Il colibrì Il colibrì

Il colibrì

Letteratura italiana

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Il colibrì è tra gli uccelli più piccoli al mondo; ha la capacità di rimanere quasi immobile, a mezz'aria, grazie a un frenetico e rapidissimo battito alare (dai 12 agli 80 battiti al secondo). La sua apparente immobilità è frutto piuttosto di un lavoro vorticoso, che gli consente anche, oltre alla stasi assoluta, prodezze di volo inimmaginabili per altri uccelli come volare all'indietro... Marco Carrera, il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, è il colibrì. La sua è una vita di perdite e di dolore; il suo passato sembra trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d'acqua. Eppure Marco Carrera non precipita: il suo è un movimento frenetico per rimanere saldo, fermo e, anzi, risalire, capace di straordinarie acrobazie esistenziali. Il colibrì è un romanzo sul dolore e sulla forza struggente della vita, Marco Carrera è - come il Pietro Paladini di "Caos Calmo" - un personaggio talmente vivo e palpitante che è destinato a diventare compagno di viaggio nella vita del lettore. E, intorno a Marco Carrera, Veronesi costruisce un mondo intero, una galleria di personaggi indimenticabili, un'architettura romanzesca perfetta come i meccanismi di un orologio, che si muove tra i primi anni '70 e il nostro futuro prossimo - nel quale, proprio grazie allo sforzo del colibrì, splenderà l'Uomo Nuovo.



Recensione della Redazione QLibri

 
Il colibrì 2019-10-31 11:58:22 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    31 Ottobre, 2019
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Un uccellino contro i naufragi della vita

Sandro Veronesi è uno scrittore pluripremiato. Tutti si ricorderanno del romanzo “Caos calmo” che, oltre allo Strega, ha vinto altri due premi internazionali ed ha avuto anche una famosa trasposizione cinematografica con Nanni Moretti e Isabella Ferrari. Io però mi avvicino per la prima volta a questo autore, attirata dal titolo e dalla seconda di copertina dove si legge : “un romanzo potentissimo , che incanta e che commuove, sulla forza struggente della vita”.
In effetti ho trovato una storia e una scrittura potente, a volte leggera, che ripercorre tutte le pagine del romanzo.
Perché un colibrì a dare il titolo all’opera?
Perché un uccellino, il più piccolo uccellino al mondo, con il corpicino e le ali iridescenti, capace di batterle 70/90 volte al secondo, venerato dai Maya che credevano fosse l’incarnazione dei guerrieri del sole? Perché questa scelta?
Perché il colibrì, che passa la vita a consumare tutta la sua energia per battere le ali senza muoversi, sospeso nell’aria, è simile al protagonista del nostro romanzo, Marco Carrera. Da ragazzino la madre lo chiamava “colibrì “ per via della sua corporatura e della sua altezza, di molto inferiori alla media dei ragazzi della sua età, un “gap” che recupererà con una cura a base di ormoni e che nel giro di pochi mesi gli farà conquistare prodigiosamente 16 cm di altezza!
Specialista in oftalmologia, Marco, all’inizio del libro, si trova, da un giorno all’altro, nell’occhio del ciclone di una serie di disgrazie: lo psicologo che segue Marina, sua moglie, entra nello studio e gli comunica una brutta notizia che stravolgerà l’apparente serenità delle sue giornate. Sua moglie chiede il divorzio ed è già incinta di un altro. Da quel momento parte una narrazione a ritmo serrato, con sequenze dialogate (pochissime, due o tre, solo quando Marco conversa con Carradori, lo psicologo della ex moglie che interverrà poi quasi alla fine del romanzo), discorsi indiretti liberi (tantissimi), poche descrizioni, molte sequenze riflessive, mai pesanti, perché condite da quella ironia che genera un’amara risata.
Le disgrazie sono veramente tante, lutti atroci, malattie terribili-lo stesso Veronesi ha confessato di aver interrotto la stesura del libro per curare un cancro - , amori assoluti e difficili, amicizie che non ti aspettavi. Ma come reagisce Marco?
Come il colibrì, l’antico guerriero Maya reincarnato in uccello, che nonostante le avversità si tiene sempre ben fermo, fedele a se stesso, ai suoi valori e consuma tutte le sue energie per mantenere quella posizione di sopravvivenza.

