, però, quando la storia deraglia verso il fanta-spionaggio, anche questo sospetto viene meno e rimane solo una domanda “Quo vadis, Maxime Valerio?”.
Confesso che provo imbarazzo a stroncare quest’opera: Manfredi è un abilissimo affabulatore e anche quando non è al massimo delle sue possibilità riesce comunque a produrre opere che divertono e restano degne di essere lette. Qui, invece, precipitiamo in un labirinto di concetti vaghi, ma ripetuti sino allo sfinimento. Partendo da un’opera di intento mistico, passiamo a un resoconto storico, a un pamphlet psicologico, a un’epopea demonologica, per giungere a un finale in stile spy-story, senza negarci pure qualche sprazzo di romanzetto erotico.
In definitiva è un guazzabuglio incomprensibile di cui non si capiscono i fini e men che meno le connessioni logiche. L’unico, debole, merito è quello di essere lungo poco più di 200 pagine che, comunque, si fa fatica a terminare.
Ritengo, quindi, che se ne possa, agevolmente, fare a meno, ma è davvero un peccato perché l’argomento scelto poteva dar vita a un’opera di ben altra levatura.

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