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Quando Sven Elversson torna a casa in Svezia, dopo anni di aristocratica educazione inglese e una spedizione al Polo Nord, ad accoglierlo trova solo diffidenza e disgusto: per quanto si metta al servizio della comunità, tutti lo evitano. Hanno saputo che lassù, tra i ghiacci, in preda alla fame e alla disperazione, ha mangiato carne umana, la colpa più grave che si possa commettere, che va contro uno dei più radicati tabù della civiltà: la sacralità della morte. Per i cannibali non c’è pietà. Neppure il giovane parroco riesce a perdonarlo. Anzi, è proprio lui, appena arrivato con la bella moglie Sigrun dalle lontane terre natali per fuggire la maledizione che grava sulla sua famiglia, a denunciarlo pubblicamente e a bandirlo dalla sua chiesa. E sarà lei, l’angelica Sigrun, che conosce la solitudine delle donne vittime di mariti che le «amano troppo» per lasciarle libere di realizzarsi, a vedere in Sven quello che è: un uomo buono e tormentato. Ma anche in quel villaggio di pescatori irrompe con la sua violenza la Prima guerra mondiale. E davanti alle atrocità di quella carneficina, sorge l’inevitabile interrogativo: è più sacra la morte o la vita? È più colpevole chi non rispetta un cadavere o chi accetta l’eccidio di uomini, donne e bambini? Con il crudo realismo di chi ha visto gli orrori del conflitto, ma anche con l’arte di chi sa fondere cronaca e leggende, avventure e senso del sovrannaturale, Selma Lagerlöf racconta una storia di caduta e redenzione che è una profonda denuncia non solo contro la guerra, ma contro tutto ciò che attenta alla dignità, alla libertà e alla sacralità di ogni singola vita umana.



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Bandito 2022-06-06 12:43:25 68
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68 Opinione inserita da 68    06 Giugno, 2022
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La sacralità e il disprezzo

Giusto condannare chi si pensa abbia violato la sacralità della morte e come giudicare chi continua a violare la sacralità della vita? Ogni guerra, carneficina di innocenti, è abominevole e insensata per definizione.
Quello che Selma Lagerlof scrisse oltre un secolo fa, dopo la Grande Guerra, è un romanzo intriso dell’ immortalità e della bellezza dell’ arte inserite in un senso di attualità’.
Sven Elversson è un giovane uomo tornato al paese avito dopo che, ancora bambino, fu affidato alle cure e all’ educazione di un’ abbiente famiglia aristocratica inglese per ricevere un’ istruzione consona alle sue facoltà intellettive.
È circondato da un’ onta impossibile da espiare, dopo una spedizione avventurosa nel nord Europa finita male, accusato di necrofagia e per questo inviso e allontanato da una comunità religiosa che condanna chi ha violato la sacralità della morte. Sarà la bella Sigrun, dolce e immacolata, moglie del parroco della comunità, il cui giudizio agli occhi di Sven è paragonabile a quello di una Corte Suprema, l’ unica persona ad accoglierlo e a considerarlo per quello che è, un uomo buono, saggio, onesto, un filantropo.
Sven vivrà un protratto isolamento forzato, cercando di espiare una colpa che crede di avere commesso e che lo esclude in toto dalla vita comunitaria.
Col tempo eviterà la compagnia umana e non solo, adotterà comportamenti molto umili, sentendosi mortificato, provando avversione e ripugnanza per se stesso, perfettamente consapevole del torto commesso.
Sigrun, a sua volta aliena al mondo, è costretta a mentire per sopravvivere a un matrimonio infelice con un uomo geloso che vuole trattenerla a se’, che l’ ha amata oltre ogni limite imprigionandola nel proprio egocentrismo, che non ne ha mai rispettato i desideri, costringendola a fingersi morta per ritornare in vita.
Lo scoppio della Grande Guerra trascinerà l’ Europa in un vortice di dolore e morte, migliaia di corpi restituiti dal mare in attesa di sepoltura. Quale il destino di Sven, e quello di Sigrun?
Il romanzo di Selma Lagerlof è una fiaba del reale dalla forte connotazione pedagogica, i personaggi rappresentano altro, simboli in una trama apparentemente e forzatamente cruda che tra le righe trasuda amore, dolcezza e condivisione.
Il destino infelice di Sven Elversson, antieroe per definizione, salvato non dal suo amore ne’ dalla sua missione, ma dal pensiero della sacralità e della nobiltà della vita che lo libera dal proprio senso di colpa, può improvvisamente cambiare, ma ormai poco gli importa.
Non è forse la vita mille volte più inviolabile e più grande della morte? E che cosa è meno peggio, fare violenza a un morto o a un vivo? Vita e morte ingaggiano una lotta permanente, ma è indispensabile mantenere la sacralità della vita.
Se “ L ‘ imperatore di Portugallia “ descrive la forza dell’ amore genitoriale che contrasta la realtà dei fatti trascinando il protagonista in un delirio affettivo che lo trattiene nel cuore di un’ illusione di vita, accentuando la crudeltà della trama, in “ Il bandito “ una certa visione dei fatti crea e convalida un’ idea supposta a partire da una presenza dogmatica che non può essere contraddetta e che precede e contrasta un reale inverso.
Eppure quella fine che pare già scritta, quella vita da vivere e già finita, può essere ribaltata e portare un vento nuovo, non estraneo ne’ inseguendo rivelazioni sorprendenti, ma ispirandosi a un cambiamento di rotta e alla forza dell’ amore e del perdono, frutti coltivati e raccolti nel cuore dell’ io più profondo.

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