“E anche tutto l’amore che è stato sparso per il mondo, tutto il tempo che è stato sperperato e tutto il dolore che è stato provato: era forza, tutto, era potenza, era destino, e puntava lì.
- I lupi non uccidono i cervi sfortunati, Duccio - dice- Uccidono quelli deboli”.
-
Questa consapevolezza è l’unico modo per non soccombere alla “dittatura del dolore”.

Un romanzo che parla di amore, di dolore, ma soprattutto di forza.
Magistrale la penna di Veronesi che rende originali certe situazioni che potrebbero risultare banali, scontate e ti tiene incollato alla pagina fino alla fine del romanzo. Un sacco di citazioni importanti, musicali, cinematografiche e letterarie, da “La patente “ di Pirandello all’omaggio all’amico Sergio Claudio Perroni, suicidatosi quest’anno a Taormina, uno dei padri fondatori della casa editrice indipendente “La nave di Teseo”, la stessa che ha ripubblicato tutte le opere del Veronesi. A fine libro troverete una interessante postilla dell’autore che spiega come sono nati termini, luoghi e situazioni di questo romanzo.

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Il colibrì 2020-07-03 15:06:57 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    03 Luglio, 2020
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Piccolo ma tenace colibrì

«Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro.»

Marco Carrera è il figlio della borghesia fiorentina. Oggi oftalmologo, sposato, è stato in passato soprannominato dalla madre “colibrì” perché a dispetto di tutti i suoi compagni non era alto quanto la media, al contrario. Per siffatte ragioni viene sottoposto a una cura ormonale che gli consente di riprendere quei centimetri in più che gli mancavano e che quindi gli permettono di diventare un ragazzo come tutti. È quando meno se lo aspetta che la sua vita viene sconvolta: la moglie Marina ha chiesto il divorzio ed è incinta di un altro uomo.
Il mondo di Marco si sgretola. Ogni certezza viene meno, tutto viene rimesso in discussione. Ma come reagisce il nostro protagonista? Esattamente come un colibrì ovvero come l’uccellino più piccolo del mondo ma anche più tenace. Carrera è saldo sulle sue gambe e delle proprie convinzioni. Non vacilla, va avanti per la sua strada, è fedele a se stesso e a quel che è e ai suoi valori.
Ed è attraverso una penna rapida ma decisa, forse un po' confusionaria in alcuni tratti, una narrazione serrata ma intrisa tanto di delicatezza quanto di ironia, tanto di durezza quanto di concretezza, che la storia di Marco diventa la nostra storia in un percorso fatto di disavventure, malattie, perdite, lutti, amori assoluti quali quello per Luisa, di situazioni atte a spezzare.
Un titolo eterogeneo, capace di invitare alla riflessione, che scava nell’intimo e che non teme il dolore. Perché qui, il dolore, è una costante.

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Il colibrì 2020-06-15 13:01:54 aeglos
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aeglos Opinione inserita da aeglos    15 Giugno, 2020
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IL POTERE DI RESTARE FERMI

Devo dire la verità, ero restia a leggere questo libro, in particolare modo perché non rientra proprio nello stile di libri che di solito leggo. E invece devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa di aver trovato un libro di uno scrittore che ancora non conoscevo, così particolare e pieno di svolgimenti.
Questo libro è un inno alla vita e Marco è il protagonista da cui tutti noi dovremmo prendere spunto, farcelo insomma come punto di riferimento.
Nonostante la vita si è accanita su di lui e sulla sua famiglia, nonostante le avversità e le cattive notizie, fino alla fine, Marco è pronto a dare tutto se stesso, mantenendo i suoi ideali, i suoi pensieri, riscoprendosi giorno per giorno, dando un senso alla vita.
"Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo", così sta scritto nel dietro del libro, così viene presentato Marco. Trovo che la metafora e la somiglianza, l'idea di paragonarlo a questo bellissimo uccellino, sia praticamente geniale e solo piano piano, leggendo la storia pagina per pagina si capirà il motivo. Dategli tempo, è un libro che va assaporato un pò per volta, come aprire uno scrigno, trovarci dentro un sacco di cose che sembrano messe a caso, ma poi, andando a recuperare la storia di ogni oggetto, si capirà il loro vero senso e valore.
Ecco quindi Marco con una vita piena di dolore, ma tutto il suo dolore non gli ha mai impedito di godere dei momenti, pensando che tutto può essere perfetto, che se solo nella vita si trova un perché la vita diventa solo amore e compatibilità con tutto. Ci vuole così poco alla fine: una giornata come si deve, un bacio, un abbraccio, parole dette al momento giusto o un sorriso.

