Narrativa straniera Classici Un eroe del nostro tempo
 

Un eroe del nostro tempo Un eroe del nostro tempo

Un eroe del nostro tempo

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Lermontov compone il suo romanzo come un mosaico, attraverso il racconto di momenti o vicende illuminanti della vita del suo "eroe", riferiti da tre diverse figure di narratori: uno scrittore in viaggio, un capitano e il protagonista stesso. Le tre narrazioni sono inserite una dentro l'altra come in una matrjoska, e nel passaggio dall'una all'altra angolazione l'autore ci porta, con una sorta di zoom, a scrutare progressivamente sempre più da vicino, prima dall'esterno e poi dall'interno, fin nei suoi recessi più intimi, la personalità di "un eroe del nostro tempo".

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Un eroe del nostro tempo 2018-09-11 14:34:40 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    11 Settembre, 2018
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PECORIN O DELL'IMPOSSIBILITA' DI ESSERE NORMALE

“E odiamo casualmente e casualmente amiamo / nulla sacrificando né all’odio né all’amore / e ci regna nell’animo un tal segreto gelo / seppur fuoco bolla nelle vene.” (Michail Jurevich Lermontov: “Meditazione”)

Scritto tra il 1838 e il 1840, in un’epoca in cui il romanzo moderno inteso come genere letterario autonomo non più debitore dei procedimenti stilistici della lirica, del poema epico e della tragedia, era ancora alla ricerca di una sua forma stabile e codificata, “Un eroe del nostro tempo” rappresenta una profonda e geniale innovazione nel campo della narrativa russa ed europea in genere. Anzitutto, la struttura dell’opera colpisce per la sua complessità e la sua capacità di far interagire diversi livelli di narrazione. A un primo io narrante, un viaggiatore di cui non veniamo a conoscere neppure il nome, si affianca infatti Maksim Maksimyc, un vecchio militare in guarnigioni di confine, uomo semplice e schietto, che, trovatosi casualmente ad essere compagno di viaggio del primo, rievoca un episodio di cinque anni prima, incentrato sulla figura del compagno d’armi Grigorij Aleksandrovic Pecorin; infine, tramite il suo diario che giunge nelle mani del primo io narrante, è Pecorin stesso a condurre fino al termine la storia.
Accanto a questa moltiplicazione di piani di racconto, si assiste a una sorprendente frammentazione temporale: perché se è vero che, in linea di principio, la consequenzialità cronologica della vicenda è rispettata (il primo io narrante e Maksim Maksimyc si incontrano durante il viaggio; dopo un paio di giorni si ritrovano a una stazione di posta, dove casualmente si trova a passare lo stesso Pecorin; qui, il primo io narrante riceve da Maksim Maksimyc il diario di Pecorin, che verrà pubblicato in seguito alla notizia della morte di quest’ultimo), in realtà la storia di Pecorin, che è il motivo centrale del romanzo, è discontinuo e procede con notevoli salti temporali. Al primo racconto che, come già detto, risale a cinque anni prima, fa seguito un’improvvisa quanto breve irruzione nel presente del protagonista, mentre con la lettura del diario si torna a un periodo ancora antecedente a quello narrato da Maksim Maksimyc (un anno? due anni?). Il personaggio di Pecorin è quindi una sorta di complicato puzzle, che è possibile interpretare solo attraverso il riordinamento delle varie stratificazioni temporali. Ciò del resto si rivela quanto mai congeniale a quella che può essere definita come la caratteristica principale del romanzo: l’attenzione riservata ai processi psicologici dei personaggi. Anche se non mancano in “Un eroe del nostro tempo” fastidiosi residui di romanticismo byroniano (penso alle reiterate descrizioni di caratteristici sfondi paesaggistici o di certi tipi di “primitivi”, e dai rapidi passaggi da una scena all’altra), la grande novità dell’opera lermontoviana è costituita proprio dall’accurata analisi della fisionomia interiore di Pecorin. Questi si delinea lentamente, con studiata gradualità, fino a stagliarsi con sempre maggior chiarezza e diventare alla fine una figura emblematica a tutto tondo.
