Narrativa italiana Classici La coscienza di Zeno
 

La coscienza di Zeno La coscienza di Zeno

La coscienza di Zeno

Letteratura italiana

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La storia di Zeno Cosini, inetto a vivere: una specie di marionetta tirata da fili che quanto più egli indaga, gli sfuggono. Una coscienza inutile a mutare un destino che sembra ineluttabile. E' il capolavoro di Svevo, la prima storia italiana dove entra prepotentemente in scena la psicanalisi come coprotagonista; forse il più grande romanzo del Novecento italiano e uno dei maggiori della letteratura europea di questo secolo.



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La coscienza di Zeno 2021-01-05 09:54:58 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    05 Gennaio, 2021
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Loop (quasi) infinito

Considerato il romanzo che ha introdotto il tema della psico-analisi nella letteratura italiana, il mio approccio iniziale a “La coscienza di Zeno” è stato oltremodo positivo: nelle prime pagine il protagonista ci si presenta subito con forza, nel capitolo incentrato sul suo vizio del fumo che lascia già immaginare le controversie della sua psiche sulla quale, in fondo, il romanzo è incentrato. In certi casi m'ha strappato anche qualche risata, e pur essendo evidente l’inettitudine di Zeno si riesce a entrare in sintonia con lui e se ne seguono le vicende con vivo interesse.
A un certo punto però, succede qualcosa.
Le fisime di Zeno cominciano a pervadere il romanzo, che si trasforma in un rimuginio ininterrotto su quelle fisime stesse: un po’ alla maniera del Moscarda pirandelliano… ma con la differenza che stiamo parlando d’un romanzo lungo il triplo. Sebbene si percepisca bene quanto i conflitti di coscienza irrisolvibili di Zeno siano al centro della trattazione di Svevo, questi finiscono per sfiancare un lettore che, partito coi migliori auspici, si ritrova ad affrontare una lettura che diventa asfissiante, ripetitiva; in certi tratti davvero noiosa. In mezzo alla moltitudine dei suoi pensieri ricorrenti Zeno finisce, paradossal­mente, con lo sfumare. È forse per questo che il romanzo si chiama “La coscienza di Zeno” e non semplicemente: “Zeno”, ma a quale prezzo Svevo ha veicolato il suo messaggio? Perché non v'è senz'altro dubbio che il messaggio sia arrivato, che il modo d'essere del protagonista sia venuto fuori... ma era davvero necessario indugiare così tanto sulle stesse dinamiche e sugli stessi voli pindarici della sua coscienza, per poi lasciare un così misero spazio alla rivalsa dell'inetto? Occorreva davvero portare alla nostra attenzione cosi tante volte il conflitto che coglie Zeno nella sua relazione extraconiugale? nell'amore per sua moglie e nel suo non-amore (forse) per la sorella di lei? nel suo rapporto col cognato?
Dopo "Uno, nessuno e centomila", in cui pure Moscarda rimugina fino allo sfinimento sugli stessi conflitti, mi sono detto che forse gli autori italiani che si soffermano su temi psicologici temano che i loro lettori siano un po' scemi e non possano afferrare un concetto se non ripetuto allo stremo. Diamine, cose che neanche il Raskol’nikov dostoevskiano, e lui aveva commesso un omicidio!
Insomma, io non nego l'importanza di questo romanzo e anzi ne ho ammirato l'inizio, da cui avevo tratto le migliori aspettative. Ma poi Svevo mi ha stordito, facendomi perdere interesse anche per quanto di buono (ed è tanto) ha espresso, ma che bisogna dissotterrare da un milione di parole e concetti che, troppo spesso, si ripetono.
Peccato.

“Il vino è un grande pericolo specie perché non porta a galla la verità. Tutt'altro che la verità anzi: rivela dell'individuo specialmente la storia passata e dimenticata e non la sua attuale volontà; getta capricciosamente alla luce anche tutte le ideuccie con le quali in epoca più o meno recente ci si baloccò e che si è dimenticate; trascura le cancellature e leggee tutto quello ch’è ancora percettibile nel nostro cuore. E si sa che non v’è modo di cancellarvi niente tanto radicalmente, come si fa di un giro errato su di una cambiale. Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse.”