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Melody di Sharon M.Draper
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Il colibrì 2020-05-29 15:29:47 lalibreriadiciffa
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lalibreriadiciffa Opinione inserita da lalibreriadiciffa    29 Mag, 2020
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Un colibrì e la sua forza

Inizio questo mese la lettura dei dodici libri in finale per il Premio Strega 2020. Inizio per modo di dire, dato che il romanzo di Marta Barone "Città sommersa" l'ho già letto ad inizio anno, anticipando con la mia entusiastica recensione (qui) la candidatura al premio.
Inizio con un libro di cui ho sentito meraviglie, potendo decidere di leggerlo su supporto audiolibro grazie ad Audible, l'ho fatto: "Il Colibrì" di Sandro Veronesi (La nave di Teseo). Il libro è letto da Fabrizio Gifuni, attore che ho avuto modo di apprezzare in varie parti in vari film italiani degli ultimi anni: uno dei migliori attori degli ultimi anni a mio parere.

La storia narra di Marco Carrera, figlio della borghesia fiorentina, bambino con problemi di salute rasenti il nanismo (da qui il soprannome "Colibrì" affibbiatogli dalla madre Letizia), poi guarito. Dottore di oftalmologia, ex marito di Marina, padre di Adele, nonno amorevole e devotissimo, figlio e fratello.
La vita di Marco raccontata dalla sua voce, dalle lettere che per tutta la vita si è scambiato con il suo amore Luisa e da una voce narrante esterna ci racconta di difficoltà continue, perdite immense, dolori, lutti, amore, pazzia, aiuto, voglia di vivere immensa.
Non posso raccontarvi molto di più, perché rischio di fare spoiler non desiderati, che seppur non grandissimi colpi di scena, hanno comunque un posto ben preciso e molto importante nella trama del libro.

Il romanzo è fantastico.
Non so come mai io, in tutti questi anni non abbia mai avuto lo sghiribizzo di leggere qualcosa di Veronesi. Forse il fatto che ho iniziato a leggere narrativa italiana da pochi anni, forse l'atavica antipatia per lo scrittore che ho sempre reputato un po' troppo "autoriferito", ma, sta di fatto che, se proprio vogliamo dirlo, Veronesi è uno degli scrittori più talentuosi dell'ultimo ventennio e lo riconosco, cospargendomi il capo di cenere.
La trama è abbastanza semplice, anche se la costruzione temporale può risultare un po' indigesta per via del continuo saltare avanti e indietro nel tempo, anche di decenni. L'uso dei vari accorgimenti di cui sopra, rende il tutto ancora un pelo più difficoltoso ma non lasciatevi scoraggiare perché, fattoci il callo, la lettura è invogliante e molto coinvolgente. Veronesi scrive benissimo, riesce ad essere colloquiale ma ricercato e non annoia con inutili orpelli da "prof".
La storia raccontata è normale, per quanto possa sembrare anormale e tragica, è quella di una persona che vive in un mondo che non riconosce in quanto tale. Una persona che cerca di farsi andare bene quel mondo e quel destino che gli è stato donato il giorno della sua venuta al mondo. Seguiamo le vicissitudini di Marco Carrera come se fossero le nostre, chi più chi meno abbiamo tutti un momento - o più momenti - tragico in cui ritroviamo noi stessi o ci perdiamo per sempre.