Pecorin, dunque, è l’”eroe” del titolo. In quale senso debba essere inteso questo termine è difficile dire. Sicuramente non nell’accezione generalmente accolta (e abusata da troppa facile letteratura) dell’eroe nobile, generoso e disinteressato. Pecorin è infatti un personaggio inquieto, tormentato e disilluso e, se indubbiamente è vero che nella Russia di Nicola I, dopo il fallimento della rivolta decabrista, il rifiuto di accettare la realtà, la protesta individuale e lo sprezzante distacco dalla società acquistavano connotati “eroici”, non è a mio avviso in termini di critica politica indiretta che può essere spiegato il suo multiforme carattere. Non credo molto neppure alla tesi in base alla quale la locuzione “eroe del nostro tempo” starebbe a indicare un ironico rovesciamento di ruoli, per cui, ragionando a contrario, Pecorin altro non sarebbe se non un personaggio malvagio e immorale. La stessa precisazione dell’autore, secondo cui Pecorin “è un ritratto costituito dai vizi di tutta la nostra generazione, nel loro pieno sviluppo”, suona piuttosto come una giustificazione preventiva a possibili accuse di disfattismo che come una interpretazione autentica. Il personaggio di Pecorin è in realtà ben più profondo di quanto possa apparire a prima vista, e la grandezza di Lermontov consiste proprio nell’averlo reso un rappresentante esemplare di quella sottile ed ambigua malattia spirituale che potremmo definire mal du siécle.
Non si può mettere in dubbio che la natura di Pecorin sia fondamentalmente buona e le sue aspirazioni encomiabili, eppure egli non riesce a tradurre tutto ciò in qualcosa di positivo, al contrario diventa fonte di infelicità per sé e per le persone che gli stanno accanto. Nikolaj Aleksandrovic Dobroljubov ha scritto che “si potrebbero paragonare queste nature a un terreno fertile. Seminate mais, segala e ortica nei dintorni di Pietroburgo, in un buon terreno (se riuscite a trovarne). Il mais, beninteso, non crescerà a causa dell’affascinante clima di Pietroburgo, e la segala sarà soffocata dall’ortica. Questo campo non è dunque buono a niente. Come potrà essere paragonato, per rendimento, a un campo arido che pur produce la segala, anche se di pessima qualità? E tuttavia non si può affermare che il suolo del primo campo non sia migliore! Abbandonato e incolto, privato del sole da uno steccato o da un edificio, ricoperto di ogni immondizia, esso sarà invaso dalle ortiche. Ma se capiterà in mano a un buon padrone, che spazzerà via le immondizie e le ortiche, darà un buon raccolto; e il padrone vi costruirà una serra e vi coltiverà le piante più delicate, al riparo dalle influenze nocive d’ogni sorta, proprie di Pietroburgo”. Il grande critico russo attribuisce, forse un po’ troppo sbrigativamente, la sorte di uomini come Pecorin a un negativo influsso ambientale, ricorrendo a una specie di determinismo sociale ante litteram. Anche se non concordo pienamente con questa tesi, che neppure le confessioni più visceralmente sincere dello stesso Pecorin autorizzano ad accettare, riconosco che proprio nella mancanza di solidi e radicati principi sta una delle cause principali della condizione del nostro personaggio. Spinto dall'ardore febbrile dei propri istinti naturali, Pecorin ha tutto sperimentato nella sua gioventù, ma tanto i piaceri del bel mondo e l'amore delle donne quanto le scienze e la vita militare gli sono ben presto venuti a noia. Egli ha rincorso follemente la vita cercandola dappertutto, ma non è riuscito a trovare uno scopo degno della propria immensa forza spirituale. Senza né fedi né ideali, Pecorin non è mai riuscito a comprendere verso quali obiettivi dirigere i propri impulsi e, non riuscendo ad andare al di là di una sterile e infruttuosa aspirazione ad agire, ha finito per farsi vincere dall’apatia, dal vaniloquio e persino dalla scelleratezza.
In un certo senso il destino di Pecorin è simile a quello del dostojevskijano Stavroghin: come lui disperde le proprie enormi potenzialità, inaridisce e diventa involontario strumento di infelicità. Manca però in “Un eroe del nostro tempo” una autentica problematica etico-religiosa (la quale è invece centrale ne “I demoni”), mentre il superomismo di stampo nietzschiano del “tutto è lecito” passa in seconda linea rispetto a quella particolare condizione spirituale che, tre lustri più tardi, prenderà il nome di “oblomovismo”. Non scandalizzi l’accostamento di due personaggi così apparentemente diversi come Pecorin e Oblomov. I tratti che li accomunano sono molteplici perché, se è vero che l’attivo e infaticabile Pecorin sembra l’esatto contrario del “vegetale” Oblomov, è altresì vero che l’azione del primo è solo spreco improduttivo di energia, che non porta a nulla di concreto se non all’immediato soddisfacimento di meschine passioni. Gli stessi viaggi, che conducono in continuazione Pecorin da una parte all’altra della Russia, non hanno una vera motivazione, sono delle fughe dalla realtà non meno dei sogni idilliaci di Oblomov. L’elemento di maggiore contiguità tra Pecorin e l’eroe goncaroviano, quello che in entrambi appare come il carattere naturale dominante, è però la paura di assumere fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni.
