Faust Faust

Faust

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Ideato nel 1772 e terminato solo nel 1831 l'opus magnum, come Goethe stesso lo definiva, è un'opera unica nella letteratura e nel teatro europeo di tutti i tempi. Poema iniziatico per eccellenza, il Faust, alternando versi da epica tragica, dialoghi da ballata popolare, sofismi da opera enciclopedica, critiche da satira illuministica, ospita come un cangiante palcoscenico la rappresentazione poetica dell'eterna aspirazione dell'uomo moderno alla libertà, alla bellezza, all'assoluto.



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Faust 2017-05-29 15:32:21 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    29 Mag, 2017
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Lo Streben e il nichilismo

Il Faust è un poemetto drammatico pubblicato nella versione definitiva nel 1831. Quest’opera consacrò Goethe come il più importante autore della letteratura tedesca, nonché uno dei più rilevanti di quella mondiale. Alla sua composizione il poeta attese per circa sessant’anni, dunque il poema rispecchia il pensiero in evoluzione di Goethe di pari passo con l’avanzare dell’età. Thomas Mann ha sottolineato come la prima parte dell’opera, che è stata interessata dalle prime due fasi del processo compositivo, rifletta il poeta ancora studente, dunque i suoi istinti e le sue stesse storie giovanili, come quella con Margherita; la seconda parte, composta successivamente nella terza e ultima fase, riflette invece la maturazione e la vecchiaia di Goethe, la cui prospettiva tende quindi ad allargarsi.
Appartiene alla seconda fase il Prologo in cielo che, inserito nella parte iniziale, contribuisce ad innalzare il significato ultimo dell’opera, dando inizio al distacco dalla fase iniziale e preparando il trapasso all’universalità e alla maggiore profondità della seconda parte. In questa sezione infatti avviene un dialogo in cui il diavolo Mefistofele sfida Dio, che non si degna di rispondere a tono alla sua provocazione: l’oggetto del contendere è l’anima di Faust, che come tutti gli uomini “erra finché desidera”. E’ questa la cornice a cui si riallaccerà poi il finale del dramma.

“Somiglia la vita a questo poema:
ha un principio e una fine,
eppure non è un tutto.”

La storia riprende un personaggio di lunga e importante tradizione nella letteratura europea, quello del dottor Faust, uno studioso che vende la sua anima al diavolo in cambio della soddisfazione della sua infinita sete di conoscenza. Essenziale è quindi il rapporto che intercorre tra i due protagonisti, Faust e Mefistofele, che incarnano due aspetti sempre coesistenti dell’uomo. Faust è un uomo edotto in ogni disciplina ma sempre insoddisfatto per l’insufficienza del suo sapere; egli è annoiato dalla vita poiché cerca un infinito che gli è precluso dalla sua stessa natura umana.

“Il filo del pensiero è rotto.
Qualunque sapere, e da quanto, mi nausea.
Desideri che bruciano, calmarli
in fondo alle libidini.
[…]
Precipitiamoci nel fremito del tempo,
nel roteare degli eventi!
Allora dolori e piaceri,
successi e delusioni
s’avvicendino pure, come capita.
Solo se non ha requie l’uomo impegna se stesso.”

