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L'enigma della camera 622
 
L'enigma della camera 622 2020-07-21 14:07:41 effebi
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
4.0
Opinione inserita da effebi    21 Luglio, 2020

CONTRO IL LOGORIO DELLA VITA MODERNA

“L’enigma della camera 622” è l’ultimo libro di Joel Dicker. Come i precedenti, è scritto molto bene, con una trama accurata che non lascia spazio al caso e i colpi di scena non mancano; del resto, è impostato come un serial tv, con il finale di puntata che ti lascia lì voglioso di capire cosa succederà alla prossima. Perciò si legge tutto d’un fiato, 630 pagine divorate in un fine settimana in cui si è messo da parte tutto il resto per immergersi in una realtà parallela. Anzi, due realtà parallele, perché si ricorre a un espediente già utilizzato ne “La verità sul caso Harry Quebert”: ossia, lo scrittore che scrive il libro che il lettore sta leggendo. Con la differenza che nella precedente opera c’era un alter ego di fantasia, mentre qui è il vero Dicker che racconta del suo rapporto con il suo vero editore morto da poco tempo (e non importa se la storia d’amore che dà il via a tutta la vicenda è reale o inventata). Nel raccontare questo rapporto, ci spiega il motivo per cui scrive e scrive bene.
Dicker estremizza alcuni aspetti che già mi avevano colpito nei suoi precedenti lavori.
Il primo: nel “giallo” tradizionale autore e lettore giocano ad armi pari, gli indizi sono ben nascosti, ma se il lettore è attento e perspicace può arrivarci anche da solo alla soluzione. In Dicker questo non può accadere, perché le carte si mischiano così tante volte, in maniera così imprevedibile e, talvolta, repentina da rendere impari il gioco. Poi magari uno ci arriva lo stesso (e qui ci si arriva una trentina di pagina prima del vero svelamento), ma non è il solito che arrivarci leggendo i maestri del genere. Non che ciò sia un bene o un male in sé, semplicemente è quanto accade nei libri di Dicker e soprattutto in quest’ultimo. Il morto non manca, sappiamo che c’è fin dall’inizio, ma soltanto dopo più di 400 pagine scopriamo chi è. Quindi, per due terzi di libro il gioco non è indovinare il colpevole, ma la vittima. Dopo la rivelazione si prosegue con i colpi di scena, in particolare uno che ti farebbe venire la voglia di chiuderla lì, anche se mancano ancora 150 pagine alla fine. Anzi, se devo dirla tutta è proprio questo colpo di scena ad avermi infastidito perché ha un elemento di scorrettezza (una trovata del genere può funzionare solamente in un libro o in un fumetto, già al cinema sfiorerebbe il ridicolo) che falsa il gioco tra scrittore e lettore. Non posso dire di più per evitare di anticipare il finale.
Secondo aspetto: la caratterizzazione dei personaggi. Dicker ha un po’ il vizio di stereotiparli e se nei precedenti, ambientati in America, i protagonisti sembravano presi da qualche fiction Netflix, stavolta –trasportati in Svizzera – appaiono come delle macchiette e oltretutto nemmeno originali: l’autista di Lev Levovitch ricorda fin troppo Grognard, l’autista dell’Arsenio Lupin televisivo anni Settanta (e taccio sullo stesso Lev, per non incappare in rivelazioni fuori luogo), la madre di Anastasia sembra uscita da una soap opera, Abel e Auguste Ebezner, anche se non fratelli, ma figlio e padre, sono Randolph e Mortimer Duke di “Una poltrona per due”, Scarlett riassume le protagoniste di tanti telefilm giallorosa. E taccio sulla evoluzione di Macaire Ebezner, che nell’arco di poche pagine e di pochi mesi passa dalla condizione di impacciato e credulone banchiere autore di piani tanto cervellotici quanto ridicoli a quella di lucido finanziere d’affari in grado di padroneggiare situazioni avverse.
Terzo aspetto: i dialoghi. Che uno scrittore voglia lasciare, tra le righe del suo libro, delle frasi che rimarranno, lo trovo giusto. C’è il rischio a volte di cadere nella frase da Bacio Perugina e, diciamolo, talvolta Dicker ci cade. Tuttavia, se lo scrittore vuole scrivere aforismi dovrebbe pensarci bene prima di metterli in bocca ai suoi personaggi. Già in Harry Quebert c’erano alcuni dialoghi un po’ forzati, ma alla fine si trattava di intellettuali e la cosa ci poteva stare. Meno credibile è che un imbranato banchiere che non riesce a parlare a una cena di banchieri senza dover guardare il foglietto degli appunti tiri fuori frasi memorabili sull’amore e la vita di coppia quando è dallo psicanalista. In linea di massima, comunque,un po' tutti i dialoghi, anche quelli che non hanno la pretesa di lasciarci frasi memorabili, sono in Dicker lievemente artificiosi.
Al netto di questi difetti, resta comunque una lettura piacevole: specialmente d’estate, sotto l’ombrellone o in giardino, Dicker è come il Cynar, agisce contro il logorio della vita moderna e aiuta a non pensare ai problemi.

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