Leggendo (ascoltando) questo romanzo mi sono ritrovata più volte a piangere e credo che, oltre alla storia narrata in sé stessa e la scrittura densa di significati - anche nascosti - di Veronesi, sia intervenuta anche la bravura immensa di Fabrizio Gifuni che recitando la parte del dottor Carrera come solo un attore può fare, ha contribuito a rendere tutto più emozionale. Badate bene, in sé stesso la storia raccontata è triste, ma si ride anche, non risate sguaiate naturalmente, ma risate a denti stretti. E si prova tutta una gamma di sentimenti che vanno dal dolore, all'amore, all'amicizia, alla tristezza, al cinismo, all'arrabbiatura, alla perdizione.
Tutto quello che un romanzo dovrebbe avere insomma e per questo, come avevo già precedentemente affermato, sono -quasi- sicura che questo romanzo finirà nella cinquina finale del Premio Strega. Non so se si merita di vincere, ma secondo me, la cinquina finale è sempre tutta vincitrice.

Per quanto riguarda me, andrò a recuperare i vecchi romanzi di Sandro Veronesi, chiedendo umilmente scusa per il mio comportamento e il mio preventivo e ingiustificato, accanimento nel non voler leggerlo.

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Il colibrì 2020-04-08 21:25:32 68
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68 Opinione inserita da 68    08 Aprile, 2020
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Passato inquietante, presente incerto, quale futur


Una storia dalle molte altre storie ha inizio in un giornata di ottobre del 1999, a Roma, poche parole...” mi dispiace dirglielo, dottor Carrera, ma il suo matrimonio è finito da un pezzo “...
È la storia di Marco Carrera, il colibrì, piccolo, aggraziato, da sempre fermo nello stesso luogo mentre gli avvenimenti gli piombano addosso, una vita indubbiamente fatta di sofferenza e di una indecifrabile resilienza.
Pare la fine e l’ inizio di un flusso di coscienza affannoso ed ansiogeno che stenta a ricomporre i cocci di una vita contorta, imbevuta di un ambiente borghese egocentrico, indifferente ed autocelebrativo, anaffettivo , imbrattato di psicanalisi e di insensatezza.
Una vita a lungo implosa, poi esplosa, costruita su carriera e solidità economica, in cui non ci si è accorti di nulla, di due genitori che non si sono mai amati, della indicibile sofferenza di una sorella, del proprio immobilismo silente e delle colpe indebitamente attribuite al fratello Giacomo, di un amore a distanza più volte perso e ritrovato, imbrattato di un ideale giovanile, di desiderio o semplicemente di gelosia, di un matrimonio ( il proprio), costruito sulla menzogna con strascichi di sofferenza, dell’ amore di una figlia prematuramente scomparsa, di tradimenti o presunti tali, di amicizie devianti e pericolose, di viaggi tortuosi, di tutto quello che non è stato.
Ecco la rappresentazione di sessant’anni anni di vita, si direbbe, l’ inseguimento di un senso all’ interno di una catastrofe annunciata, uno status quo che pare irrimediabile, indirizzato dal caso, dalla famiglia, dalla propria noncuranza.
Ormai, tra lettere, tracce significative, sedute di psicanalisi, delusioni, distacchi, lutti, partenze definitive, non resta che una ricerca per legittimare la propria vita e permettere a Marco, riconosciuto ed estirpato il passato, di vedere il futuro e di acquisire un senso.
Il futuro ha un volto preciso, è un condensato di passato e presente, è Miraijin ( in giapponese uomo del futuro ), sua nipote, superstite a lui affidata, che ha ereditato le esperienze del passato sintetizzandole in un futuro radioso, concentrato di grazia esteriore e bellezza interiore, di forza e perseveranza, di umanità e concretezza, filosofica presenza.
Da sempre Marco ha impersonato il colibrì, perlomeno così definito da altri, concentrando la propria energia nell’ immobilità e nel rimanere dove già e’, ma oggi non è più così.
Ora ha una missione da compiere, allevare l’ uomo nuovo, Miraijin, la sua vita uno scopo come tutte le dolorose vicissitudini che l’ hanno segnata, nulla gli e’ capitato per caso.
Il suo corpo, esploso così rapidamente, ha saltato l’ adolescenza dimostrando una plasticità ed una resilienza che in futuro l’ avrebbero aiutato a sopravvivere.
Marco ha trattenuto un piccolo mondo fragile che senza di lui si sarebbe dissolto, una vita che ha sempre continuato a stare ferma per anni mentre quelle degli altri andavano avanti, per essere improvvisamente sbalzata da un evento eccezionale in un altrove nuovo e sconosciuto.
Tutto, all’ improvviso, diventa chiaro, il dolore ha forgiato il nuovo mondo, i ricordi, il passato, il futuro, e lei, Miraijin, il nuovo, cui affidarsi ed abbandonarsi per sempre, liberato da una sofferenza fisica e morale.
Il romanzo di Sandro Veronesi è un turbine vorticoso di accadimenti, emozioni, sensazioni, citazioni letterarie e musicali, il protagonista un sopravvissuto ad un mondo borghese catastrofico e catastrofista paralizzato da paura, snobismo, cattiveria, vizio, noia, malattie incurabili, disgrazie, giuoco d’azzardo, incanalato in un inevitabile giogo psicoanalitico prevalentemente al femminile che impregna pagine e pagine e coinvolge tutti i protagonisti, chi più e chi meno, terrorizzando il lettore con le ripetute comparse del dottor Carradori, psicologo onnisciente che ha lasciato la professione e da un destino particolarmente iellato e sconfortante che parrebbe condurre all’ autodistruzione.
Ecco però una luce in fondo al tunnel, Miraijin, l’ uomo nuovo, creatura fantascientifica, un po’ Manga, onnicomprensiva, bellissima, una carta assorbente con poteri extrasensoriali, a dissolvere il catastrofismo imperante indirizzando la vita ad un futuro di speranza, radioso, profondamente umano, ribaltando e contravvenendo le innumerevoli storie e spezzoni di storie narrate, e ponendo il lettore di fronte ad un oggettivo dubbio: quale il senso?