Quando pertanto fa la sua comparsa il diavolo Mefistofele a tentarlo per avere la sua anima, Faust è inevitabilmente attratto dalle sue ammalianti proposte di scoperta e piaceri infiniti, dunque accetta il patto con lui. In seguito Faust diventa un giovane cavaliere che invecchia poi nel corso del lungo dramma. Mefistofele, connotato dalla sua signoria sul repellente, sull’orrido, sullo sporco, incarna il negativo, ovvero la concezione del nichilismo: “Sono lo spirito che sempre dice no. | Ed a ragione. Nulla c’è che nasca | e non meriti di finire disfatto. | Meglio sarebbe che nulla nascesse.” E’ un personaggio votato alla distruzione e al disfacimento, alla ricerca del male. Ciò è reso ben evidente dalla sapiente costruzione di esso messa in atto da Goethe. L’autore, non rinnegando l’esistenza di questa parte sudicia nell’animo umano e nel suo stesso animo, vi si approccia con un atteggiamento di ironia: Thomas Mann ha evidenziato come quest’ironia sia segno del distacco critico con cui il poeta era in grado di analizzare lucidamente se stesso e la natura umana. I due parlano lingue differenti, hanno punti d’osservazione sull’uomo e sulla vita differenti, tanto che non lesinano reciproco sarcasmo. E’ l’interazione di Faust e Mefistofele, dello Streben e del nichilismo, del divino e del diabolico, dunque, a conferire vitalità all’opera e a garantirle quell’universalità che ne fa uno dei più importanti capolavori della letteratura mondiale.
Nel personaggio di Faust, sebbene costui parta come vecchio, Goethe riflette evidentemente se stesso. In particolare, nella prima parte dell’opera, informata dallo spirito dello Sturm und Drang, il poeta narra implicitamente vicende della sua vita da giovane, le sue passioni, i suoi amori, la sua ricerca di libertà, la curiosità verso il mondo e la scoperta dei piaceri. Emblematica di ciò è la storia con Margherita, che trova un corrispettivo diretto con la vita dell’autore; si tratta di un amore prettamente giovanile, caratterizzato dal vivace contrasto tra una sensualità soffusa e un sentimento puro, tra la bellezza attraente e la bellezza a tratti sacrale. Margherita è quindi un personaggio connotato da una manifesta verecondia e da una latente passionalità, il che genera l’impressione di un personaggio verosimile, una ragazza d’estrazione umile sorpresa dal corteggiamento di uno studente istruito, quale era Goethe ai tempi della storia d’amore. La loro storia comunque finisce male per la fanciulla.

Nella seconda parte dell’opera, quindi, Goethe estende il suo sguardo e, abbandonando l’autobiografia, punta a costruire un personaggio che rispecchi l’uomo contemporaneo, l’uomo moderno. Ecco dunque che Faust diviene simbolo dell’inquietudine romantica, dell’uomo volto vanamente e titanicamente alla ricerca dell’infinito, in costante tensione verso la scoperta di piaceri e obiettivi sempre più alti. Goethe cerca dunque la conciliazione dell’uomo moderno con l’universo classicistico: il romantico Faust seduce e si innamora della mitica Elena, tradizionale paradigma della bellezza. Nell’Elena di Goethe rivivono le suggestioni poetiche di Omero, di Saffo, di Euripide; si tratta di una donna emblema del bello e della seduzione, una donna dai tratti quasi divini, ben lontana dall’umanissima Margherita. Il loro amore, da cui nasce anche un figlio, Euforione, assume i connotati del magico, sfuma nella dimensione del viaggio onirico, al termine del quale, dopo l’assunzione in cielo di Elena ed Euforione, Faust rimane svuotato. Egli è invecchiato, è rimasto solo coi ricordi, con la sua natura umana e con la sua scommessa col diavolo; ha capito che il vero unico bene dell’uomo è vivere l’attimo.

“Passato! Una parola sciocca.
Perché passato?
Passato e puro nulla sono la stessa cosa!
A che pro dunque l'eterno creare!
Per far sparire il creato nel nulla
«È passato!» Che senso si ricava?
È come se non fosse stato affatto,
eppure gira in tondo, come fosse.
Per me io preferisco il Vuoto eterno.”

Mefistofele crede quindi di aver vinto, vedendo l’uomo sconfitto dal tempo, ma all’ultimo Faust è salvato insieme allo spirito di Margherita da Dio e dagli angeli per la sua costante aspirazione all’infinito. Il finale segna dunque la vittoria di Dio su Mefistofele, del bene sul male, dello Streben e del titanismo sul nichilismo, dell’uomo sull’umanità.

