La mite La mite

La mite

Letteratura straniera

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"Immaginate un uomo, accanto al quale sta stesa su un tavolo, la moglie suicida che qualche ora prima si è gettata dalla finestra. L'uomo è sgomento e ancora non gli è riuscito di raccogliere i propri pensieri... Ecco, parla da solo, si racconta la vicenda, la chiarisce da se stesso". Così Dostoevskij presenta al lettore il proprio racconto: 'fantastico' perché registra come sotto dettatura i pensieri che si svolgono nell'interiorità dell'uomo, ma anche estremamente 'reale' nella sua verità psicologica. Passando attraverso vari sentimenti spesso contraddittori, prima discolpandosi, quindi accusando, dandosi spiegazioni che si riveleranno fasulle, il protagonista giunge a poco a poco alla verità.



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La mite 2020-03-20 11:57:23 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    20 Marzo, 2020
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Il misantropo

“La mite" è un romanzo pienamente in riga con la produzione dell'autore. Credo che se mi fossi trovato a leggerlo senza sapere a chi appartenesse la penna, ci avrei preso. Soprattutto, direi che quest'opera ha molto in comune con due altri romanzi: "Memorie dal sottosuolo", per il monologo e qualche tratto caratteriale dei protagonisti; "Delitto e castigo", per il delirio da cui sempre loro sono afflitti. Mi duole tuttavia dire che “La mite”, pur essendo un discreto racconto, non si avvicina neanche lontanamente alla bellezza delle opere a cui somiglia. Certo, non mancano i guizzi stilistici e i pensieri importanti, né tantomeno il protagonista è caratterizzato male; tuttavia credo che manchi qualcosa.
Il protagonista è fondamentalmente un misantropo, una persona sola anche in compagnia d'altri e manca, forse per questo motivo, quasi ogni contatto con l'esterno: con quella società disagiata e cadente che il caro Fëdor è così bravo a descrivere, che lascia il posto a un focolare domestico freddo e austero.
Dunque, al centro de “La mite” non c’è nemmeno una donna mite; essa è infatti solo il fattore scatenante della definitiva crisi di un uomo già afflitto da seri problemi: relazionali; d’autostima; di rimorso e rancore; da una specie di necessità subdola e incessante di prevaricare e "vincere "sugli altri, anche sulla sua stessa moglie che, anzi, sembra essere la sua vittima preferita. Quest'altro "uomo del sottosuolo" è un uomo che fa di continuo piani in cui è invariabilmente al centro e dove gli altri, se presenti, sono mere comparse. È la mite, involontariamente, ad aprirgli gli occhi; ma in quel momento è già troppo tardi, ha già irrimediabilmente rovinato quanto di buono avrebbe potuto trarre dalla sua vita coniugale.
Quante occasioni ha perso, in passato, per creare un matrimonio felice! Ma in fondo al cuore ha sempre lavorato contro sé stesso, per l'infelicità. Il velo che gli copriva gli occhi cade, ma è ormai tardi.
Credo che Dostoevskij, fosse nato più tardi, avrebbe affiancato alla sua carriera di scrittore quella di psicologo; è chiaro da avesse un talento incredibile nel sondare la psiche umana.

“[…] non c’è nulla di più offensivo e intollerabile che vedersi rovinare la vita dal caso, qualcosa che poteva succedere come non succedere, da un infausto concorso di circostanze che avrebbero potuto anche passare oltre, sopra la vostra testa, come nuvole. Per un essere dotato di raziocinio, questo è umiliante.”

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La mite 2019-09-27 12:47:02 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    27 Settembre, 2019
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Mite agnello di Dio

