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La notte del Getsemani
 
La notte del Getsemani 2019-08-06 14:23:17 Mian88
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Contenuti 
 
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Piacevolezza 
 
2.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    06 Agosto, 2019
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La notte.

Quando Gesù appare nella notte del Getsemani si mostra nella sua più radicale umanità, perfino ancora più che nell’occasione della crocifissione perché in questa notte parla di noi, della nostra condizione, della condizione umana con tutta la finitezza vulnerabile ed effimerità della vita. In questa egli non è il figlio di Dio bensì è un malfattore, un delinquente, un comune uomo, un bestemmiatore. Ma cos’è quindi il Getsemani? Qual è il suo intrinseco significato? Il Getsemani non è solo la notte dell’abbandono assoluto e del tradimento, della prostrazione di fronte al silenzio di Dio e alla violenza della cattura, ma è anche la notte della preghiera. E anche la preghiera, che viene abbracciata in queste ore di buio, muta, cambia. Perché non esiste un solo modo di pregare. In questo lasso di tempo Gesù incontra la radice più profonda della supplica, esperienza che gli consente di attraversare questo momento tremendo per trovare un varco e tramutare l’implorazione non tanto nell’appello indirizzato verso l’Alto quanto nella consegna di se stessi al proprio desiderio.
Massimo Recalcati in questo libro prova ad illuminare la scena del Getsemani in tutte le sue pieghe perché solo attraversando la scena del testo biblico che forse più narra dell’uomo, è allora possibile toccare e analizzare l’essenziale della sua condizione, della condizione “senza Dio” dell’individuo, della sua fragilità, della sua mancanza, dei suoi tormenti. Ferite dell’abbandono, del tradimento, dell’ineluttabilità della morte che segnano nel profondo l’essere umano portandolo a manifestare la condizione più profonda del negativo irriscattabile di una dialettica che la stessa psicanalisi fatica ad affrontare.
Con “La notte del Getsemani”, ancora, l’autore destina i suoi lettori di un vero e proprio saggio sul tema dell’abbandono ma non un abbandono qualunque, quanto, al contrario, di un amico caro. Dalle prime battute e dall’impostazione data, l’idea che può venire alla mente è quella di un testo incentrato esclusivamente sulla religione (l’opera parte dal tradimento di Giuda, a cui segue il silenzio assoluto di Dio e degli apostoli, che è considerato quale un transfert negativo in cui quest’ultimo incarna il ruolo di politico che si prefigge di risolvere i problemi sociali senza esserne in grado) che si sposta nell’ottica della preghiera. In verità questi sono gli espedienti per psicanalizzare la mente, la reazione a quel venir meno di un legame. Il tradimento è però analizzato sia soffermandosi sul ruolo di Giuda e dunque nel suo non riconoscere un’eredità di cui era destinatario, che sugli altri apostoli, in particolare di Pietro, che sulla loro debolezza più umana, una debolezza che li rende incapaci di fare, che, infine, al silenzio di Dio, che osserva e tace. Da qui le valutazioni sulla fede, sulla sua radicalizzazione, sulla sua istituzione.

«La sua istituzionalizzazione coincide con un movimento di chiusura che si contrappone al movimento della parola che tende invece ad aprire e ad allargare. L’organizzar, come direbbe Pasolini, finisce col prevalere a senso unico sulla spinta propulsiva del trasumanar. Per questo i funzionari sacerdotali del tempo, gli scribi e i maestri della legge, diventano bersagli privilegiati dell’ira di Gesù. Entrando nel Tempio divenuto luogo di commercio e degradazione, egli, come racconta Matteo, “scacciò tutti quelli che nel tempo vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe”. Gesù svuota il Tempio dagli oggetti-idoli che lo riempiono, sgombera, riapre il suo “vuoto centrale” affinché esso continui a essere un luogo di preghiera. Non esiste preghiera se non a condizione di vuoto centrale, di una esperienza di svuotamento, di un annientamento della presenza feticistica dell’oggetto. Per questa ragione l’istituzionalizzazione della fede comporta sempre il rischio della sua assimilazione a un codice formale di comportamento o, come raccontano bene i Vangeli, alla sagoma di un fico sterile divenuto incapace di generare frutti. Non a caso Lacan assimila Gesù a Socrate proprio a partire dalla potenza sovversiva della loro parola capace di aprire una breccia nella vita della città»

Seppur interessante e originale nella sua ideazione e sviluppo e seppur caratterizzato da un lavoro di ricerca preciso e minuzioso, lo scritto non riesce a far completamente breccia nel lettore. Si fa apprezzare, incuriosisce e invita a proseguire nella lettura, tuttavia, è freddo, è come se mantenesse un velo di distanza tra lettore e scrittore. Ciò ne fa apprezzare i contenuti ma fa scemare inesorabilmente la piacevolezza del leggere.

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