Narrativa straniera Classici La Marcia di Radetzky
 

La Marcia di Radetzky La Marcia di Radetzky

La Marcia di Radetzky

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Per Joseph Roth l’impero absburgico, prima che una realtà politica, fu un personaggio, forse il più grande fra i personaggi da lui creati, certo il più pervasivo. E La Marcia di Radetzky (1932) fu l’unico libro in cui Roth tentò di dare una rappresentazione frontale di tale personaggio. Lasciò che l’epos, invertendo la successione storica, fiorisse dal tronco del romanzo. Oggi si può aggiungere che Roth riuscì perfettamente nel suo intento. Questo libro, dalla prima riga all’ultima, ci prende come un’onda, e finiamo di leggerlo abbandonati a un ultimo moto di risacca. Bastano tre generazioni della famiglia Trotta, uscita dall’oscurità con il gesto di un sottotenente che salva l’Imperatore sul campo di Solferino, per farci percorrere l’immenso corpo fantomatico che l’aquila bicipite custodiva.



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La Marcia di Radetzky 2016-06-12 14:57:10 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    12 Giugno, 2016
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Il declino

La lettura di questo datato romanzo storico costituisce un vero viaggio nel tempo per chi ami immergersi in atmosfere passate.
Dato alle stampe nel 1932, il romanzo immortala gli ultimi decenni che segnarono il decadimento del grande impero austro-ungarico, guidato da Francesco Giuseppe.
E' innegabile il valore che assume un'opera simile ancora oggi, approdati in una società talmente distante dai costumi descritti da provarne una sensazion di incredulità.
Eppure tra le pagine del romanzo di Roth è narrata una fetta di Storia, vengono rappresentati uomini e ideali, la realtà del tempo domina su ogni altro aspetto.
L'autore si propone di descrivere una parabola, dai fasti del vittorioso impero alla caduta inesorabile, analizzando ascesa e discesa dell'aristocrazia, passando attraverso gli onori della carriera militare, vissuta con dedizione e orgoglio.

Il romanzo nella fase iniziale possiede un buon ritmo narrativo, piuttosto nella fase successiva e finale sembra perdere un po'di smalto, divenendo un quid cavilloso su alcuni particolari.
Il linguaggio, seppur valutato in traduzione, risulta moderno e appetibile, così da non limitarne il grado di piacevolezza.
Nell'insieme va reso merito a Joseph Roth per aver tramandato una società ed i valori cui era ancorata, per aver colto i tratti salienti di un'epoca di trapasso, per aver raccontato pregi e difetti, vittorie e sconfitte, ponendo la sua osservazione sull'uomo, sui suoi sogni, affetti e speranze.

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La Marcia di Radetzky 2015-04-17 20:54:12 siti
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siti Opinione inserita da siti    17 Aprile, 2015
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Che sarà?

