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Guerra e pace
 
Guerra e pace 2016-12-01 19:26:01 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    01 Dicembre, 2016
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Guerra e vita

Non si può negare che la mole e la fama inducano timore, eppure questo è un libro dal quale è facile farsi avvolgere, trascinati dalla scrittura leggera e non di rado arguta (almeno per quanto riguarda la parte narrativa) in un mondo lontano abitato da personaggi che vengono raccontati esprimendo un’umanità tale che è impossibile rimanere insensibili ai loro destini. Un simile coinvolgimento riesce a rendere minima la seccatura dei dialoghi in francese – la lingua della aristocrazia russa del tempo che costringe spesso a correre alle traduzioni poste a fondo volume – e in pratica a ignorare quelli che altrove sarebbero difetti, come i personaggi abbandonati quando non servono più (la signorina Bourienne, Vera Rostova e il marito Berg, i Drubeckoj, il caso macroscopico di Héléne Bezuchova) oppure le forzate coincidenze che iniziano a contraddistinguere molte svolte mentre ci si avvicina alla conclusione. Lo scrittore dipinge così un grande affresco che rievoca un passato per lui recente, intrecciando le vicende di alcune famiglie della piccola e media nobiltà (i cui componenti riecheggiano sovente i consanguinei dell’autore) sullo sfondo dei tragici avvenimenti che contrassegnano le guerre napoleoniche di principio Ottocento raggiungendo il proprio apice e l’inizio della propria fine nella presa di Mosca. Nei libri iniziali, c’è una netta distinzione tra le parti dedicate al fiume tranquillo della vita quotidiana e alla concitazione dei campi di battaglia: nel prosieguo, al contrario, i due aspetti si alternano in modo più dinamico man mano che gli eventi bellici si avvicinano fino a toccare l’esistenza dei protagonisti. Il complesso contribuisce a creare una tensione crescente che neppure le pedanti dissertazioni sulla storia riescono a rovinare: da un certo punto in poi, difatti, Tolstòj si fissa sull’esigenza di dimostrare la sua teoria sull’ineluttabilità degli accadimenti nei confronti delle azioni del singolo, sia pure egli Napoleone o la zar, e alcuni capitoli, per non parlare del secondo epilogo, finiscono per risultare avulsi dal resto oltre che pesanti da digerire. Si tratta però, sebbene l’autore la pensasse in maniera diversa, di un aspetto secondario al confronto della vera forza del romanzo che sta nella costruzione di psicologie a tutto tondo che vengono definite più attraverso l’azione che la riflessione: prendono vita per questa via persone con i loro pregi e i loro difetti in una galleria di ‘gente comune’ da cui sono banditi ogni protagonismo o elevazione al disopra del gruppo. Il discorso vale per le figure minori, tra le quali spicca il ‘buon contadino’ Platon Karataev, come per le molte principali, tutte impegnate alla ricerca di un senso della vita che solo le incombenze della vita stessa finiranno per fornire: gli idealismi di Andrej, i tormenti più terra-terra di Nikolaj, la tortuosa vicenda umana di Pierre (ovvero ‘anche i soldi non danno la felicità’), l’ingenuo entusiasmo di Nataša e l’atteggiamento sottomesso di Maria trasformati dallo scorrere del tempo sono solo gli esempi più in evidenza, giacchè una volta iniziato l’elenco si rischierebbe di non vederne la fine. All’inizio i caratteri preminenti sono adolescenti o poco più alle prese con una generazione di padri assai poco accomodante (solo l’amabile ma debole conte Rostov fa da contrappeso ai dispotici vegliardi Bezuchov e Bolkonskij) mentre in conclusione abbiamo di fronte degli adulti intenti a discutere il futuro proprio e del proprio mondo: in mezzo ci sono amori fortunati e sfortunati (o semplicemente rubati), incroci sentimentali, personaggi arrivisti o arroganti, ricevimenti e lunghi viaggi per le campagne dominate ancora dalla servitù della gleba nonché un imponente numero di scene madri distribuite con una certa equanimità. Le morti di giovani e vecchi, la rivolta dei contadini, Pierre nella Mosca invasa tra incendi e fucilazioni fanno parte di una ben più lunga lista, affiancati peraltro da alcuni ‘larghi’ di pari efficacia, come la vacanza in campagna, natalizia e innevata, dei ragazzi Rostov oppure il lungo episodio della caccia; a fare da contrasto, vi sono le grandi scene di massa delle battaglie di Austerlitz e Borodino, con la dolente umanità dei soldati sacrificata alla trombonaggine della maggior parte dei loro comandanti, con quasi la sola eccezione di Kutuzov, impegnato a navigare sottotraccia affinchè gli eventi lavorino per lui. Nella narrazione dell’invasione del 1812 si avverte più di un pizzico di orgoglio nazionalistico, ma il giudizio sulla guerra rimane netto: l’impressione è però che ciò che importa davvero a Tolstòj siano gli esseri umani, le loro interazioni e il loro sviluppo (o non-sviluppo) spirituale, argomenti qui analizzati con una profondità e una vastità difficile da trovare altrove senza che questo vada mai a scapito del piacere di raccontare.

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E' uno dei libri più belli che ho letto. L'ho riletto saltando le lungaggini (considerazioni su Napoleone ...) : mi è piaciuto comunque, anche se si è perduta la lenta scansione del tempo ; le vicende sono andate un po' in fretta.
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