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La coscienza di Zeno 2020-01-02 15:24:03 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    02 Gennaio, 2020
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Io sono Zeno

Penso che tutti noi siamo un po' Zeno dentro, c'è chi più e c'è chi meno. Abbiamo debolezze, dipendenze da vizi, desiderio di rincuorare la nostra coscienza modificando magari la realtà (che è sempre modificata dal nostro filtro e non corrisponde mai a quella oggettiva), siamo gelosi, competitivi, indifferenti ed egoisti, abbiamo bisogno d'amore e di considerazione, tradiamo a volte la fiducia dei nostri cari. Ma perché guardare solo i lati negativi?! Zeno in fondo è stato anche il migliore uomo della casa Malfenti, un ottimo marito, nonostante tutto e un buon amico per Guido.
Ho trovato Zeno un uomo di potentissime capacità, ma con una bassa autostima, magari acquisita nella sua infanzia con un padre non molto esemplare. E questa mancanza di autostima porta al suo disagio psicologico e necessità sempre al suo fianco di una figura più sana e forte, che possa rappresentare per lui un esempio e possa quindi migliorare... Questa è un'altra lezione che si impara: nessuno cambia per mano di terze persone, ma solo per mano propria, infatti, cambia prospettiva solo in seguito alle sue convinzioni ed esperienze. Viene colpito dalla guerra e capisce la futilità dei mali quotidiani di fronte al male più grande che per lui è la vita stessa, malattia che porta sempre alla morte.
Mi è piaciuto molto anche il personaggio di Carla. Fanciulla fragile e onesta, che desiderava solo un po' d'amore e una vita tranquilla, e fortunatamente l'ha avuta, e questo per merito del suo mite carattere, deciso e fermo e soprattutto onesto.
Il messaggio finale che ho colto è che solo verso la fine della vita capisci veramente cosa essa sia e spesso si vive da “sani malati”. Inoltre, dov'è la linea che separa la realtà dal sogno, la verità dalla menzogna, il bene dal male? Queste categorie sono così vicine tra loro che si fatica a distinguerle e non di rado capita di confonderle. Un grande e potente romanzo italiano che mi rimarrà nel cuore.

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La coscienza di Zeno 2019-01-29 16:15:27 68
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68 Opinione inserita da 68    29 Gennaio, 2019
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Flusso di coscienza

“ La malattia e’ una convinzione ed io nacqui con quella convinzione “.