Quando sei al cospetto di un bel libro, lo respiri subito: basta l’incipit e sai già di essere in buone mani.
La prosa ti accarezza, la storia ti fa dimenticare il presente, la narrazione ti avvolge in modo tale da sentirti tu stesso partecipe degli eventi.
Quando un autore ha la capacità di trasferire nel lettore la sua potenza creatrice portandoti dentro un mondo e facendotelo vivere, allora sai che puoi stare comodo nella tua poltrona, nel tuo letto, nella tua nicchia e mettere in moto la tua capacità di immaginare, così come l’autore vuole che sia.
E allora si sale in carrozza, si percorre il Ring, si entra a Schönbrunn, si parla con l’imperatore, si vive l’impero dagli eventi di Solferino all’inizio della prima guerra mondiale e si vive e si invecchia dentro un mondo bellissimo e in decadenza.
L’ottica è rovesciata rispetto a quella derivata dallo studio dei classici manuali di storia: la battaglia di Solferino è l’inizio della decadenza, per noi un traguardo dell’Unità nazionale, il triestino è l’ultimo dei sudditi, per noi oggi un connazionale, i moti del ’48 e le successive battaglie per il riconoscimento dei basilari diritti una conquista civile, là una noia da risolvere.
Burocrazia, efficienza, lustrini, uniformi, regolamenti: un apparato militare che incarna la grandezza dell’impero ma che è ormai svuotato del suo compito e che non ha più senso di esistere in un inatteso tempo di pace che all’insaputa di molti ma non di tutti anticipa la più feroce delle guerre tale da cancellare lo stesso sdegno che portò alla nascita della Croce Rossa sul campo di Solferino.
Nuovi nobili ascendono i gradini della scala sociale che non permette e non riconosce alcuna mobilità come non la si riconosce al più indomito pelo che non segue la linea delle fedine, poco importa se esse sono argentate e fuori moda, il segno dei tempi avanza oltre un ritratto, oltre il limite del più controllato confine, oltre l’identità sovranazionale in disfacimento. Galizia, Ungheria, Boemia, domini oltralpe: il tempo muta gli uomini e li riaggancia alla loro identità, nazionale questa volta.
L’eroe di Solferino lascia il passo al figlio Franz ma ne detta la cadenza: lo allontana dall’esercizio militare, ne fa un servitore reverenziale della patria e del suo imperatore e del suo apparato burocratico. La nomina nobiliare porta una famiglia modesta di Sipolje, in Galizia, a tradire la sua discendenza, l’eroe non lo farà. Lo stesso Franz governerà la vita del figlio Carl Joseph, invano. Niente è più governabile meno che mai i figli.
Leggere la “Marcia di Radetzky” è come rivalersi di quel senso di delusione provato nel vedere la Vienna di oggi. Visiti il palazzo di Hofburg, passeggi nel Ring e ti senti male perché la macchina del tempo non funziona. C’è ancora tutto: stanze private, edifici suntuosi, giardini immensi ma non lo splendore, l’essenza, la profonda appartenenza all’epoca storica. Aleggia un fantasma a Vienna: il respiro di un’epoca che non c’è più e che, con tutti i suoi limiti e le sue grandezze, dovette essere bellissima. Sono nostalgica io, immaginatevi Roth la cui vita fu segnata da questo periodo di passaggio, lui nato e cresciuto, come tutti i sudditi, “sub auspiciis Imperatoris”. Noi sappiamo, forse, quel che è stato, noi conosciamo ciò che ne è derivato.
Addio Ottocento, il Novecento incalzante e breve è seppur passato, a cavallo di due secoli ci siamo noi. Che ne sarà? Quanto può essere attuale il sentimento del tempo che fu e la paura del domani!

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La Marcia di Radetzky 2015-01-19 13:21:49 Portoro
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Portoro Opinione inserita da Portoro    19 Gennaio, 2015
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Una grandiosa marcia funebre

Gli ultimi cinquant’anni dell’Impero, con Francesco Giuseppe al trono, rappresentano il tentativo di conservare lo Stato nonostante tutti i segnali di un epilogo già in corso. È la decadenza, coi suoi rituali svuotati, le manovre in attesa di una guerra che si preannuncia fatale, il patriarcato cattolico, il mantenimento dell’ordine e dell’obbedienza nei sudditi, un imponente sistema pedagogico che mira al mantenimento di una cultura organica e sovranazionale. Il romanzo segue in parallelo la vicenda dei Trotta e quella dell’imperatore: un’epopea identificabile col declino di un’epoca che impasta burocrati e soldati, e che si regge su formalismi alienati, su una virilità che tace i sentimenti, incapace di manifestarli e, talvolta, di provarne. Tutto è un riverbero di fede (negli Asburgo, e in Dio), una sonnolenza di valori trasmessi con ottusità, per inerzia, di padre in figlio. Ci si sveglia quand’è troppo tardi, nel pieno di un incubo storico, e il pathos dilaga solo per dirsi addio, e morire.

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La Marcia di Radetzky 2014-04-04 08:38:38 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    04 Aprile, 2014
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La fine di un impero e di un’epoca

