Nebbia Nebbia

Nebbia

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Pubblicato per la prima volta nel 1914, "Nebbia" è senz'altro il capolavoro del grande scrittore e filosofo basco, un libro nel quale è felicemente condensata la sua visione del mondo e del legame che unisce realtà e immaginazione. Nel narrare la storia di Augusto Perez, un giovane ricco e svagato che si innamora della bella e povera Eugenia, a sua volta innamorata di Maurizio, Unamuno genera un congegno narrativo che mette in torsione le canoniche categorie del romanzo. Ne discende un esempio di romanzo sul romanzo, un gioco di specchi all'interno del quale autore personaggi e lettore si confondono in una narrazione che è fatta con la materia dei sogni.



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Nebbia 2014-05-29 02:00:47 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    29 Mag, 2014
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Io sono io e tu sei tu?

Amo ergo sum, cogito ergo sum, edo ergo sum.
Un romanzo indefinibile, bellissimo, filosofico -grottesco dove il personaggio Augusto vive il suo malessere esistenziale nella sua non-realtà di ente di finzione dall'identità incerta, dai desideri strani. Augusto si innamora di una donna, Eugenia, e quindi delle donne in generale. In particolare si innamora di due donne (o forse tre) tra le quali non sa decidersi. Ma è importante decidersi? La donna, pare, ha un'anima collettiva; ha più individualità dell'uomo e meno personalità. Conosciuta una, conosciute tutte. La cosa importante non è tanto la scelta, è importante non essere soli. Il povero Augusto confiderà infatti al suo più fidato consigliere, il cane Orfeo, queste parole: "Ahi, Orfeo, Orfeo, dover dormire da solo, solo; dormire un solo sogno! Il sogno di uno è solo l'illusione, l'apparenza; il sogno di due è già verità, realtà. Cos'è il mondo reale se non il sogno che tutti sognano, il sogno comune a tutti?"
L'importante dunque non è tanto non essere soli, quanto essere reali.
C'è un senso nel romanzo e nelle preoccupazioni di AUgusto Perez. Augusto per anni si è sentito un'ombra, una finzione, un fantasma fatto di nebbia, dubbioso della propria esistenza, forse inventato da un misterioso genio.Di che cosa si dovrebbe preoccupare un personaggio se non della sua realtà o non realtà?
Perciò la storia che all'inizio sembra soprattutto grottesca, con Augusto che dubita di se stesso e gli altri personaggi, molto più concreti di lui, si fa seria. Gli interrogativi che sono buttati sul tavolo non sono solo un divertimento di Unamuno, un gioco con i personaggi a suon di filosofia.
La storia grottesca si chiude, intrappola a poco a poco il lettore nei fili invisibili del suo sottile ragionamento. Augusto non è così irreale, non più di noi. Lui personaggio nivolesco di una storia di Unamuno e noi, personaggi altrettanto nivoleschi di un'altra storia inventata da un altro misterioso genio, Dio. Il riferimento si fa preciso e letterale: il mondo non è stato forse creato dalle Parole (Verbo) di Dio? Così è detto, effettivamente, nelle Scritture. Perciò, chi si crede dio della sua storia e creatore dei suoi personaggi a sua volta ha un altro Dio sopra di sè e, forse, non è altro che un personaggio nivolesco lui stesso di un altra nivola; un Altro deciderà quando farlo morire.
Ma, anche i personaggi di una nivola non sono del tutto privi di libertà e quindi hanno una dignità perchè, protesta Augusto con Unamuno-autore, i personaggi hanno una loro coerenza e non li si può costringere a fare o dire qualsiasi cosa. Da qui la disputa che inizia il libro: Augusto non è stato ucciso da Unamuno ma si è suicidato (atto di volontà, quella volontà che scarseggiava quando veniva sballottato tra le due donne). E poi chi è più reale il sognato o il sognatore? Don Chishotte o Cervantes?
Tempo verrà che spariranno imperi, l'universo, la natura sarà spenta. Tutto si dileguerà ma non il Cantico del gallo silvestre insieme al sussurro di Jehova. "Rimarrà il verbo che fu in principio e sarà infine, il soffio e il suono spirituale che raccoglie le nebbie e le condensa." "L'immortalità o è di tutti o non è" "Per questo vi dico, lettori della mia Nebbia, che sognate il mio Augusto Perez e il suo mondo, che ciò è nebbia, nivola leggenda: è storia, è vita eterna.".