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Faust 2013-07-11 10:31:59 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    11 Luglio, 2013
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Incommensurabile.

Realtà o finzione? Percezione sensoriale o oggettiva e concreta comprensione? Quel che l’uomo vede, crea, fa, pensa e talvolta distrugge è frutto della sua brama di tendere all’assoluto, al divino che secondo le religioni risiede in tutti noi, oppure non è nient’altro che uno sfogo delle sue pulsioni più recondite, sopite ed inconfessabili? Istinto o intelletto? Passione o ragione? Mefistofele o Faust?
Questo è il tema, il problema, l’adagio su cui si svolge e si evolve tutta la più grande opera Goethiana, un opera incommensurabile, come lui stesso ebbe a definire, e di incommensurabilità e di imponderabilità, infatti qui si dibatte. Ma se l’uomo è davvero frutto solo del mero istinto, e il suo creato ne consegue, par dirci il grande scrittore, e dunque ciò che vede, lo percepisce solo attraverso gli occhi delle sue passioni, dello stato d’animo del momento, il reale rimane reale? E se invece il mondo, con le sue invenzioni, quelle dell’uomo, e le sue scoperte, fosse la concreta ed oggettiva conquista dell’intelletto umano, e la sua poliedrica multi sfaccettatura non foss’altro che il nutrimento stesso del nostro pensiero, il combustile che da vita alla scintilla del nostro essere? In un caso e nell’altro come si potrebbe venire a patti con ciò che siamo? Con quel che sentiamo, con l’alterno avvicendarsi di queste nostre considerazioni?
Realtà o finzione? Passione o intelletto? Faust o Mefistofele? E se l’uomo in realtà fosse entrambi, se in sé racchiudesse due nature contrastanti e proprio grazie a queste potesse intuire entrambe le realtà del mondo? L’esistenza di una in fondo non prevarica l’esistenza dell’altra, questo ci fa capire il Faust: l’intelletto nasce pur sempre dalla brama di scoprire e conoscere, dunque pur sempre di desiderio si tratta, e non è forse vero che maggiore è l’intelletto, più profonda, gratificata (o talora mortificata) è la passione? D’accordo esiste una realtà oggettiva, ne siamo tutti intimamente consapevoli, certo occorre però ammettere che questa realtà la si conosce solo attraverso le nostre percezioni, solo attraverso le nostre sensazioni, ma ancora una volta le nostre sensazioni, i nostri istinti non generano forse dal mondo esterno, non maturano in noi grazie all’esperienza di altre sensazioni, di altre percezioni provate? Dunque cos’è l’uomo? Cos’è il dr. Faust, il campione goethaino dell’umanità? Istinto o logica, senno o pulsione?
E’ entrambe, entrambe le nature dell’uomo, e ad esse è inscindibilmente legato e per questo imprescindibilmente condannato dalla mortificazione di un obbiettivo irraggiungibile: la comprensione della molteplicità del mondo attraverso l’elaborazione di una teoria unificatrice della naturale dicotomia umana.
Questo è il messaggio del Faust di Goethe, un messaggio che riassume in se il pensiero di mille anni di filosofia, storia e letteratura, un messaggio che pur rifacendosi all’antichità precorre il tempo gettando le fondamenta di quella che si evolverà come la filosofia psicanalitica degli anni a lui futuri, che con l’incessante streben del suo protagonista spalanca i cancelli all’introspezione letteraria, rivoluzionando il concetto di essere umano nella cultura per i secoli a venire: senza un Faust non sarebbero esistititi Dmitrij, Ivan, Alesa e Smerdjakov Karamazov, senza i fratelli Karamazov non sarebbero esistititi personaggi come Tom Joad e Santiago, e a loro volta senza di loro non sarebbero esistiti Nathan Zuckerman, Nick Shay e Aomame e Tengo. Senza l’opera di Goethe, ciò che ha significato per i fruitori dell’epoca, il modo in cui si è evoluta nelle rielaborazioni delle opere di altri scrittori, la maniera in cui è stata accolta dall’umanità e più o meno inconsciamente è divenuta patrimonio del pensiero moderno, o di quella che sintetizzando potrebbe esser definita come l’ auto consapevolezza globale della società attuale, senza il suo messaggio, non sarebbero esistiti scrittori come Dostoevskij, Steinbeck, Hemingway, Roth, DeLillo e Murakami e noi tutti avremmo sicuramente perso qualcosa, qualcosa che ci rende più coscienti dei nostri limiti e delle nostre potenzialità, della perspicacia del nostro intelletto e della profondità delle nostre passioni.
