Narrativa straniera Racconti Non chiamarmi col mio nome
 

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Non chiamarmi col mio nome

Letteratura straniera

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La prosa di Purdy potrebbe suonare anacronistica, con le sue didascalie, il suo marchiano "tell don't show", questi personaggi che fulminano a bruciapelo gli interlocutori con domande sul senso delle cose, stridenti nella loro chiarezza e crudeli nel loro essere stralunate. I neon di un cinema notturno piuttosto equivoco squillano "uomini uomini uomini", e nella sala buia qualche marchettaro è intento a conoscere col tatto corpi e fremiti propri e altrui. Così come gli Holden efebici che perlustrano gli anfratti più bui di un parco sordido varcano quel territorio di confine che è l'omosessualità, allo stesso modo la lingua di Purdy sta e si misura fra ciò che dice e ciò che esclude dall'esser detto, ciò che rimane fuori ma soprattutto sotto l'abito di parole confezionato da questo formalissimo sarto letterario. Sotto una spessa patina di urbanità e manierismi, pulsa una voragine di desiderio e gli interpreti azzimati e ossequiosi di queste turpitudini mai esibite, ma solo ruminate e vissute, hanno un'onomastica e una "quirkiness" tutta dickensiana. Nell'America che ha fatto una patologia della sua purezza, Purdy si prende il rischio di addossare la colpa alle vittime, con una prosa perturbante che non disvela e non smaschera, ma anzi fa più buio quando ci sono tutte le luci accese.



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Non chiamarmi col mio nome 2019-06-06 02:48:23 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Giugno, 2019
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Sei tu che hai ordinato Fenton

Non chiamarmi col mio nome di James Purdy è una raccolta di racconti con un tema dominante: quello dell’inquietudine e dell’incapacità di interpretare e definire un disagio spesso sottaciuto e che non si manifesta in forma esplicita.

La raccolta culmina nel racconto lungo intitolato “63: Palazzo del sogno”, una storia complessa ove realtà, sogno e morte si fondono.

In un parco equivoco (“Qui gli uomini che venivano a vagare brancolando senza meta come lui erano ovviamente ombre dell’inferno”) lo scrittore Parkhearst – sempre a caccia di storie – arruola Fenton e lo conduce al cospetto della Granger, “la grandonna” (“Sei tu che hai ordinato Fenton”), una ricca signora che vive nel rimpianto dell’ex marito, Russell (“Pensavi che mi avrebbe ricordato Russel?”).

Fenton vive con il fratellino Claire (“Voleva disperatamente liberarsi di Claire e mentre sentiva questo sentiva più che mai amore e pietà per lui”) nell’indigenza e in un palazzo abbandonato, ma presto cede alle lusinghe e alle gelosie dell’ambiguo triangolo con gli adulti (“Lui voleva vivere quella nuova vita con la Granger e Parkhearst. Voleva essere un altro, voleva portare gli abiti di Russell, voleva la vita che gli si offriva e che Claire ostacolava”).

Poi Fenton incontra Bruno e, dopo una nottata di follia (“Le ore del mattino… segnarono il punto di non ritorno, non posero fine alla sua giovinezza ma la resero superflua, come l’età per un dio”), ritorna al palazzo per un macabro addio a Claire.

Giudizio finale: inquietante, oscuro, disadattato.

Bruno Elpis

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