Narrativa straniera Classici Confessioni di un oppiomane
 

Confessioni di un oppiomane Confessioni di un oppiomane

Confessioni di un oppiomane

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La scoperta dell'oppio come scorciatoia per giungere alle vette della creatività letteraria. Confessioni di un oppiomane è l'autobiografia sincera e sconcertante di un autore che, con la sua predilezione per gli aspetti fantastici e grotteschi della realtà quotidiana, anticipò il gusto del decadentismo e fu intensamente ammirato da Baudelaire.



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Confessioni di un oppiomane 2015-09-24 15:39:52 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    24 Settembre, 2015
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Un antenato di Jim Morrison

Questo volume raccoglie alcuni dei più conosciuti saggi di De Quincey. Accanto a "Confessioni di un oppiomane", sicuramente il testo più famoso e celebrato dell’autore, sono infatti presentati "Suspiria de profundis", che non è la storia di una parente meno nota di Crudelia Demon ma una sorta di continuazione del saggio precedente, e "La diligenza inglese", altrove tradotto come "Il postale inglese", ritratto del viaggiatore in diligenza nell’Inghilterra del primo ottocento.
La lettura ci dà modo di penetrare nel mondo del romanticismo britannico attraverso gli occhi del suo rappresentante più eccentrico che, avendo fatto dell’uso dell’oppio una condizione esistenziale, traguarda le tematiche romantiche da una prospettiva distorta e allucinata. Non a caso De Quincey sarebbe divenuto uno dei maestri riconosciuti del decadentismo ottocentesco: in particolare Baudelaire ne era un fervente ammiratore.
Ne "Le confessioni di un oppiomane" De Quincey ci racconta le sensazioni e gli effetti (piaceri e pene) derivanti dalla sua dipendenza dall’oppio, anticipando tematiche che nei decenni successivi sarebbero divenute oggetto di indagine scientifica, psicologica e letteraria, quali il rapporto tra sogno e realtà o la percezione della realtà sotto l’effetto della droga. La prosa di De Quincey è sempre molto articolata e a tratti (anche a detta del curatore del volume) un po’ pedante, piena di digressioni: tuttavia il saggio si legge con piacere e, anche se certo noi lo leggiamo dopo che la letteratura e l’arte in genere ottocentesca e novecentesca ci hanno abituati a ben altra intensità rispetto a questi temi, non può sfuggire la carica eversiva e innovatrice che questo saggio ha avuto rispetto ai tempi in cui è stato scritto. I capitoli sull’uso dell’oppio, e sulla sua sostanziale esaltazione come mezzo per sentirsi bene e aumentare le capacità percettive, sono tra l’altro preceduti da pagine che ci descrivono la triste giovinezza dell’autore, che ribelle alle convenzioni si rifugiò a Londra e visse praticamente da clochard per un lungo periodo, avendo come amica del cuore una giovane prostituta. E’ un capitolo bellissimo, più vivido anche di molte ambientazioni dickensiane nella sua descrizione della Londra dei bassifondi del primo ottocento.
"Suspiria de profundis" amplia l’orizzonte delle tematiche trattate nel saggio precedente e si addentra in ambiti d’indagine quasi psicanalitici, di una sorprendente modernità. Nei brevi capitoli riprende la tematica del sogno e del suo rapporto con la realtà, quella della memoria individuale e collettiva (si può forse dire che il capitolo intitolato Il palinsesto del cervello umano anticipa tematiche proustiane), quella del dolore.
Riporto la conclusione del breve capitolo intitolato Visione della vita:
'Ma è con lo svolgersi della vita, specialmente le lotte che ci assediano, lotte per opinioni, situazioni, passioni, interessi contrastanti, che si forma e si deposita il funebre strato da cui si sprigiona il cupo rilucente splendore del gioiello della vita, che altrimenti emana solo un pallido e superficiale luccichio. O l’essere umano deve soffrire e lottare come prezzo di una più penetrante visione, o il suo sguardo sarà vuoto e senza rivelazione intellettuale.'
Credo sia esemplificativo sia dello stile dell’autore sia della grande forza anticipatrice delle tematiche che tocca: questo passo potrebbe tranquillamente essere l’incipit di grandi capolavori letterari della fine dell’800 e del primo ‘900 (ad esempio "La linea d’ombra" di Conrad).
"La diligenza inglese" è infine un saggio eterogeneo, con un primo godibilissimo capitolo in cui l’autore esprime la sua nostalgia per un modo di viaggiare, sul tetto delle diligenze postali, che ormai si sta perdendo nell’Inghilterra della ferrovia, che aveva il fascino della scoperta e permetteva incontri ed esperienze peculiari. Seguono due capitoli che a partire da un episodio realmente accadutogli mentre era in viaggio permettono a De Quincey di tornare su uno dei suoi temi preferiti, quello della morte.
In definitiva, se pure non si tratta di una lettura agevole, quella di questo volume di De Quincey ci permette di scoprire un mondo, il romanticismo inglese, venato di coloriture affatto diverse, tra le quali il nostro spicca per originalità e modernità: da lui in poi il contributo dato alla creazione artistica dall’uso di droghe sarebbe stato un oggettivo ambito della nostra cultura, giungendo sino a noi attraverso le grandi correnti delle culture alternative del secondo dopoguerra.

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