Ovvio, scontato, banale: non è certo il sottoscritto il primo a scoprire il valore di un opera di tale portata, un’ opera che i critici riconducono per importanza, contenuti e talvolta persino stile, niente meno che alla Divina Commedia, che la percepiscono, in una meravigliosa involontaria dicotomia così faustiana, come l’evoluzione dell’opera dantesca e al contempo la sua antitesi, con quell’eroico ed umano avvicendarsi di Faust a Dante e Mefistofele a Virgilio. No, non è certo il sottoscritto il primo a ribadire che Goethe in questo sforzo lungo tutta la sua vita, traendo dai classici tanto quanto dai romantici, si fa portavoce e pacificatore del principale diverbio intellettuale dell’epoca che voleva l’ambiente letterario spartito tra chi considerava di sommo valore la riscoperta dei fasti ellenici e latini e chi confidava nella weltanschauung delle passioni o per usare ancora una volta un germanismo, visto che tanto qui sì è in tema, dello Sturm und Drang.
No, non è certo questa una chiave di lettura originale dell’opera, del resto che altro si potrebbe dire del Faust che non sia già stato ribadito centinaia e centinaia di volte da persone, critici, letterati, filosofi, storici molto più importanti, competenti e senza dubbio acculturati del sottoscritto?
Nulla, assolutamente nulla, ciò che si può apportare al completamento di siffatta recensione, dunque, onde evitare di concedersi ancora al già detto, non posson altro ch’essere le considerazioni personali, le opinioni che ogni lettore si fa nel corso della lettura. Questo è l’unico possibile apporto concreto ad un opera tanto conosciuta e questo ormai è l’unico sprazzo innovativo che può destare un qualche interesse, anche se equivale a smettere i panni del recensore e calzare quelli del soggetto pensante, del singolo fruitore dell’opera, confidando che l’eccezione di questo breve personale excursus venga accolto come niente più che una semplice individuale opinione senza alcuna pretesa di ribaltare, contraddire o sconfessare (qual’ora possa essere il caso) tre secoli di avveduta critica letteraria.
Facendo dunque appello alla clemenza di tutti coloro che hanno campato sulle spalle del grande scrittore tedesco, insegnandolo, criticandolo, recensendolo e via dicendo, non resta che fare qualche umile, semplice, personale considerazione che si può risolvere nelle due seguenti ingenue ed infantili domande: cosa penso del Faust? Mi è piaciuto?
Io penso che il Faust di Goethe sia una storia alquanto strampalata e tremendamente noiosa. Una storia la cui trama ridotta ai minimi termini, priva di tutti i riferimenti letterari, filosofici, storici, non si regge in piedi più che l’allucinazione onirica di un ubriaco, che inizia con l’Urfaust in maniera accattivante (o per lo meno sensata), ma che poi collassa in un assurdo quanto illeggibile dipanarsi di eventi esoterici senza luogo, tempo e talvolta forma, eventi che senza la costante guida introduttiva, che grazie a Dio riassume schematicamente la trama, sarebbero non solo impossibili da seguire, ma anche privo di senso farlo. Certo permane sempre l’impressione di trovarsi di fronte ad un’opera gigantesca, la cui comprensione completa è sempre un passo avanti le proprie facoltà intellettive, ma ciò non è strabiliante, al contrario è fastidioso, tanto quanto lo stile che pare di pagina in pagina un crescendo di ridondante auto compiaciuto sfoggio di cultura.