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Il colibrì 2020-03-17 21:15:37 ant
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ant Opinione inserita da ant    17 Marzo, 2020
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Marco il colibrì

Il protagonista è Marco, oculista, e il libro inizia con una visita inaspettata dello psicanalista della moglie. Il visitatore inizia a svelare situazioni e sotterfugi della vita di entrambe i coniugi e lo scrittore è abile a condurre il lettore nelle impervie pieghe della vita di Marco. Vengono descritti mirabilmente e nei dettagli,tutti i componenti della famiglia di Marco, dai genitori, alla sorella e al fratello. Le pagine più intense sono quelle in cui viene descritta Marina la moglie di Marco e Luisa l'amante. Varie vicissitudini s'intersecano in queste pagine, spicca su tutto l'umanità di Marco e la capacità di far fronte a traversie non da poco, finale spiazzante. Concludo estrapolando un passaggio in cui Luisa descrive Marco come un colibrì
“tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro.”
Bello

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Il colibrì 2020-02-26 14:48:05 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    26 Febbraio, 2020
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Il coraggio di resistere

Il tempo della vita scorre con un andamento lineare. Il tempo della memoria scorre con andamento irregolare, con bruschi ritorni a un passato ora recente ora remoto. È questo il ritmo della narrazione nell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, “Il colibrì” - ritmo che assomiglia al volo del più piccolo tra i volatili. E non è un caso che il protagonista del racconto sia soprannominato “colibrì” non solo per la sua minuta costituzione nel periodo dell’infanzia, ma anche per la capacità di rimanere fermo nella sua condizione esistenziale, pur con sofferenza e fatica, proprio come fa il colibrì, grazie al battito velocissimo e frequentissimo delle sue ali.
Dolore, sofferenza, qualche gioia scandiscono la vita di Marco Carrera, questo il nome del colibrì di Veronesi. Si, perché la vita di ciascun individuo è fatta di esperienze amare, di perdite, di improvvise assenze e di qualche momento di felicità. La forza di ognuno è data dalla capacità di resistere, di vivere e superare le avversità, le malattie, le delusioni e di concentrarsi sul dono dell’amore, di quello dato più che di quello ricevuto, di rielaborare il tempo passato, grazie a quella memoria che ha scolpito nella nostra mente i momenti più importanti della vita.
Questa resistenza, questo instancabile battito d’ali può fare di ciascun individuo un colibrì, che riuscirà a mettere ordine nel suo caos interiore.