Il ricco commerciante e borghese Zeno Cosini vive una naturale condizione di malattia, in primis una idea nella testa, giorni abitati da fantasmi, un presente apatico ed un futuro che pare condanna.
Impossibilitato ad uscire dal proprio stato di sofferenza, tra inettitudine e malattia, viene invitato dal suo psicanalista, il dott. S. ( nel romanzo riferimento a Freud, allo stesso Svevo ?) a scrivere le proprie memorie in un diario privo di sequenzialita’ temporale, indispensabile ad un approccio terapeutico ed a stabilire le cause del proprio malessere.
Vi è sempre un’ ultima sigaretta da fumare che acquisisce un gusto più intenso proprio perché l’ ultima, il conflittuale rapporto con il padre alla cui morte insorge la disperazione per se’ ed il proprio avvenire, un uomo per cui era sempre vissuto e che prima di andarsene lo punirà con un gesto estremo, la ricerca di una moglie-madre, una seconda madre per un matrimonio curativo, e potere affermare di essere avviato alla salute ed alla felicità, al riparo da un amore negato, una amante con cui assaporare il vento della passione, fallita la cura matrimoniale, la presenza di figure maschili delle quali si è circondato da sempre.
Nella sua vita ha assaporato momenti in cui credere di essere avviato alla salute ed alla felicità, colto da un’ altra malattia da cui non doveva più guarire, la paura di invecchiare e di morire. Zeno non ha desiderato la morte, ma la malattia, pensiero dominante, sogno e spavento, pretesto ed impedimento al compimento dei propri desideri.
Ed ecco una nuova consapevolezza, la sofferenza come sola condizione di normalità, uno stato che lo ha indotto a desiderare, ricercare, cambiare, al contrario della sana “ normalità “, condanna allo status quo e ad una passiva ovvieta’.
L’ abbandono dello stato di malattia, una serie di sintomi psicosomatici di dubbia origine e manifestazione, all’ apparenza incurabili, condanna Zeno ad una inevitabile solitudine alla quale il dottor S., studiandone l’ animo, vi ha aggiunto altre patologie.
Nel presente il protagonista scopre di essere finalmente “ guarito “, nonostante sei mesi di inutili cure, e la ripresa della propria attività commerciale, contravvenendo ogni ipotesi, unica panacea.
Finora ha introiettato e proiettato il suo stato, classificato come nevrosi di origine edipica, in una vita costruita su vani tentativi di cambiamento.
Forse che lui, alla fine, sia l’ unico soggetto “ sano “ in un mondo malato? E chi sono gli altri, specchio di se’, persone da amare e da disprezzare, origine del proprio male, vittime della sua scaltrezza?
In realtà è la vita a somigliare ad uno stato di malattia, giorni che procedono per crisi e lisi, miglioramenti e peggioramenti, una vita da sempre mortale e che non sopporta cure.
Di sicuro, e qui abbandoniamo la sfera privata, l’ uomo, e la guerra ne è causa e testimonianza, sta distruggendo il mondo e la propria specie, l’ annientamento come esito infausto ed azzeramento.
L’ alternanza di conscio ed inconscio, una dettagliata e maniacale descrizione e dissertazione degli eventi cardine di giovinezza ed età adulta, sommerso dall’ atroce dubbio sulla reale consistenza del proprio essere malato, ci consegnano un’ opera singolare per temi e contenuti ed inserita in un contesto letterario mitteleuropeo.
L’ uso di una forma non particolarmente curata, di una lingua italiana che non spicca per limpidezza, e questo traspare nitidamente nelle lunghe e dettagliate descrizioni di situazioni e personaggi, ma vanno rammentate le origini multietniche culturali e linguistiche dell’ autore e la sua città di origine ( Trieste ), da’ voce per contro ad un romanzo che si addentra nella complessità dell’ animo umano.
Una guerra interiore è in atto, bagno prolungato tra le singolari teorie della neonata psicanalisi che l’ autore in parte stimerà ed in parte rigetterà, una tensione insita nel destino umano, quella miscela circolare tra passato, presente e futuro, “ Storia “ privata e pubblica.
Ed allora Svevo denuncia un mondo razionale e borghese in piena crisi identitaria, traccia una critica sociale a partire dalla analisi della psiche, estesa e fallace, utilizza una ironia sottile, da’ voce ad un antieroe che si domanda: quale il confine tra malattia e sanità, società giusta ed umanità, coscienza ed incoscienza, dove sta il male e dove ricercarlo, quale la soluzione e la cura?
Probabilmente nell’ acquisizione di una sottile ironia ed in uno sguardo più consapevole sul mondo, nell’ accettazione di se’ e della imprevedibilità della vita, in una pseudoguarigione che diviene convivenza “ sana “ con lo stato di malattia o presunto tale, una inettitudine che preserva e conserva dalla vera alienazione presente e futura….

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La coscienza di Zeno 2019-01-03 17:51:10 Lyda
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Lyda Opinione inserita da Lyda    03 Gennaio, 2019
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L'ultima sigaretta.

