Saggistica Economia e finanza La società del benessere comune
 

La società del benessere comune La società del benessere comune

La società del benessere comune

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Il mito della crescita sta finendo? Vari segnali ambientali ed economici ci dicono di sì. Ciò nonostante l'attuale sistema economico continua a indicarlo come il suo principale obiettivo, usando come giustificazione l'occupazione. È sempre più evidente, però, che di occupazione non se ne creerà più a causa delle crescenti disuguaglianze nella distribuzione del reddito, della globalizzazione e dell'austerità. L'intrecciarsi delle contraddizioni interne al sistema con la crisi ambientale, indica che se vogliamo trovare risposte ai drammatici problemi sociali che affliggono l'umanità, dobbiamo trasformare in profondità il sistema economico, a partire da un radicale ripensamento di concetti di base come lavoro, mercato, economia di comunità. Dopo una prima parte in cui si analizza come il vigente paradigma economico sia organizzato per distruggere, piuttosto che creare lavoro, e come la crisi ambientale blocchi qualsiasi sogno di crescita, l'opera prosegue con una seconda parte nella quale si prospettano nuovi assetti organizzativi e nuove concezioni economico sociali capaci di coniugare dignità, piena occupazione e riduzione di produzione e consumi. Vengono, infine, indicati i passi concreti da compiere per facilitare la transizione: dal baratto, all'autosufficienza, dalle banche del tempo al fai da te, dalle comunità alla moneta locale.

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La società del benessere comune 2017-05-01 04:23:04 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    01 Mag, 2017
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Il sogno di un nuovo mondo

Crescente disoccupazione, lavoratori che vanno perdendo le tutele frutto di decenni di lotte, l’insicurezza che aumenta ogni giorno di più, il mito della crescita che sembra sempre più una chimera, la mancanza di una speranza che qualcosa possa cambiare in meglio fanno sorgere spontanea una domanda: che cosa sta succedendo alla nostra società?
A queste e altre domande hanno cercato di rispondere Francesco Gesualdi e Gianluca Ferrara con un interessante libro edito da Arianna. Lo scopo dell’opera è evidente: trovare i motivi che ci hanno portato allo stato attuale e suggerire i necessari rimedi. Così la prima parte, piuttosto corposa, tende a mettere in evidenza la crisi generale, economica e sociale, indotta dal pensiero neoliberista, che politicamente ha trovato fra i suoi paladini George Bush e fra i suoi teorizzatori il premio Nobel per l’economia Milton Friedman. Non è che abbiano scoperto un’idea nuova, in quanto è propria del capitalismo, e già a metà del XVIII secolo trionfava il laissez faire, laissez passer, cioè una netta repulsione a qualsiasi intervento dello stato in campo economico, nella convinzione che eventuali storture del liberissimo mercato si sarebbero aggiustate da sé. Sappiamo che non è così, tanto è vero che proprio in seguito alla grande crisi economica del 1929, una bolla finanziaria, si decise, dapprima negli Stati Uniti, di ricorrere anche all’indebitamento per avviare grandi opere pubbliche che potessero fornire occupazione e sostentamento a milioni di disoccupati. Fu tuttavia un fuoco di paglia, per quanto nel dopo guerra, anche per contrastare il timore dell’avanzata del comunismo sovietico, venissero adottate misure volte a integrare l’iniziativa privata con quella pubblica. Venuto meno, come è ben noto, il pericolo rosso, il capitalismo, che pur in precedenza non disdegnava l’intervento dello stato quando fosse a sostegno delle sue necessità, rialzò la testa e, influente grazie alle disponibilità finanziarie, ha avviato pressioni sui politici affinché quello stato sociale, frutto di battaglie e faticosamente raggiunto, venisse smantellato. É stata una guerra a tutto campo, che ha coinvolto i mezzi di comunicazione, il mondo della scuola, insomma tutto quanto potesse servire per ridurre il già limitato potere dei lavoratori; inoltre, sono stati indotti i governi a non effettuare investimenti pubblici per sanare la piaga della disoccupazione, al fine di creare una netta sperequazione fra offerta e domanda di lavoro, presupposto indispensabile per avere bassi salari.
Ho esposto solo in parte e in modo molto succinto le problematiche, a cui va aggiunta da qualche anno una riduzione tendenziale della crescita, circostanza che però, a patto di introdurre diversi correttivi, può non essere considerata negativa, anzi una sana e corretta decrescita salverebbe anche noi e il pianeta dal disastro ambientale e dal rischio sempre più concreto di esaurimento delle sue risorse. E con questo scopo si arriva alla parte seconda, alle formulazioni di fini e metodi per ottenere la Società del benessere comune, in cui si lavora meno, in cui il monetarismo tende a diventare un ricordo, dove la solidarietà impera a vantaggio di tutti. La finalità è senz’altro condivisibile, ma i metodi per raggiungerla presupporrebbero un essere umano diverso, un individuo che finalmente ha recepito e fatto proprio il pensiero sociale di Gesù Cristo. Ci si entusiasma anche a leggere le soluzioni, ma poi sorge inevitabile una domanda: si potrà fare? Forse sì, ma ripeto che è il materiale umano che deve essere diverso, altrimenti il tutto resta nel campo delle buone intenzioni. Comunque resta valida la traccia fornita dagli autori e chissà che un giorno dimostri di non essere una semplice chimera, ma dilaghi sul pianeta creando una nuova società, meno ricca, ma più umana.

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