Narrativa straniera Classici L'arte di essere felici
 

L'arte di essere felici L'arte di essere felici

L'arte di essere felici

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Nello sterminato fascio di carte che compongono gli scritti postumi di Schopenhauer si cela un abbozzo di eudemonologia – ossia l’arte di essere felici. Schopenhauer concepì infatti il disegno di radunare in un manualetto, articolandoli in cinquanta massime, una serie di pensieri che era venuto formulando nel corso del tempo e che insegnano come vivere il più felicemente possibile in un mondo in cui «la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano immediatamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa». Con la lucidità e il rigore a lui consueti, Schopenhauer giunge alla conclusione che la felicità di cui si discorre non è che un eufemismo, giacché «“vivere felici” può significare solo vivere il meno infelici possibile, o, in breve, vivere passabilmente».



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L'arte di essere felici 2013-12-28 10:20:32 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    28 Dicembre, 2013
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L’IMPORTANZA DI CIO’ CHE SIAMO E CHE ABBIAMO

Un filosofo risaputamente incline al pessimismo esprime in questo saggio la sua idea di felicità, riassunta in 50 massime e la definisce come uno stato relativamente poco doloroso. Punto di vista interessante e completo, in quanto esamina gli aspetti intrinseci ed estrinseci dell’essere umano, perché la vera esistenza dell’uomo è ciò che accade nel suo intimo; è quindi molto più importante come l’uomo accoglie ciò che la vita gli riserva, più che non ciò che di per sé la vita gli riserva, perché ciò che si è contribuisce alla felicità molto di più di ciò che si ha. La giusta prospettiva, a parere del filosofo, è quindi aspirare ad un presente sopportabile quieto e privo di dolore, guardando ciò che possediamo con gli stessi occhi con cui lo guarderemmo se ci venisse sottratto, senza aspirare a ciò che non abbiamo, in quanto questo può solo renderci infelici.

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L'arte di essere felici 2013-10-28 18:02:47 AndCor
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AndCor Opinione inserita da AndCor    28 Ottobre, 2013
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La lezione di vita del Maestro del pessimismo

"Come può l'innatamente infelice Schopenhauer scrivere un saggio sulla felicità che sia minimamente convincente?"

Lasciando da parte gli inconcludenti pregiudizi che nascono già alla lettura del titolo, possiamo affermare come questo testo di Schopenhauer sia fondamentale per inquadrare appieno il suo pensiero filosofico.

In barba anche al lettore più romanticamente ottimista, egli esordisce scrivendo che il " 'vivere felici' può significare solo vivere il meno infelici possibile, o, in breve, vivere passabilmente", e, non contento della premessa, nella parte conclusiva dichiara anche che "Com'è noto, alla domanda se la vita umana corrisponda, o possa corrispondere, a questo concetto di esistenza [cioè all'esistenza felice], la mia filosofia dà una risposta negativa".

'Eh, quindi i miei pregiudizi iniziali erano fondati. Perché allora dovrei leggerlo?", potrebbero pensare in molti. Giustamente.

La risposta ai vostri dubbi è presto data;
Sebbene Schopenhauer riferirà di una felicità relativa e catartica, che consiste nell'assenza di dolore, sfocerà in una "morale individuale e una saggezza di vita le cui regole e i cui consigli forniscono un efficace orientamento nel tempestoso mare dell'umana precarietà."

Senza soffermarci troppo nei particolari, altrimenti sarebbe un mero riassunto, il filosofo tedesco traccia le linee guida riguardo il vivere il più felicemente possibile senza grandi rinunce e grandi sforzi per vincere se stessi ('atteggiamento stoico'), e senza considerare gli altri solo come possibili mezzi per i propri scopi ('agire machiavellico').
Evolvendo appunto dall'epoché scettico e dal 'Principe' di Machiavelli, Schopenhauer ci propone cinquanta massime riguardo l'eudemonologia, ossia l'arte di essere felici;
Si tratta di concetti già assimilabili nell'ambiente scolastico come evitare i piaceri e l'invidia, svolgere diligentemente i propri doveri, perseguire l'assenza del dolore, essere giudiziosi, ai quali si alternano altri aspetti più 'impliciti' del suo pensiero, quali la centralità dei concetti di 'serenità' e 'ingegno' contro il dolore e la noia, il riconoscere il primato della Ragione, il vivere in funzione del presente e non del futuro, il lasciar emergere il proprio carattere, il proteggere la propria salute e l'avere un approccio fatalista nei confronti della vita.

Col procedere delle sue elucubrazioni, l'autore riuscirà anche a confutare il concetto kantiano di 'causalità' utilizzando il sillogismo aristotelico, fino a riservare l'ultima parte del testo per uno spaccato sull'Eudemonologia in senso stretto, in cui espone il paradosso del soggettivismo, il quale risulta fondamentale per vivere in pace con sé stessi, ma è altrettanto sfuggente rispetto al nostro controllo.
Fondamentale, infine, la differenza fra 'ciò che si è' e 'ciò che si ha', perché è il primo che determina il secondo e non viceversa.
Allo stesso modo, il giudizio degli altri è tenuto in gran considerazione dal mondo, ma in realtà non è altro che una vanità arida, superflua ed inessenziale al singolo individuo che persegue la felicità.
In conclusione, l'autore dichiara che "Alla considerazione, cioè al buon nome, debbono aspirare tutti; al rango debbono aspirare solo coloro che servono lo Stato; alla fama in senso superiore dovrebbero aspirare solo pochissimi".
Un saggio che risulta essere vera e propria trasposizione filosofica del laissez-faire economico; lo consiglio a tutti.

Un ringraziamento particolare per Flavio Insinna, che mi ha permesso di conoscere questo testo citando, in un suo programma televisivo, la seguente riflessione:
"Guardando tutto ciò che non abbiamo, siamo soliti pensare: 'E se fosse mio?', e così facendo ne avvertiamo l'immediata privazione. Viceversa, nel caso di ciò che possediamo, dovremmo pensare spesso: E se lo perdessi?"

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