Recensioni in una cartella

Racconto lungo, tra gli ultimi scritti da Dostoevskij, “La mite” si sviluppa a partire da un’intuizione scenica brillante, quella di un uomo che, ai piedi della moglie appena suicidatasi come una martire con una reliquia in mano, ricapitola e riflette sui passi che la hanno condotta a quella fine. Un uomo permaloso, cinico, egoista, una ragazza sposata per un motivo sfuggente e una fine che minacciosa già sembrava gravare su una coppia fragilissima. Non c’è amore in questa storia, ma il dramma di una relazione che li ha imprigionati, estenuati, contraffatti. Storia come tante, epilogo, purtroppo come tante altre. Dostoevskij fa parlare il marito in un lungo soliloquio, fatto di crescendi e fughe, balbettî, prosopopea e contraddizioni, a voler rappresentare una realtà di oggettività impossibile perché filtrata, distorta, da un uomo che ricostruisce la storia inseguendo continuamente un punto irraggiungibile. Ecco, per fare il punto l’uomo parla e per fare il punto Dostoevskij scrive: da un caso di cronaca che lo ha colpito, sviscera una storia personalissima di rancori e rimorsi, di sguardi e gesti violenti, ma anche l’epopea muta dello spirito santo, l’epifania di qualche Dio che è tutto dentro l’uomo e che fallisce la sua agnizione. Il problema questa volta è il modo con cui Dostoevskij scrive: concettoso, verboso, asfissiante, adeguato al personaggio, certo, ma incapace di reggere una narrazione che, per quanto non lunga, non ha altri eventi e voci al di fuori di quella del protagonista. Ne segue un testo fragile stilisticamente, che si contorce e allunga in modo non necessario e che alla fine raccoglie poca legna e tanta, troppa cenere. D’altra parte, nell’infinito macrocosmo dei suoi grandiosi romanzi, quella della “mite” è una storia già scritta. Questa è solo un’appendice.

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La mite 2016-11-05 14:59:43 Nuni83
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Nuni83 Opinione inserita da Nuni83    05 Novembre, 2016
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Le contraddizioni dell'animo umano

Un romanzo breve che raccoglie il monologo/confessione di un uomo. Sua moglie si è suicidata da pochi istanti gettandosi dalla finestra.
L'uomo è sconvolto, accanto al corpo senza vita della donna, tenta di capire il perchè dell'accaduto e per questo ripercorre la sua relazione: dall'incontro agli istanti che hanno preceduto il suicidio della giovane moglie.
Una donna "mite" e buona che l'uomo in qualche modo decide di sposare proprio perchè così mansueta e domabile.
Il protagonista è superbo e a tratti irritante, ritiene di essere un gran gentiluomo oltre che un grande uomo di affari, e di aver salvato la donna con la sua proposta di matrimonio.
In definitiva ho odiato quest'uomo arrogante dalle cui parole però emergono sentimenti contrastanti. Il bene e il male si fondono. Il monologo ha un ritmo incalzante e coinvolgente, l'uomo si accusa e si assolve in modo confuso.
Descrive la sua vita matrimoniale facendone emergere tutte le contraddizioni. Assenza di dialogo, di confronto, di comprensione, assenza di amore: una somma di assenze che innalza un muro tra i due protagonisti.
La donna non è così mansueta, lui cerca di annientarla, lei si chiude nel suo silenzio.
L'incomprensione è la base sulla quale i due coniugi costruiscono barricate.
E nel momento in cui lui scopre di voler recuperare la donna decide il loro destino.
Anche in questo romanzo Fedor Dostoevskij scava nell'animo umano, tratteggia la psicologia di un uomo e di una donna e ci consegna un capolavoro da leggere a tutti i costi.

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La mite 2016-02-02 14:31:44 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    02 Febbraio, 2016
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Un Dostoevskij minore

Considerato da molti una perla letteraria poco conosciuta, il racconto “La mite” sembra solo qualcosa a metà tra uno sfogo e un esercizio stilistico e non aggiunge niente, a mio avviso, che non sia già stato scritto in alcuni capolavori dello scrittore russo.
L'incomunicabilità tra gli esseri umani in generale e tra donne e uomini in particolare non è del resto un tema originalissimo e se trattato con enfasi eccessiva, come avviene in questo caso, non arriva a toccare le corde sensibili di tutti i lettori.
C'è un uomo che straparla davanti al cadavere della moglie suicida, e attraverso i suoi vaneggiamenti, a volte palesemente contraddittori, ricostruiamo la sua infelice vicenda coniugale, nonché parte della sua vita di proprietario di un banco di pegni dal passato poco edificante. Assistiamo solo attraverso gli occhi dell'io narrante all'involuzione psicologica della moglie, ragazza intelligente e sventurata che si era illusa di trovare attraverso il matrimonio amore e sicurezza economica.
La freddezza del marito, calcolata a tavolino per una serie di considerazioni di cui non si riesce bene a venire a capo, finirà per spegnere il suo giovanile entusiasmo, mentre disprezzo e forse odio prendono nel suo animo offeso il posto dei teneri sentimenti, e a nulla servirà il pentimento dell'uomo:
“...mi guardò 'con severo stupore', proprio 'severo'. Da quel momento capii che lei mi disprezzava. Lo capii irrevocabilmente, per tutta l'eternità”.
Trama potenzialmente interessante, ma troppo farcita da crisi di nervi, febbri cerebrali e scene madri (“Caddi ancora davanti a lei, incominciai in ginocchio a baciare i suoi piedi”), a fronte di un soliloquio che appiattisce la narrazione e non permette un esaustivo approfondimento di fatti e personaggi.