La prima guerra mondiale fu un conflitto che segnò la fine di quattro imperi: quello tedesco, quello russo, quello ottomano e quello austro-ungarico. Perché si arrivasse a questa immane tragedia, che costò la vita a milioni di soldati, non è ancora del tutto chiaro, anche se, assai probabilmente, fu l’ultimo disperato tentativo per conservare troni fuori dal tempo. E tale era anche quello dell’impero austro-ungarico, sul quale sedeva da ormai troppi anni Francesco Giuseppe, una figura che poteva benissimo identificarsi con quel coacervo di nazionalità che costituiva l’ultimo stato ormai quasi millenario che tanto aveva giocato un ruolo di riferimento dal tardo medioevo a quei primi anni del XX secolo.
L’impero austro-ungarico era in pratica Francesco Giuseppe, una sorta di cariatide ingessata in una visione largamente superata del concetto di stato, incapace di adeguarsi alle nuove idee e ai nuovi equilibri, scaturiti soprattutto dopo l’ultima esperienza monarchica francese, caduta nella rotta di Sedan. E Cecco Beppe, come ironicamente lo chiamavano i nostri irredentisti, non poteva non interessare un acuto osservatore come Joseph Roth, che finisce con il fornirne una rappresentazione frontale, anche se la sua presenza in questo romanzo non è di certo frequente, ma tutto è permeato dalla figura dell’imperatore, da quella battaglia di Solferino in cui fu salvato da un ignoto Trotta, a cui per gratitudine attribuì il titolo nobiliare, trasmissibile agli eredi. Della famiglia Trotta vengono seguite le vicende, con il figlio e il figlio del figlio sempre più irrealistici e assediati da un senso di incompiutezza, e contestualmente matura la disgregazione di una monarchia, con Francesco Giuseppe che invecchia, incartapecorisce, mentre di pari passo il suo stato si sfalda.
L’ultimo sussulto, il disperato tentativo di fermare un declino ormai inarrestabile è proprio la guerra, che nella sua tragica crudezza rivelerà la realtà di un mondo ormai anacronistico e che finirà, ancor prima di essere sconfitto sul campo di battaglia, con l’implodere.
Non credo che vi possa essere miglior libro per spiegare cosa accadde e perché, e soprattutto per comprendere come in fondo il padre padrone di questo impero fosse da tempo un morituro, un essere spento, gravato dal tragico destino dei figli, incapace di reagire, nascosto dietro il formalismo di un mondo fatto di esangui parate militari e da stanchi balli di corte.
Roth, cittadino asburgico, non nasconde la nostalgia per quel mondo, fatto di trine, merletti e da una staticità ben in contrasto con le realtà nascenti e volte all’affermazione di nuove identità, ma è talmente intelligente da non rimpiangerlo, se non come un’epoca che lui credeva felice ed eterna, e invece non era così.
Di questo spirito nostalgico sono non poche le pagine di autentica poesia, indubbiamente le migliori di un romanzo che ripropone però una caratteristica degli autori mitteleuropei da Mann a Musil, e cioè una ricorrente grevità, come se le parole e le frasi fossero macigni caduti sul foglio, Ma, credetemi, è l’unico appunto che si può fare a un’opera che, per struttura, capacità di analisi e anche raffinata e precisa ambientazione, può benissimo far passare in secondo piano una certa verbosità che a noi lettori di questo XXI secolo, abituati a prose assai più agili, potrà parere eccessiva.
Considerato però il romanzo nel suo complesso credo proprio che si possa tuttavia parlare di capolavoro, perché La marcia di Radetzky è uno di quei libri che più si leggono più si apprezzano.

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La Marcia di Radetzky 2013-10-28 07:09:55 Ero10
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Ero10 Opinione inserita da Ero10    28 Ottobre, 2013
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Di fronte a un capolavoro......

Quando ci si trova di fronte a un capolavoro è difficile fare una recensione perchè sarebbero solo parole nostre aggiunte ad un libro che invece va solo letto e gustato, con calma fino in fondo. La trama in breve. Siamo nel periodo che precede la caduta e il disfacimento dell'impero austroungarico. Tra bordelli, feste, parate militari, si sente la fine incombente. In questo momento la guerra è vista, anzi attesa, come qualcosa che porterà novità e spazzerà via il vecchio mondo. Ma sarà la Grande Guerra, portatrice di lutto e di morte. In questo periodo storico si inserisce la vicenda della dinastia Trotta. Il nonno Trotta è l'eroe di Solferino, colui che ha salvato la vita all'Imperatore Francesco GIuseppe durante la battaglia, il figlio è un funzionario statale, il nipote, tenente dell'esercito cadrà durante la guerra. E' la decadenza di un impero, la decadenza della tradizione, ma anche la decadenza dell'imperatore, sempre più immagine senza memoria. E gli spari di Sarajevo spazzeranno via tutto, aprendo nuove speranza destinate a naufragare nelle vicende della prima guerra mondiale, così terribile e sanguinosa. E' un libro bellissimo nato dalla penna di un grandissimo narratore che fa di personaggi anche secondari delle figure straordinarie. Restano nel cuore e nella memoria figure come quelle dell'attendente Onufrij, contadino prestato all'esercito di straordinaria umanità. E' un romanzo che richiede tempo e attenzione, ma ti ci trovi immerso, vivi la vicenda, ti gusti i particolari fino in fondo. Consigliato davvero a tutti

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