Pecorin non è un vigliacco nel senso comune del termine: egli sprezza il pericolo, sfida la morte nelle battaglie e nei duelli, si getta in situazioni rischiose per puro spirito di scommessa. Eppure in un certo senso egli è inequivocabilmente un vigliacco, come dimostra il modo in cui, novello visconte di Valmont, seduce, per poi cinicamente abbandonare, la giovane e innocente principessina Mary, la quale dà il titolo al più lungo e importante dei cinque racconti da cui è composto il romanzo. A spingerlo ad attuare con caparbia determinazione la conquista della bella principessina non è né la passione amorosa né l’attrazione sessuale, bensì una complicata miscela di sentimenti gretti e meschini, tra i quali spiccano l’eccitazione per la difficoltà dell’impresa, l’invidia per l’amico invaghitosi della stessa ragazza e l’inconscio desiderio di punire l’aristocratica alterigia inizialmente mostrata da Mary nei suoi confronti. Non si può dire però che il comportamento di Pecorin sia ispirato a un vero e proprio proposito personale di vendetta: anche se egli prova un sottile piacere nel portare la principessina, una volta scardinate le sue fragili difese, fino all’esasperazione (magari trattandola scortesemente o evitando di parlarle per intere giornate), il sentimento dell’odio gli è del tutto estraneo. La sua incapacità di comprendere a fondo le donne fa invece sì che Pecorin si muova nel terreno dell’amore come in tutti gli altri campi della vita: con disinvolta amoralità. “Esiste un indicibile gaudio nel possedere un’anima giovane che si schiude appena alla vita! Essa è come un fiore il cui grato olezzo evapora al contatto dei primi raggi del sole; bisogna reciderlo in quel momento e, dopo averlo fiutato a sazietà, gettarlo nella strada”. Nel momento in cui, però, le cose diventano serie, e la donna, non più disposta a rivestire il ruolo di bambola inerte da corteggiare, si trasforma in soggetto in grado di pretendere il rispetto dei propri diritti, ecco che Pecorin volge in vergognosa fuga. A Mary ormai perdutamente innamorata di lui, Pecorin spiega che “non posso sposarvi; se ora lo voleste, il momento di pentirvene non si farebbe attendere”. Ma è solo una squallida scusa, che sembra presagire quella con la quale, questa volta sotto forma di una lettera ma praticamente con le stesse parole, Oblomov restituisce la libertà ad Olga. Ma altri cadaveri sono stati intanto seminati per strada: uno di questi è Vera, commovente figura di donna che per amore di Pecorin ha sacrificato la propria dignità e rinunciato alla propria reputazione di moglie onesta. Come è piccolo e meschino Pecorin in confronto a questa splendida incarnazione della dedizione femminile e dell’amore disinteressato, che Lermontov ritrae sovente affacciata alla finestra, in silenziosa attesa di veder passare nella strada, sia pure per un attimo soltanto, l’amante sospirato! Quando capisce di averla persa per sempre, Pecorin cerca freneticamente di rincorrerla, ma, al pari della sua disperazione (che lo fa scoppiare in lacrime come un bambino), così anche il suo enfatico tentativo di recuperare il passato è tardivo ed inutile. La morte stessa del cavallo stremato sembra messa lì dall’autore per confermare l’amara ma incontestabile verità: Pecorin non è ormai più capace di amare.