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La mite 2015-12-28 21:49:53 Francj88
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Francj88 Opinione inserita da Francj88    28 Dicembre, 2015
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Alla ricerca di un senso..

Una ragazza, suicida, è distesa sul suo letto di morte, si è appena gettata dalla finestra e suo marito, un usuraio ex ufficiale, ricostruisce in un monologo le vicende che hanno portato al tragico epilogo. Dostoevskij definisce questo breve romanzo come appartenente al genere “fantastico”, non perché vi siano trattati argomenti non aderenti alla realtà, anzi pare sia stato proprio un fatto di attualità (il suicidio di una giovane donna gettatasi dall’abbaino di un grande palazzo stringendo al petto l’immagine di una Madonna) a ispirare allo scrittore l’idea del racconto. L’elemento fantastico sarebbe quello di immaginare la presenza di uno stenografo che avrebbe annotato i pensieri dell’uomo e a cui lo scrittore sarebbe poi subentrato per dare forma agli appunti.

Questo monologo, in cui si sprigiona tutto il "sottosuolo” che i lettori affezionati a Dostoevskij ben conoscono, ruota attorno al tema dell’incomprensione e tutti gli interrogativi che la voce narrante si pone sul perché le cose siano andate in un determinato modo, sono destinati a rimanere senza risposta. Il marito cerca di fare il punto dei propri pensieri ma si smentisce “sia sul piano della logica sia dei sentimenti” come ci spiega l’autore stesso nella nota introduttiva: è il contrasto interiore l’elemento che dà forma e stile all’intero racconto e, il tempo del racconto, visto lo stato confusionale dell’io narrante, non viene a coincidere con il tempo della memoria generando salti temporali e umorali che rendono questo romanzo un mirabile esercizio di stile.

I personaggi usciti dalla penna di Dostoevskij ancora una volta sono una perfetta chiave di lettura dell’animo umano e dei suoi turbamenti e nonostante il respiro ansante del racconto breve, riesce a condensare in una sessantina di pagine così come nelle più voluminose opere, l'insolubile irrequietezza di quell'animale instabile che è l'uomo.

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La mite 2015-09-23 19:12:02 sonia fascendini
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    23 Settembre, 2015
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L'ingenua

Un uomo si trova da solo a fianco del cadavere della moglie. La ragazza si è suicidata da poche ore ed il marito cerca di ricostruire la sua vita matrimoniale. Questo vedovo di cui non conosciamo neppure il nome ci racconta il suo incontro con una sedicenne che accetta di sposare un quarantenne solo per sfuggire alle grinfie di due crudeli zie o in alternativa al matrimonio con un cinqantenne bavoso.
Come spesso succede questa adolescente, che mite non è, cade dalla padella nella brace. Ingenuamente tenta se non di imporsi sul marito di essere parte attiva della coppia. Ma quell'uomo, che nion ha fatto in tempo a conoscere pensa di usare questa ragazzina per redimersi di fronte al mondo. Si crea un suo programma che prevede di annientare la moglie, niente maltrattamenti, o gravi privazioni salvo quella di una propria identità.
Racconto abbastanza breve, quindi da leggere in poche ore, ma molto intenso. Parecchi sono gli argomenti di riflessiioni e parecchie le pieghe del racconto che nascondono sfumature di colore sfuggite a prima vista. Certo tutto si può dirne tranne che grondi di ottimismo!