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Il colibrì 2020-01-29 09:39:22 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    29 Gennaio, 2020
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Marco Carrera, un piccolo uccellino

Sandro Veronesi firma Il colibrì : un libro che è stato definito come il libro dell’anno. Personalmente non mi ha entusiasmato troppo, ma grossi difetti insiti, comunque, non ne vedo. E’ la storia narrata che non mi ha detto gran che, ma è una pura e personale sensazione.
Narra la vicenda di Marco Carrera, della sua esistenza, del suo vissuto, di come:
“quante persone sono seppellite dentro di noi.”
Da ragazzo la famiglia gli ha imposto il nome, appunto, di colibrì, per
“rimarcare che insieme alla piccolezza , in comune con quel prezioso uccellino, Marco aveva anche la bellezza e la velocità fisica. Notevole in effetti che gli tornava buona negli sport e mentale.”
In realtà lui era affetto da:
“una forma di ipoevolutismo strutturale moderato dovuto a insufficiente produzione di ormone della crescita.”
E così la sua vita sarà sempre un alternarsi continuo di dolore e di gioia, cercando sempre di rimanere ben saldo. Senza mai riuscirci del tutto. Allora sarà forse l’ultima nata, Miraiij, a fornirgli
“la ragione per continuare la vita.”
Lei che è:
“Morettina, mulatta, ha i lineamenti giapponesi, i capelli ricci e gli occhi azzurri. Come se le razze si riunissero dentro di lei.”
Diventa il futuro su cui porre basi più solide, per costruire finalmente:
“L’Uomo Nuovo”.
In questo romanzo c’è tanto, lento dolore. Ci sono tanti personaggi, e continui salti temporali tra gli anni ’70 ed oggi. Salti che non ho gradito troppo, perché interrompono la narrazione e riprendere il filo del discorso è stata per me fonte di difficoltà.
Lo stile narrativo è, comunque, di qualità e di ottimo spessore. E’ nei contenuti, nelle vicende narrate così slegate, inframmezzate da continui flash-back, che perde di qualità narrativa.
Un libro carico di dolore, di sofferenza, di patimento. Troppo.

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Consigliato per chi vuole leggere il cosidetto libro dell'anno, sconsigliato a chi non piacciono le storie cariche di dolore e di continui flash-back che interrompono il filo della narrazione.
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Il colibrì 2020-01-25 17:47:55 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Gennaio, 2020
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Un messaggio di speranza per un futuro migliore.

Sandro Veronesi sa descrivere magistralmente gli umani difetti e le umane virtù, che analizza e scandaglia con la precisione del bisturi tagliente di un abile chirurgo. Compone nel suo romanzo un complesso puzzle, fatto da tessere caratterizzanti momenti di vita od episodi singoli, esposti non necessariamente in ordine cronologico, di un uomo, Marco Carrera, di professione oculista, un uomo che, pagina dopo pagina, emerge come paradigma di una eroica “normalità”, fatta di tenacia, costanza, resistenza incondizionata ad ogni avversità, ma anche capacità di riflettere e di arretrare consapevolmente quando occorra. E’ lui, il “colibrì” del titolo, soprannome affibbiatogli dalla madre per la difficoltà di crescita nell’infanzia, rimediata poi da una terapia ormonale nell’età adolescenziale dagli effetti sorprendenti. Ed in effetti Marco è come un colibrì, un uccellino tenace e quasi immobile per il vorticoso battere d’ali ma anche capace, unico della specie, a volare all’indietro. Il romanzo è la storia di Marco. Una storia segnata da momenti felici (non molti) e da sventure: la separazione da una moglie inquieta e in cerca di nuove esperienze quasi sempre fallimentari, il rapporto precario con il fratello Giacomo che si trasferirà all’estero rompendo i rapporti con la famiglia, il suicidio della sorella Irene, la tragica morte per un incidente in montagna dell’amatissima figlia Adele, i continui dissapori tra i genitori (lei, Letizia di nome ma non di fatto, lui, Probo, di nome e di fatto – “nomen omen” precisa Veronesi) che moriranno entrambi dopo lunghe sofferenze, la scoperta tardiva di un cancro al pancreas che tormenterà i suoi ultimi mesi di vita. Marco sembra, nonostante tutto, appagato dalla vita. E’ disperatamente innamorato di una ragazza, Luisa, alla quale continuerà a scrivere lettere appassionate per tutta la vita, coltiva una bella amicizia con uno psicoanalista che gli risolverà molti problemi, si impegna nella vendita dei beni immobiliari dei genitori (mobili antichi, preziose suppellettili, grandi plastici ferroviari del padre ingegnere, una preziosa collezione dei romanzi di fantascienza “Urania”), ha una certa predilezione per il gioco d’azzardo che lo porterà a frequentare una bisca di dubbia fama dove accadrà qualcosa di mai accaduto in precedenza… Ma Il vero motivo della sua apparente serenità, alla fin fine, è uno solo. Adele, la sua adorata Adele, una bellissima ragazza serena e piena di vita ha fatto in tempo a dargli, prima dell’incidente mortale, una nipote, una straordinaria bambina, figlia di padre ignoto, una creatura alla quale viene dato un nome giapponese, Miraijin, che significa “l’uomo (la donna nel caso specifico) del futuro”. In effetti è una vera meraviglia, una sorta di prodotto genetico multirazziale, riassumendo nelle sue fattezze straordinarie il meglio di ogni razza. E la piccola, crescendo, dimostrerà le sue potenziali capacità diventando nel tempo non solo un esempio ma addirittura un leader riconosciuto per le speranze di una nuova generazione.
Voglio infine sottolineare due momenti in cui il romanzo raggiunge vette di vera, grande letteratura. Il primo è costituito dalle pagine commoventi in cui Marco presagisce disperato e impotente l’inattesa fine dell’unica sua figlia, la seconda è la rappresentazione spettacolare, quasi fosse un tragico set teatrale, della preventivata morte del protagonista, assistito e confortato dai parenti rimastigli: distrutto dal cancro, vorrà porre fine alle sofferenze, coadiuvato con la sedazione profonda e la successiva iniezione letale.
Un grande autore per un grande romanzo: Marco Carrera, a mio parere, si delinea già come uno dei personaggi meglio riusciti di questi primi anni nella letteratura del terzo millennio.
In appendice, una lunga serie di note su luoghi, citazioni, film ed autori riportati nel romanzo.