Persino il protagonista, Faust, è tremendamente antipatico: non solo inganna ingenue fanciulle, mandandole poi a morte, per qualche frivolezza passionale, ha pure la faccia tosta di esaltarle come benigne muse il cui sacrificio è indispensabile per la sua maturazione psicologica, per la sua esaltazione intellettuale. E visto che poi le tenere fanciullette non gli bastano, va a scomodare addirittura l’ormai defunta Elena di Troia, dico Elena di Troia! E ci fa pure un figlio, umile il tipo… Ma non gli basta ancora pretende anche eserciti, terre, imperi, pretende di arrivare a conquistare la natura, di domare gli elementi e vessa costantemente quel povero diavolo di, …be del diavolo, che ogni volta pur di avere la sua anima è costretto ad assecondarlo in tutti i suoi pazzi desideri per l’eternità, per tutta la f… eternità! D’accordo sarà anche tutto allegorico, ma se fosse stato anche solo per un minuto, per un semplice singolo minuto reale, e se io fossi stato Mefistofele, alla prima sconclusionata richiesta, al primo retorico pistolotto auto celebrativo, gli avrei fatto: “A Faust… sai dove te la puoi infilare la tua anima?! Ma vaffan…!”
Perché in questo modo di fatto si può anche leggere l’opera di Goethe come una grande, retorica, ridondante ed egocentrica auto proclamazione del dr. Faust, dunque per estensione del genere umano e dunque per ulteriore estensione di Goethe stesso.
E stilisticamente parlando, noia a parte, (certo forse letta in tedesco…), attingendo dai classici greci e romani quanto dai romantici avrà percorso anche i tempi, ma loro, netti, definiti, genuini erano tutt’altra cosa: la logica di Goethe è un mero risciacquo dell’intuizione aristotelica, così la sua gotica mitologia è poco più che acqua sporca se paragonata all’indissolubile purezza romantica di Byron. Dunque nella progenie letteraria del poeta tedesco si potranno anche annoverare i grandi romanzieri russi, i realisti e neo realisti americani, perché unendo le due sopracitate correnti di pensiero è riuscito a sondare i meandri e i dolori dell’io, del conscio e del subconscio, in un’ opera che può essere intesa anche come un solo unico viaggio introspettivo, si può essere, ma rispetto agli originali, per usare una metafora a molti nota, non è altro che un banale nano che si poggia sulle spalle di autentici giganti.
Va be ma allora il messaggio profondo, le allegorie, il precorrere le tematiche di tre secoli di storia umana, che fine han fatto? Dunque secondo te è solo una noiosa stupidata oppure contiene in sé i semi di una più elevata comprensione del mondo, i germogli da cui nascerà il pensiero moderno?
Quale uno e quale altro?
Entrambi. E’ un’opera lenta, fastidiosa eppure magnifica ed elevata. Ed è proprio in questo, ai miei occhi che sta la sua grandezza, ciò che la rende appunto incommensurabile ed eterna: in come la si percepisce e in come la si capisce, in entrambi i modi in cui la si contempla, in quella assurda stridente dicotomia cerebrale che suggerisce si possa interpretarla sia nel bene che nel male, quella dicotomia così intimamente Goethiana che solo uno sciocco potrebbe non accettare, che solo uno sciocco potrebbe criticare facendo appello soltanto alla cerebrale compiaciuta intellettualità di una o alla viva, stolta e diretta volgarità dell’altra, in questo sta la sua grandezza, questo è ciò che la rende appunto incommensurabile ed eterna; poiché soltanto un ingenuo facilone non potrebbe avvedersi del fatto che l’intuizione faustiana dell’uomo è così potente e reale da condizionare persino la mente dei lettori nel mentre che leggono di essa, da fargliela detestare mentre la si apprezza, da fargliela odiare mentre la si ama.
