Narrativa straniera Classici La danzatrice di Izu
 

La danzatrice di Izu La danzatrice di Izu

La danzatrice di Izu

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Scritto nel 1926 e divenuto a partire dal dopoguerra immensamente popolare – tanto da subire, nella mente dei lettori, quel processo di metamorfosi che un critico giapponese ha definito «creazione di un racconto nazionale» –, La danzatrice di Izu è la storia dell'iniziazione di uno studente che, per scacciare i suoi «tormenti di ventenne», si mette in viaggio verso la penisola di Izu. Un viaggio – nei colori autunnali di boschi incontaminati, catene montuose e scoscese vallate – che lo segnerà per sempre, giacché, grazie all'incontro con una giovane artista girovaga, scoprirà la pura bellezza. Kaoru ha lunghe gambe che rendono il suo corpo simile a un giovane albero di paulonia, occhi magnifici, e quando ride pare che sbocci: ma soprattutto colpisce in lei la semplicità piena di stupore, il candore infantile nel mettere a nudo i sentimenti. Effimera, evanescente, ineffabile nella sua assoluta naturalezza, la bellezza è dunque – come ci rivelano due magnifiche conferenze del 1969 che costituiscono il secondo pannello di questo libro – ichigo ichie, cioè incontro unico e irripetibile, miracolosa combinazione di elementi insostituibili: come il prezioso tè che viene raccolto nella prefettura di Shizuoka la ottantottesima notte dopo l'inizio della primavera, capace di regalare eterna giovinezza, lunga vita e salute. Scoprire e registrare fugaci momenti di bellezza nell'arte, nella natura, nella vita di ogni giorno, e insieme la gioia e il dolore che suscita la sua impermanenza è precisamente, per Kawabata, la funzione della letteratura giapponese.

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La danzatrice di Izu 2020-01-10 00:50:26 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    10 Gennaio, 2020
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Una quieta bellezza

Credo che l’essenza di questo racconto di Yasunari Kawabata sia ben espresso da una splendida poesia di Ungaretti, intitolata “Stasera”:

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia

È la malinconia di una bellezza perduta e da ritrovare, la nostalgia di una pienezza evanescente quella che il giovane protagonista della storia tenta di ritrovare, nel suo viaggio verso la penisola di Izu. Un viaggio di formazione tanto archetipico quanto insolito, perché il segreto da scoprire non è per una volta nelle profondità dell’animo del protagonista, nelle spirali occidentali e fangose dell’animo umano, ma anzi nella natura e nella sua semplice armonia. Anzi, crescere è proprio questo: imparare a vedere la bellezza delle piccole cose, la raffinata perfezione di un istante, la capacità di scorgere nell’esterno la forza pacificante della letizia. Non è un caso, in effetti, che la forma più emblematica dell’arte letteraria giapponese sia l’haiku, un componimento fulminante di 5-7-5 sillabe, che ha sempre un riferimento alla natura e, che nella più classiche delle struttura, non affonda mai nel torbido, ma sempre illumina un’immagine delicata, una “quiete accesa”. Non è un caso neppure che la poesia di Ungaretti con cui ho aperto sia un haiku, genere nel quale il suo ermetismo ha trovato plastica e cristallina consistenza. Per apprezzare a pieno la poetica orientale di Kawabata, anche il lettore è chiamato a una sorta di educazione, a un percorso di crescita, aiutato da due conferenze dello stesso autore in appendice al racconto. In una di queste, l’autore, in vacanza alle Hawaii, scova uno spettacolo di insolita bellezza nella rifrazione dei raggi del sole sui bicchieri scintillanti della colazione e segue per qualche minuto i giochi di luce e di ombre che si alternano con naturale fluidità. Ecco, la bellezza per Kawabata è l’istante miracoloso, un hic et nunc che non potrebbe darsi in altro tempo se non allora, in altro luogo se non lì.

“La danzatrice di Izu” è oggi, in Giappone, un testo nazionale, letto nelle scuole, citato da molti, travolto da un merchandising che illumina (e confonde) la storia d’amore tra il protagonista e la giovane danzatrice di una compagnia itinerante che incontra lungo la strada. In realtà quello del ragazzo non è amore, non brucia di fiamma e passione, e non è neppure un innamoramento; piuttosto è un’infatuazione, dove proprio l’essere fatuo risponde alla natura del libro. Il giovane ama amare, ma è un amore che prescinde dalla persona, dalla giovane danzatrice, tanto che è quasi sollevato quando scopre che è tanto piccola da non poter costituire nemmeno la tentazione di una realizzazione pratica del desiderio. È in questo dire l’essenza senza mai sfiorarla che sta l’arte di Kawabata: forse il protagonista è perfino omosessuale, come lascerebbe intendere il suo pianto finale sul grembo di un uomo, ma questo non interessa a nessuno, perché tutto il bello è nell’incantesimo di un attimo, nell’irripetibile gesto di una bambina in cui si rispecchia la divina perfezione dell’essere.

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