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Il colibrì 2020-01-24 04:18:10 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    24 Gennaio, 2020
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Le cose sono innocenti, Giacomo

Il colibrì è il nomignolo che Sandro Veronesi escogita per il protagonista Marco Carrera, tanto per le sue caratteristiche fisiche di ragazzo (“Lei è stato molto più basso dei suoi coetanei al punto che sa madre lo aveva soprannominato il colibrì?”), quanto per l’energia che Marco spende a mantenersi fermo di fronte alle disgrazie della vita (“Perché proprio io, rinunciare a tutti questi soldi? Perché proprio io, scampare a un disastro aereo? Perché proprio io, perdere una sorella in quel modo? Perché proprio a me un divorzio così terribile? Perché proprio io, porre materialmente fine alla vita di mio padre? Perché proprio io, seppellire una figlia di ventidue anni?”).

Con teorie del tutto personali (“Era un equilibrio – l’unico possibile. La teoria dell’occhio del ciclone”), nell’idiosincrasia per la psicanalisi e in un substrato d’infelicità che promana dai genitori (“L’infelicità loro due l’avevano sempre prodotta, autonomamente, come certi organismi fanno con il colesterolo”), Il colibrì inventaria i reperti familiari (“Si tratta di tutto ciò che resta di una vita e di una famiglia che non ci sono più… Le cose sono innocenti, Giacomo”), ripercorre la collezione delle pubblicazioni Urania del padre, ne conserva i voluminosi plastici e assicura i ricordi della madre, affronta l’insolito disturbo psicologico della figlia, che pensa di avere un filo sulla schiena (secondo Il colibrì è semplice suggestione della scherma, per lo psicanalista è carenza nel legame con il padre), resiste alla tendenza ludopatica, pratica l’eutanasia al padre, si occupa di una nipotina orfana dagli occhi alogeni… e molto altro!

Spontaneamente – forse in modalità apotropaica - mi sono affezionato a questo protagonista sfortunato, così casto nell’infedeltà alla moglie e così perseguitato dalla vita: la sua filosofia è affascinante e merita affetto sincero.
La narrazione – mai pietistica e sottilmente ironica - è coinvolgente: patisce soltanto il voluto disordine cronologico con il quale gli eventi sono raccontati, rallenta nell’epistolario tra colibrì e amante, ha uno sbalzo vaneggiante nel futuro disegnato per la nipotina.