Di questa sua disperata incapacità di amare Pecorin è il primo ad essere consapevole: “Il mio amore non ha dato felicità a nessuno perché… ho amato per me stesso, per mio personale piacere”. Incapace di dare un senso alla propria vita, di indovinare lo scopo cui senza dubbio era assegnato, Pecorin si è chiuso in un feroce egoismo, identificando la felicità solo nell’orgoglio appagato: “Sento in me quell’avidità insaziabile che divora tutto ciò che incontra sulla sua strada; un interesse delle sofferenze e delle gioie degli altri solo in rapporto a me stesso, come di un cibo che alimenti le mie forze spirituali… Essere per qualcuno causa di sofferenza e di gioia, senza averne alcun vero diritto, non è forse il più dolce alimento al nostro orgoglio?”. Pecorin, questo serpente che non può fare a meno di insinuarsi subdolamente nelle esistenze altrui sottraendo loro vampirescamente la fede nella vita, è però un uomo infelice. La coscienza della propria vacuità, infatti, conduce ineluttabilmente al disprezzo per se stesso: “A volte mi disprezzo… e non è forse per questo che disprezzo anche gli altri? Sono diventato incapace di nobili slanci; temo di apparire ridicolo a me stesso”. In queste parole non c’è traccia però di un autentico afflato di redenzione, si intravede piuttosto una languida e fiacca rinuncia ad essere in qualche modo migliore, e difatti Pecorin si abbandona più volte a una sorta di rassegnato fatalismo. Espressioni come “il destino mi aveva portato”, “la strada apertami dal destino”, “quante volte ho rappresentato la parte della scure nelle mani del destino!” ricorrono spesso nel diario di Pecorin. Ma come egli gioca con l’amore ed i sentimenti, allo stesso modo si può dire che gioca con il destino, come dimostra il racconto “Un fatalista”, in cui Pecorin cattura da solo un cosacco ubriaco e omicida sfidando spavaldamente la morte. Pecorin in realtà non è un vero fatalista come il tenente Vulic, ma gli fa molto comodo esserlo, perché in tal modo può sempre attribuire la colpa della propria condizione a un’entità superiore e incontrollabile.
Predestinazione o no, affiora in Pecorin una profonda nostalgia per la capacità degli antichi di credere negli errori, nei pregiudizi, nelle superstizioni. “Quale forza di volontà ha infuso in loro la certezza che tutto il cielo con i suoi infiniti abitanti li guardasse con un interesse costante se pur muto? Noi, invece, loro miseri posteri, pellegrini sulla terra senza convinzioni e senza fierezza, senza speranze e senza paure, all’infuori di quell’istintiva angoscia che stringe il cuore al pensiero della fine inevitabile, noi non siamo più inclini ai grandi sacrifici né per il bene del genere umano né per la nostra personale felicità, giacché siamo certi che essa è impossibile; e passiamo con indifferenza da un dubbio a un dubbio, come i nostri antenati passavano da un’illusione a un’illusione, e non abbiamo, come essi avevano, né speranze né quel vago benché sincero piacere che l’animo incontra in ogni lotta con l’uomo o col destino”. In mancanza di un qualsivoglia principio guida (ancorché ingenuo o mendace) in grado di illuminargli la via da percorrere, il nichilismo di Pecorin approda inevitabilmente al dubbio e all’indifferenza. Egli non crede ormai più a niente e si aggira nella vita con la stessa invincibile stanchezza di chi, dopo una lotta notturna contro un fantasma, abbia esaurito il calore dell’anima e la forza della volontà: “Sono entrato in questa vita avendola già vissuta col pensiero e l’ho trovata noiosa e nauseante, come accade a chi legge la cattiva imitazione di un libro che gli è da un pezzo noto”. Lo stesso egoismo, la stessa brama inappagabile di tutto distruggere e tutto divorare, sono ormai diventati niente più che una curiosità intellettuale, capace di dare un piacere solamente astratto, teorico, cerebrale. “Dalle tempeste della vita ho tratto soltanto alcune idee e nessun sentimento. Da un pezzo vivo non col cuore ma col cervello. Io analizzo e osservo le mie passioni e i miei atti con severa curiosità, ma senza interesse”. Questo fatale disseccamento di ogni slancio vitale non può che preludere alla solitudine più agghiacciante e alla morte. Lermontov ci offre l’occasione di fare conoscenza, nel secondo racconto, con il Pecorin più annoiato e disilluso, quello che tratta con gelida indifferenza il devoto Maksim Maksimyc, forse l’unico vero amico della sua vita, per poi avviarsi solitario verso un paese lontano. Qualche pagina dopo veniamo a sapere che Pecorin, tornando dalla Persia, è morto. Nessun commento, nessun epitaffio accompagna questa morte così appartata: è la fine più logica di un uomo che, più di tutti gli altri eroi romantici del suo tempo, ha sofferto con tragica consapevolezza l’impossibilità di essere normale.

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