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I Buddenbrook
 
I Buddenbrook 2026-05-03 21:43:33 LuigiF
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
LuigiF Opinione inserita da LuigiF    03 Mag, 2026
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PARABOLA DI UNA FAMIGLIA BORGHESE

E così, nell’era di TikTok, dei reel ultrarapidi e delle offerte di consumo destinate a utenti compulsivi, ho appena terminato — non senza un pizzico di ridicolo compiacimento — la lettura dei Buddenbrook: un tomo di settecento pagine con cui da tempo desideravo misurarmi.
Venticinque anni: Thomas Mann scrisse questo Romanzo (e qui la maiuscola non è un caso) a soli venticinque anni. E a quell’età — in cui, ai miei tempi, si vagheggiavano ingenue utopie e oggi ci si trastulla tra selfie ed emoticon con cronico infantilismo — Mann guardava ai fatti della vita con già consapevole maturità, traducendo in parole e concetti le fragilità e le emozioni di tre intere generazioni.
Scritto a cavallo tra Otto e Novecento, I Buddenbrook riecheggia entrambe le epoche: è ottocentesco, se si guarda alla vastità del progetto, allo sviluppo paziente e possente della narrazione e alla meticolosa descrizione dei personaggi e degli ambienti. Ma è già novecentesco, per l’acume dell’introspezione psicologica e per la sottigliezza nella resa dei caratteri.
Non c’è quell’afflato, ora eroico ora patetico ora grottesco, della grande narrativa russa; né tantomeno l’appiccicoso moralismo del romanzo francese e italiano dell’Ottocento. I Buddenbrook, pur raccontando un mondo antico — quello borghese mercantile di due secoli fa — è un’opera moderna, e il sentire dei suoi protagonisti fa vibrare corde che il lettore di oggi riconosce fin troppo bene.
Questa vividezza del racconto nasce forse dal carattere autobiografico dell’opera. Di quegli ambienti borghesi, dei formalismi presi a prestito dall’aristocrazia ma poi innestati profittevolmente su una robusta etica del lavoro, Mann fece conoscenza diretta intuendo le crepe nascoste che ne preannunciavano il declino.
È probabile che l’autore si identificasse in uno di quei rampolli delle nuove generazioni (rappresentate nel romanzo dal piccolo e sfortunato Hanno) che hanno ormai perso la spinta propulsiva degli antenati e che, con sofferenza e imbarazzo, ne tradiscono l’eredità, volgendo lo sguardo lontano dagli affari e dal commercio. In loro emergono necessità nuove (la musica per Hanno, la scrittura per Mann), sterili e futili agli occhi di chi li ha preceduti e che, proprio per questo, è del tutto incapace a comprenderli.
Figura centrale è Thomas Buddenbrook, simbolo stesso del processo trasformativo in atto. Alla morte del padre, Thomas accetta la guida della famiglia e della ditta con tutto il fardello di responsabilità che ne deriva. Come suo padre prima di lui, lo fa senza pensarci troppo, obbedendo a un disegno già scritto.
Grazie alla sua abnegazione, alla sua dedizione al dovere e al senso di responsabilità, la famiglia celebra nuove glorie e accresce il proprio prestigio. Eppure, accanto a lui, i segni della disgregazione si accumulano inesorabili e annunciano il declino imminente: il fratello Christian (a cui è impossibile non voler bene), con la sua ipocondria, la dedizione al gioco e alla vita dissipata; la sorella Toni, con i suoi matrimoni sfortunati e il patetico attaccamento alle passate glorie; la moglie Gerda, algida e altera nel suo nobile distacco. Ma è soprattutto con il figlio Hanno, erede designato, la cui indole delicata e sensibile si mostra da subito incompatibile con il ruolo che il padre desidererebbe assegnargli, che si preannuncia lo sfaldamento di quel castello fittizio costruito con tanta fatica.
Allora, quando le energie cominciano a scemare, Thomas volge lo sguardo per la prima volta verso se stesso. Si interroga sul senso di una vita spesa in questioni e affari che si rivelano per quello che sono: vuoti. In questa profonda crisi personale affiorano, per un attimo, gli stimoli di una consapevolezza nuova e un desiderio di crescita spirituale che forse potrebbe lenire i tormenti dello spirito. Ma è un fuoco di paglia: troppo tardi per inseguire strade nuove.
E se Mann si identifica in Hanno, io, in un certo qual modo, trovo corrispondenze nel vissuto di Thomas Buddenbrook. Tra imperativi categorici autoimposti e un ipertrofico e malriposto senso di responsabilità, il rischio è quello di lasciarsi sfuggire la vita tra le mani, intravedendo vie nuove quando ormai è troppo tardi per intraprenderle: quando mancano il coraggio, l’energia o, più semplicemente, il tempo.

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Bella recensione, Luigi.
Anch'io ho avuto la sensazione che su Hanno in particolare venisse proiettato qualcosa dell'autore : la difficoltà di essere artista in un mondo borghese in cui l'arte era un orpello e basta, soprattutto in ambito maschile cui era attribuito il peso di saper condurre l'azienda di famiglia.
Mi ha colpito l'ultima scena con la 'riunione di famiglia' : quanti maschi son rimasti ?
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