Giudizio finale – citazioni da Woody Allen:
1) Lo psichiatra è un tizio che vi fa un sacco di domande costose che vostra moglie vi fa gratis.
2) Il sesso senza amore è un'esperienza vuota, ma tra le esperienze vuote è una delle migliori.

Bruno Elpis

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... La coscienza di Zeno di Svevo, Il male oscuro di Berto.
Consigliato altresì a chi apprezza i film di Woody Allen.
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Il colibrì 2020-01-13 09:39:58 Davide Meloni
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Davide Meloni Opinione inserita da Davide Meloni    13 Gennaio, 2020
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Una preghiera per tutte le navi in mare

Si parla di Il Colibrì, ultima fatica di Sandro Veronesi, come del miglior romanzo del 2019. E in effetti è uno di quei libri che ti incollano alle sue pagine e che verrebbe voglia di riprendere da capo appena letta l’ultima riga.
Il protagonista della storia è Marco Carrera, oculista fiorentino trasferitosi a Roma. Veronesi riesce nell’impresa di dar vita a un personaggio indimenticabile, un eroe dei nostri tempi, raccontandone le drammatiche vicende dalla giovinezza alla vecchiaia con un’ironia e una tenerezza che fanno fin da subito affezionare a questa figura. È lui, Marco Carrera, il colibrì, perché conduce la sua esistenza comportandosi come questo animale che è capace di battere le ali con estrema rapidità con il solo scopo di restare fermo in aria. È ciò che riesce a fare anche Marco Carrera: star fermo, saldo, immobile. In un mondo che fa del cambiamento continuo un valore da perseguire a tutti i costi, Marco ha il dono di non spostarsi, mentre la vita attorno a lui è una tempesta: il suo matrimonio fallito per via di una moglie che si rivela lontana anni luce da quello che appariva all’inizio del loro rapporto, una storia d’amore impossibile durata cinquant’anni con Luisa, donna conosciuta da ragazzo mentre era in vacanza, una famiglia di origine con problemi giganteschi, più o meno nascosti, la strana e preziosa amicizia con lo psicanalista della ex-moglie, il rapporto struggente con la figlia Adele e con la nipote Miraijin, nome giapponese che significa “uomo del futuro” e che diventa il simbolo dell’umanità nuova che verrà. Personaggi imperfetti, che riescono a fare tanto del male gli uni agli altri, ma anche capaci di un’umanità che tutte le ferite della vita non riescono a cancellare.
Le vicende del romanzo abbracciano un periodo che va dagli anni Sessanta al 2030, ma vengono raccontate secondo una cronologia tutt’altro che lineare, con un continuo andare avanti e indietro nel tempo, regalando una sequenza di avvenimenti, conversazioni, lettere, riflessioni disposti in modo caotico. Un po’ come le tessere di un puzzle che vengono tirate fuori casualmente dalla scatola, ma che pian piano vanno a incastrarsi tra loro per dar forma ad un’immagine sensata. Anche in questo libro il senso di una vita emerge, piano piano, ma non perché ad un certo punto tutto diventa chiaro. Al contrario, ciò che viene fuori è il grande mistero della storia di un uomo, sempre sul punto di perdersi, eppure capace di abbracciarla e amarla la sua vita, nonostante tutto.
Il Colibrì è un romanzo postmoderno, perché il protagonista è smarrito nell’esistenza, senza nessun dio da seguire o ideale da difendere, ma non è un romanzo nichilista, perché il tema di una possibile redenzione è sempre sullo sfondo, nonostante il controverso finale. Su tutto sembra dominare un destino che, a dispetto di quanto succede ai personaggi del libro, non si riesce a definire crudele. Non è un libro cristiano, come non lo è il suo autore, ma, proprio come il suo autore (che alcuni anni fa ha scritto un suo personale commento al Vangelo di Marco) sembra rivelare la grande nostalgia di un Dio che sappia abbandonare il cielo e venire ad abitare tra le nostre misere esistenze. Non è un libro su Dio, ma nelle ultime pagine si invita a pregare «per tutte le navi in mare» e – sarà un caso? – le parole che chiudono il romanzo sono proprio “buon Dio”.

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