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La mite 2011-01-31 20:11:02 Arcangela Cammalleri
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Arcangela Cammalleri Opinione inserita da Arcangela Cammalleri    31 Gennaio, 2011
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La mite di Fëdor Dostoevskij

Scrive Ernst Bloch che l'esperienza dell'attualità non è uguale per tutti. Pare che sia stata l'attualità a dettare a Dostoevskij la storia narrata nella Mite. Grossman, nel ricostruire la genesi del racconto, ricorda che lo scrittore lo aveva progettato nel 1869 e ripreso 7 anni dopo nel Diario di uno scrittore, quando rimase colpito da una serie di suicidi verificatisi in quell'epoca, ma uno in particolare lo scosse. Una giovane sarta trasferitasi da Mosca a Pietroburgo, da sola, vivendo forse un dramma personale, si butta dall'abbaino di una casa di sei piani stringendo sul petto un'immagine della Madonna. Dostoevskij annota che questa creatura mite tormenterà il suo spirito. Da qui prende l'abbrivio della storia; la ragazza giace da poche ore sul suo letto di morte e il marito un usuraio, ex ufficiale, narra la sua "versione" dei fatti. In una sorta di monologo delirante e quasi annotando i pensieri che invadono la sua mente, il marito, a ritroso, ripercorre l'incontro e il tempo vissuto con la moglie rivolgendosi ad ipotetici ascoltatori come ad una rappresentazione drammatica. All'inizio una biondina esile e di media statura veniva ad impegnare degli oggetti, poi, in una situazione particolare, egli la nota e così conosce la sua misera vita; orfana di entrambi i genitori, sotto la tirannia di due zie e sotto la minaccia di un matrimonio con un mercante molto più vecchio di lei, sedicenne, la sposa lui, comperandola dietro un somma di denaro che offre alle sordide parenti. Il matrimonio, dopo un iniziale entusiasmo della giovane donna, si frantuma davanti ai silenzi di lui, al suo passato oscuro, aver forzatamente abbandonato l'esercito per una calunnia. La malattia della moglie prima, la rinata passione per lei e dopo il suicidio, aprono una serie di interrogativi in cui è difficile dipanare la verità. Perché la scelta di una morte così tragica? Incapacità di amare? Di sottrarsi ad un uomo ormai per lei estraneo? In questi rimandi di domande senza risposte, in un farneticare di colpe ammesse e poi ritratte, in un delirio misto di dolore e rimpianto, l'io narrante rimane impotente e disperatamente solo alla morte della giovane: “Quando ormai la porteranno via, io che cosa farò”? Dinanzi alla morte, in special modo, “scelta” si presenta il mistero di chi ci abbandona e il dolore di chi rimane (sia pure temporaneamente). Dostoevskij, nella nota dell'autore afferma di offrire ai lettori un racconto “fantastico”, sebbene lo consideri reale. Chiarisce che lo scritto non è un racconto nè un memoriale in quanto il protagonista non racconta, ma si racconta la vicenda, parla da solo, si contraddice sia sul piano della logica sia dei sentimenti. Ora si discolpa, ora accusa la moglie ora si perde in spiegazioni avulse dai fatti. Pensieri incoerenti si susseguono alla ricerca di una verità difficile da disvelare in maniera chiara e definita. Lo sviluppo del fatto si protrae per alcune ore e in maniera sconnessa rivolgendosi a se stesso e anche ad un immaginario ascoltatore, una specie di giudice. Come se proprio accadesse nella realtà e tutto venisse annotato e trascritto da uno stenografo certo in modo più conciso e scarno, soprattutto sul piano psicologico. E' questo che caratterizza il fantastico dell'opera, l'inverosimiglianza di chi mentre vive una situazione di dolore prenda quasi appunti mentre soffre e si dispera. Dei critici hanno definito questo stile “stenografico” riferire minutamente, nei dettagli, cercare di dare coerenza al flusso di pensieri che incoerenti sono. Il tema è quello del dramma di un uomo a cui il tempo per la verità è ormai sfuggito: “ Ho ritardato non più di cinque minuti” e la tragicità del gesto estremo della moglie dilania la sua mente e gli pone un interrogativo non più solvibile. Questo breve racconto, complesso nelle sue trame psicologiche, ha molteplici contrapposizioni bifronti: luogo reale/mentale, tempo cronologico/flusso della memoria, riflessione/azione, psiche femminile/maschile…. Il grande scrittore penetra negli animi umani e ne rappresenta le sconcertanti ambivalenze nell’angosciante ricerca d’identità dell’io che stigmatizza la nostra feroce pena dell’esistere.
La concessione della fantasia eleva la storia dalla sua realtà contingente e ne contraddistingue la sua grandezza artistica.

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