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Sentieri sotto la neve
 
Sentieri sotto la neve 2014-09-18 14:11:12 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    18 Settembre, 2014
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Il culto della memoria

“Lassù la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell’Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa più nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.”

Benché abbia letto pressoché tutto ciò che ha scritto, ogni volta che prendo in mano un suo libro, già dalla prima pagina, resto stupito della straordinaria capacità di comunicare, una dote evidentemente innata che Mario Rigoni Stern ha saputo coltivare arrivando a livelli qualitativi elevatissimi. Riesce a ricreare, con semplicità, atmosfere che spesso ci sono sconosciute, racconta come se fosse lì davanti a te, magari in una casa di montagna appena illuminata dalle vampe del fuoco nel camino, e fuori è tutto bianco di neve e gelido, ma lì, in quell’ambiente, c’è un sano tepore, un profumo di resina che aleggia insieme alle parole, che, pacate, lui pronuncia. Sono storie di guerra, oppure ricordi di anni passati, sono ritratti di personaggi scomparsi da tempo, sono descrizioni della natura nel corso delle stagioni; Rigoni Stern racconta in un fluire di ricordi che piano piano vengono a definire il monumento della memoria, perché se non sappiamo quali sono le nostre radici, come si sono sviluppate, inevitabilmente siamo orfani del presente, incapaci di orientarci in una vita che arriva a sembrarci senza senso.
E di queste rimembranze sono intrisi anche questi sedici racconti che riuniti formano una raccolta, molto opportunamente intitolata Sentieri sotto la neve.
La frase che ho trascritto in epigrafe è l’ultima di questo libro e ha un significato profondo, riassume ciò che per un grande scrittore deve essere la vita, e cioè raccontare di ciò che è stato, un patrimonio insostituibile da lasciare ai posteri affinché sappiano camminare sull’impervio sentiero dell’esistenza.
L’opera è suddivisa in tre parti: la prima è relativa a un periodo di tempo molto remoto, la seconda a uno che è più recente e la terza è il presente.
Non c’è un racconto che non sia riuscito, che non sia almeno buono; sono tutti eccellenti, con qualcuno che lo è più di altri. Se incalzante è “Che magro che sei, fratello!”, la storia del ritorno solitario dal lager, struggente è Un pastore di nome Carlo e magico potrei definire Osteria di confine, una ferma condanna di ogni guerra, senza retorica, senza ricorso a luoghi comuni, tanto che forse è quello che ho apprezzato di più. Ma assai riuscito mi è parso anche L’altra mattina sugli sci con Primo Levi, un’immaginaria escursione sulla neve con il grande scrittore torinese già scomparso e che più volte in passato aveva manifestato il desiderio di questa passeggiata alpina, senza che si concretizzasse per svariati motivi. Benché la narrazione sia come al solito semplice, ci sono momenti in cui Stern riesce a imprimerle dei toni sublimi, come nella prosa poetica che si trova in Caprioli.
E’ una lettura che coinvolge, è un’esperienza di partecipazione a fatti o avvenimenti a cui ci si abbandona con voluttà, incantati dal pregevole italiano, che molti narratori odierni purtroppo ignorano, soddisfatti ed entusiasti pagina dopo pagina, consapevoli che stiamo nutrendo la nostra anima, che la serenità che lenta ci avvolge non potrà che essere il frutto di tanta bellezza.
Ogni ulteriore commento credo sia superfluo.


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