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Nebbia 2014-02-01 14:44:10 MariaL
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MariaL Opinione inserita da MariaL    01 Febbraio, 2014
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Noi tutti, nessun escluso, siamo enti di finzione.

“Augusto non camminava, ma passeggiava nella vita”.
Frase emblematica no?
Soggetta a numerose interpretazioni. Ci può essere la mia, la tua, la sua interpretazione che molto probabilmente non collimeranno neanche di una virgola.
Ammetto, l’ho dovuta rileggere più volte. Così come altri passi della “nivola”.
Per chi come me non è “addomesticato” alla lettura di libri di carattere da un lato filosofico dall’altro introspettivo potrebbe annoiarsi dopo le prime pagine.
Ma questo non accade. Perché?
Perché ingenuamente lo stile semplice e lineare di Unamuno cattura.
Si vuole sapere che fine fa Augusto, l’ “ente di finzione” di questo romanzo e soprattutto, dato che vengono somministrate a piccole dosi, come possono essere spiegate le varie sfaccettature della nostra vita, partendo dall’amore, trattando del matrimonio, dell’innamoramento, della nascita e della morte.
Augusto, signorino che da poco subisce il lutto della madre, è alla ricerca di una Donna con la quale sposarsi ma dopo aver seguito ( nel senso letterale del termine ) Eugenia, la giovane pianista, non può fare altro che innamorarsi perdutamente di tutte le donne che incontra. È mai possibile una cosa del genere? Per Augusto sì.
Su questo filo scorre la narrazione a tratti dinamica a tratti lenta, come a volere imitare l’andamento della camminata Augusto nella “nebbia” della sua vita inciampando continuamente in nuovi interrogativi che necessitano di riposte.
Tutto questo però, ribadisco, in maniera molto semplice. Quasi autoesplicativa.
Ma dicendo ciò non voglio lasciar intendere che sia una lettura estremamente facile.
Anzi.
Proprio perché si fa leva sempre sull'acutezza del lettore e sulla sua capacità di comprendere e di voler comprendere.
È come dire difficilmente semplice approcciarsi a tale lettura. A mio parere meravigliosa.
La fine della “nivola” è l’essenza della particolarità.
Lo stesso Unamuno diventa “ente di finzione” del suo stesso racconto.
Ma se in realtà fossimo tutti enti di finzione?
Se in realtà altro non siamo che burattini fittizi che alla men peggio recitano una parte già scritta?
Siete d’accordo?
Date alla luce la vostra unica interpretazione.

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Pirandello
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Nebbia 2008-06-07 00:51:33 galloway
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galloway Opinione inserita da galloway    07 Giugno, 2008
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L'ombra di se stesso

Pirandelliano è stato definito questo romanzo di Unamuno ed infatti esso costituisce un chiaro precedente dei "Sei personaggi in cerca d'autore" e di "Questa sera si recita a soggetto" di Pirandello che, nel 1928 fece rappresentare in Italia dala sua compagnia "Todo un hombre" di Unamuno. Anche in "Nebbia" (1914) Unamuno porta in scena se stesso come farà Pirandello, creando lo stesso rapporto, tra poesia e assurdo, tra autore e personaggio. "Povero uomo nei sogni, sempre cercando Dio nella nebbia": forse niente di meglio di questi versi di Antonio Machado serve a spiegare il titolo del romanzo: Augusto Perez, quando è messo di fronte, senza pietà, alla sua inconsistenza di personaggio, di "ente di finzione" come fanno del resto tutti i personaggi di Unamuno che si trovano a vivere una esperienza simile alla sua, cerca qualcosa al di là di se stesso che lo faccia "uscire dalla nebbia", cioè Dio.

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