Narrativa straniera Classici Antonio e Cleopatra
 

Antonio e Cleopatra Antonio e Cleopatra

Antonio e Cleopatra

Letteratura straniera

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Traendo spunto dall'opera di Plutarco e di Appiano, nell'Antonio e Cleopatra – composta tra 1606 e 1607 – Shakespeare mette in scena il conflitto tra ragione storica e ragione umana, tra esperienza d'amore e calcolo politico. Sullo sfondo fastoso e barocco della Roma imperiale, Antonio e Ottaviano incarnano due contrastanti e ambivalenti visioni del mondo, che superano la dimensione storica: corrotto e umanamente spontaneo il primo, esemplare e sprezzante il secondo. Su tutti campeggia Cleopatra, prototipo letterario della duplicità: principessa ammaliatrice e cortigiana d'Oriente ma anche eroina d'amore e donna soggiogata dalla passione, che riconosce nel suicidio l'unica, vera morte onorevole.



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Antonio e Cleopatra 2015-08-20 07:54:19 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    20 Agosto, 2015
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Passione tra storia e mito

L’opera si apre con Antonio fermo in Egitto presso la seducente regina Cleopatra, per la quale è preso da cieca passione. Tuttavia il triumviro, venuto a sapere che Pompeo si prepara ad attaccare nuovamente, è suo malgrado costretto a rientrare in patria per fronteggiare la situazione coi colleghi Lepido e Ottaviano. Per rinsaldare i difficili rapporti con quest’ultimo, si decide di dare in moglie ad Antonio sua sorella Ottavia, il che genera le ire di Cleopatra; tuttavia l’iniziativa si rivela presto fallimentare, poiché la fanciulla non può competere con la regina nel cuore di Antonio. Egli infatti, tornato in Egitto e dopo averne incoronato se stesso e Cleopatra sovrani, viene in conflitto aperto con Ottaviano. Lo scontro navale vede però il tradimento della regina d’Egitto, che ritira le sue navi, provocando la netta sconfitta del deluso e disonorato Antonio. Il triumviro tuttavia la perdona facilmente, così come farà di lì a poco dopo aver visto Cleopatra flirtare con un messaggero di Ottaviano. Cieco al tradimento della sua amata, riprende il conflitto col nemico, che ancora una volta risulta vincitore. Infuriato con la regina per averlo tradito, vuole ucciderla; dunque ella escogita uno stratagemma per muoverlo a pietà: rifugiarsi nel mausoleo e fargli arrivare la notizia della sua morte. L’esito del piano è però diverso da quello che Cleopatra si aspettava: invece di correre disperato al mausoleo a piangerla, Antonio opta per il suicidio e si fa uccidere da un servo; la regina arriva in tempo solo per vederlo spirare. Successivamente, temendo di doversi prestare al pubblico ludibrio a causa di Ottaviano, Cleopatra si avvelena morendo eroicamente e preservando il suo onore.

A metà tra storia e mito, tra tragedia e commedia (in quanto sono presenti elementi dell’uno e dell’altro genere), quest’opera pone simbolicamente a confronto Roma e Alessandria d’Egitto. Roma rappresenta il potere, si fonda sulla ragion di stato, incarnata da Ottaviano, e può essere letta in chiave metaforica come una critica alle costrizioni che il potere impone a coloro che se ne occupano. Alessandria rappresenta il trionfo dell’edonismo, fondato sul piacere e sulla bellezza che la bellissima Cleopatra incarna alla perfezione, e si configura come un luogo utopico d’attrazione, interpretabile come un’esaltazione delle naturali pulsioni dell’uomo. Tra la razionalità e la logica statale di Ottaviano e il desiderio sprizzato dalla seducente femminilità di Cleopatra si pone un Antonio incapace di gestire l’una e l’altra dimensione. Tirato da ambo le parti e incapace di conciliarle, egli finisce col degradare se stesso: infatti, da un lato viene meno al suo eroismo da condottiero scontrandosi con il suo collega triumviro e disinteressandosi della sua patria minacciata perché preso dalla passione, dall’altro persevera, come accecato, nel non rendersi conto dell’ambiguità della regina egizia, soprassedendo ai suoi tradimenti e giungendo infine all’autodistruzione. Peraltro, il suo dramma si consuma nell’ignominia, poiché egli non è nemmeno in grado di compiere da sé l’onorevole suicidio, umiliandosi ancora una volta e portando a compimento la composizione della sua immagine di anti-eroe vinto dalla passione.
A riscattare l’immagine di Antonio interviene tuttavia Enobarbo, personaggio secondario nel dramma, ma che è reso interessante da un’acutezza di pensiero, tanto che si può ipotizzare che a lui Shakespeare affidi il ruolo-chiave di trasmettere il messaggio dell’opera. Enobarbo è il luogotenente di Antonio, ma in seguito al traviamento amoroso di quest’ultimo, nel corso del conflitto con Ottaviano egli cambia schieramento, scegliendo di servire lo Stato. Tuttavia Antonio, invece di punirlo confiscandone i beni, ordina che questi gli vengano immediatamente consegnati; colpito dalla sua magnanimità e pentito del suo tradimento, Enobarbo si uccide: egli ha riconosciuto la grandezza di Antonio, la cui virtù esula dal valore come condottiero e riguarda, invece, il lato umano, di cui la passione è ovviamente parte integrante, seppur incontrollabile.
D’altronde anche Ottaviano, pur vincitore, mostrando il suo animo nobile, non riserva ai morti un trattamento indegno, anzi li seppellisce con tutti gli onori meritati.

L’ambiguità dei personaggi non consente di ricavare una morale univoca. Riconoscimento dell’ineffabile forza vincente della passione? Amaro riconoscimento da parte dell’autore della costante sconfitta dell’umanità di fronte al potere? Come sempre Shakespeare, con uno stile fluido e di grande altezza poetica, instilla il dubbio, lasciando allo spettatore/lettore l’arduo compito di rispondersi.

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