Dettagli Recensione
"Adesso sapevo come fare."
"Adesso sapevo come fare."
Siamo nel 1953, Esther Greenwood ha 19 anni.
La storia segue le sue vicende nell'arco di circa un anno, ripercorrendo la sua borsa di studio estiva a New York, il successivo crollo psicologico, il ricovero e la lenta guarigione.
Alla fine del libro, quando si prepara a lasciare la clinica per tornare all'università, Esther ha 20 anni.
Tutto quel che accade, una vita, si svolge in pochissimo tempo.
Questo romanzo, pubblicato nel 1963, è stato come assistere a un lento e progressivo ingresso in una zona oscura, grigia, abulica e spenta: un limbo.
L'impressione iniziale, di un coinvolgimento e interesse di Esther, la protagonista, per situazioni e persone, svaniscono ben presto.
Mi impressiona tanto la velocità con cui ciò accade. Non me ne rendo conto subito, scambio lo spegnimento dell'interesse per momentanee pause di riflessione, quelle che ho affrontato e affronto continuamente anche io quando devo riposare o capire che decisione prendere per restare in equilibrio con me stessa, per non cadere psicologicamente.
A chi non capita?
Con Esther questa fase coincide con la rinuncia, o forse con il disinteresse o peggio con il non accorgersi del bivio, del dirupo, della necessità di mantenersi integri.
Il silenzio in cui tutto ciò avviene e' tremendo e sconvolgente.
Da un lato mi colpisce, dall'altro mi spaventa, in questo racconto, non riuscire a sentirmi sulla stessa lunghezza d'onda di Esther, non comprenderla, non capire ciò che dice e ciò che fa, per poi accorgermi d'un tratto che quella non è altro che la sua follia.
Non comprendo subito che quegli atteggiamenti strani sono i sintomi del suo male. Esther è la sua stessa follia intrappolata, con i suoi pensieri e con il suo sguardo sul mondo, all'interno della campana di vetro.
Sono le riflessioni di una donna lucida che parla a se stessa del proprio vuoto e del proprio suicidio.
"Vidi gli anni della mia vita in fila uno dietro l'altro come pali del telefono lungo una strada, collegati insieme dai cavi. Contai uno, due, tre... diciannove pali, ma dopo il diciannovesimo i cavi spenzolavano nel vuoto, e per quanto mi sforzassi, non riuscivo a scorgere nessuno altro palo."
Non riesco a inquadrarla, mi sembra un'ameba: delle esperienze che vive mi pare nulla la scalfisca, tutto scorre nell'indifferenza. E' vuota, spenta.
Riprende vitalità solo nell'organizzazione della propria fine.
La visita al cimitero illuminante sul come procedere, portare a compimento l'intento diventato ossessione.
Quel suo nascondersi, in quel luogo e in quel modo, nell'umida oscurità di un buco rende il gesto ancora più disperato, se possibile, come a volersi nascondere anche a sé stessa. Chissà perché, chissà da dove arriva quel suo non volersi bene in maniera così spietata.
La madre incarna il modello tradizionale di donna degli anni '50. La spinge a imparare la stenografia per avere un lavoro certo ignorando il desiderio di Esther di diventare poetessa.
Non capisce davvero la sua depressione scambiandola piuttosto per scarsa volontà di reazione.
"Io odio mia madre".
L'altra faccia della medaglia è che Esther continua a sentirsi in colpa nei suoi confronti per non essere come lei vorrebbe. Eppure, questa ammissione di odio da parte di Esther sembra un primo passo per liberarsi dalla campana di vetro che, calata dall'alto, le impedisce di vivere e di emozionarsi. È una potentissima metafora del suo isolamento mentale.
Esther, soprattutto nella prima parte il romanzo, partecipa agli eventi come se fosse bloccata, intrappolata. Tra lei, le persone e le situazioni che vive c'è un muro invisibile. È lei stessa a essere intrappolata lì dentro, da sola, con i suoi pensieri distorti.
"Joan era il mio doppio solare, la Esther positiva di un tempo, inventata apposta per seguirmi ovunque e tormentarmi."
L'elettroshock promesso dalla dottoressa Nolan fa sparire febbre e paura, la fa sentire purgata e sorprendentemente in pace.
"La campana di vetro stava sospesa qualche spanna sopra la mia testa e l'aria circolava liberamente intorno."
"Feci un profondo respiro e ascoltai il mio cuore ripetere l'antica vanteria.
Io sono, io sono, io sono."
"Non avere paura mi aveva raccomandato la dottoressa Nolan. Poi potrai andare.
Ma nonostante le rassicurazioni della dottoressa, io ero terrorizzata.
"Pronta, Esther?
Mi alzai e la seguii verso la porta aperta .
...
Tutti quegli occhi e quelle facce si girarono verso di me, e io, seguendoli come se fossero un filo magico, varcai la porta."
"La campana di vetro" è l'unico romanzo di Sylvia Plath, pubblicato in Inghilterra nel 1963 dall'editore Faber and Faber, con lo pseudonimo di Victoria Lucas, poco prima della morte dell'autrice.
Il testo sottolinea la forte dimensione biografica dell'opera.
Buone prossime letture.





