Dunque non solo un’ interpretazione, non solo una recensione per quest’opera, ma due, all’opposto eppure unite, e per onestà intellettuale, se si è inteso il messaggio dell’opera, si devono accettare entrambe, poiché simile è l’insondabilità dell’essere faustiano, simile è l’insondabilità del nostro essere, e simile è la nostra goethiana realtà.
Il nostro io non si muove mai in un'unica direzione e così la vita che noi viviamo, e così il mondo che noi abitiamo, questo il grande scrittore tedesco l’aveva capito e l’aveva trasportato nella messaggio della suo poema: la realtà l’uomo la può contemplare solo accettando la propria limitatezza ma aspirando all’assoluto, solo accondiscendendo alle sue passioni ma mediandole con l’intelletto, questo ci dice Faust, questo ci fa capire Goethe.
Ri-calzando, dunque, i panni moderati, equilibrati e logici del critico, come è doveroso fare, ci si rende conto dunque, che sarebbe quanto mai, ingenuo se non addirittura fuorviante ridurre il Faust a un grezzo ammasso di banali opinioni personali, poiché di fatto si tratta di un’ opera profondamente allegorica, la cui complessità strutturale, filosofica e psicologica è ancora oggi oggetto di molteplici interpretazioni e discussioni, ma sarebbe ancora più ingenuo limitarsi a ciò che di quest’opera è già stato detto, uniformarsi alla concezione comune del lavoro Goethiano e in questo modo violentare il proprio istinto, il proprio io personale, l’impulsiva altra metà del mondo con cui Faust stesso deve fare costantemente i conti.
Dunque come considerarla, come giudicarla? Impossibile, poiché persino se non la si riesce apprezzare a livello personale, quanto meno gli va riconosciuto il merito di smuovere le coscienze degli uomini, appagandole, urtandole, o anche solo vagamente influenzandole. Gli va riconosciuto questo potere enorme, un potere che trascende il tempo e il luogo, un potere che si evolve durante le epoche, tra le culture e le genti, che è tanto universale da rimanerne inevitabilmente colpiti e tanto subliminale da farci sragionare, da farci perdere l’obbiettività di critici in nome di quella sorta di caduca rivincita demoniaca dell’io del lettore così simile alla pulsione mefistofelica del dr. Faust. Questo è il suo potere, questa è la sua forza, la forza di un’opera che, seppur stridente al giorno d’oggi, non è costretta da nessun legame temporale ma al contrario costringe il lettore ad uniformarsi ad essa, vincolandolo indissolubilmente a rileggerla più volte nel corso della vita, alla luce di nuove esperienze e di nuove acquisizioni culturali; questa è la sua grandezza, la grandezza di una lunga composizione poetica in cui si riconoscono molteplici difetti e solo alla fine si realizza che non sono nient’altro che uno specchio dei nostri, e il lavoro di Goethe non è altro che quello di evidenziarli, metterli alla luce, trascendendo il contesto, sociale, linguistico, culturale e geografico a cui si appartiene.
Dunque un solo poema e due recensioni, una sola idea, due pensieri. Come fare?
Vero, senza un punto di riferimento, senza un’opinione precisa la recensione smarrisce il senso, e a coloro che la leggono e non han mai letto il Faust, l’opera stessa potrebbe apparire insensata, ma così di fatto è la realtà secondo Goethe: un eterno contrasto tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere, così è il dottor Faust un eterno contrasto tra ciò a cui istintivamente tende e ciò che vorrebbe conseguire con la ragione, così è l’uomo che non ha peggior nemico di se stesso, così in fine è, ancora una volta quest’opera: noiosa, fastidiosa, superata eppure sublime ed eterna, un’opera appunto “incommensurabile” nel senso più stretto del termine.
Il mio voto personale ne è una diretta conseguenza…
(Consigliato con la traduzione in metrica della versione Mondadori)

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