Il resoconto dell'esistenza altalenante di un uomo della ricca borghesia triestina dei primi del Novecento.
Potrebbe essere il titolo che sommariamente descrive una vita 'divorata' da un conflitto interiore sempre acceso che porta il protagonista al perenne andamento fluttuante e contraddittorio tra salute e malattia, gioia e tristezza, coscienza e inganno, vocazione e inettitudine.
'La coscienza di Zeno' è uno dei più grandi, forse il più grande romanzo della letteratura italiana del Novecento, sicuramente uno spaccato di psicanalisi profonda che invita al ragionamento su punti focali riguardanti l'esistenza di ognuno di noi, sotto tutte le sfaccettature, nonché sul destino e sulla voglia di vivere.
Zeno è il protagonista e ci racconta la vita in prima persona, come parlasse ad un interlocutore invisibile, assai paziente e che ascolta senza giudicare.
In realtà nelle prime pagine Zeno confessa chiaramente il suo forte bisogno di narrare alcuni periodi dell'esistenza, i più salienti e per lui significativi, dopo l'abbandono della terapia di psicoanalisi presso uno specialista cui si era rivolto in passato per tentare di smettere di fumare (o almeno quella era la banale scusa), pertanto quel suo lento narrare pare automaticamente assumere i connotati di un vero e proprio sfogo catartico, tra l'altro con un inconscio e velato ma utilissimo invito alla meditazione.
Anche se quest'opera è scritta con un linguaggio ormai desueto e non certo con terminologie, modi di dire e punteggiatura tipica contemporanea, una volta entrati nel meccanismo e nella vicenda risulta facile appassionarsi al procedere – talvolta a tentoni - del miope (in senso di miserabile e arido) nonché quasi imbarazzante protagonista, e in un batter d'occhio ci si ritroverà nelle ultime pagine, a trarre profonde riflessioni sul finale di Svevo, il quale magistralmente allude (si pensi all'epoca in cui l'autore scrive ovvero immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale) ad una salvifica catastrofe non naturale portatrice di un nuovo e più salutare equilibrio sulla Terra.
“La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.”
E come periodo ultimo, giusto prima della parola 'fine':
“Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un pò più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”

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La coscienza di Zeno 2018-08-05 08:55:31 sonia fascendini
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    05 Agosto, 2018
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Che fatica

Non so se ho fatto più fatica io a leggere questo libro, o Italo Svevo a scriverlo. Sta di fatto, che forse complice il caldo l'ho iniziato con grandi aspettative, poi mi sono scoraggiata. In mezzo ci ho letto alte cose più leggere. L'ho ripreso e via così di seguito. Trovo che questo romanzo sia un testo del suo tempo. Credo che i suoi quasi cento anni se li porti tutti. In questo nulla di male, ma per me è risultato abbastanza faticoso da portare a termine.
L'espediente narrativo scelto da Svevo è quello di far scrivere un diario al suo protagonista. Zeno Cosini su invito del suo psicanalista ci racconta la sua vita. Una vita che probabilmente è la metafora dell'incertezza e delle difficoltà che vive tutta la sua epoca. Zeno va dal terapeuta per smettere di fumare. Ma in realtà non vuole smettere. Le sue giustificazioni per fumarsi "l'ultima" sigaretta sono infinite. Così come infinite sono le giustificazioni a tutte le scorrettezze e le bassezze che compie nella sua vita. Sposa una di quattro sorelle, solo perchè è l'unica che gli concede la sua mano, anche se era la prima che aveva scartato. Si invaghisce dell'idea di avere un'amante e poi ne ha più dolori che soddisfazioni. Pregusta l'idea di diventare un grande uomo d'affari e poi si accorge che anche per quello ci vuole impegno. In definitiva un uomo triste, probabilmente depresso, ma non tutte le bassezze possono essere giustificate da una malattia dell'anima.

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La coscienza di Zeno 2017-05-25 15:42:14 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    25 Mag, 2017
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L'utopia della salute

La coscienza di Zeno è il romanzo più rappresentativo di Italo Svevo. Pubblicato nel 1923 in una deludente indifferenza generale, nonostante l’appoggio oltralpe di importanti personalità come James Joyce, esso giunse al successo solo tardivamente.
Il romanzo prende le mosse da una finzione letteraria: nella prefazione parla il dottor S., uno psicanalista che, per vendicarsi dell’interruzione della cura da parte del suo paziente Zeno Cosini, decide di pubblicarne le memorie che lui stesso l’aveva invitato a scrivere. Secondo quanto scrive il dottore, tali memorie sono infarcite di verità e bugie, il che immediatamente introduce un fondo di ambiguità che costituirà la cifra dell’intero romanzo: da un lato, ciò che ci apprestiamo a leggere è stato scritto da un narratore presentato come inattendibile; dall’altro, non si sa quanto sia lecito dar credito a un dottore dal comportamento così poco professionale. A minare ulteriormente la credibilità del narratore, si aggiunge il doppio filtro del mezzo di comunicazione: in primo luogo la scrittura, che presuppone un ordinamento razionale da parte dell’autore; in secondo luogo, la scrittura non per sé stessi ma per un destinatario, che induce lo scrittore a presentare tutto a proprio favore.
“La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione.”

Zeno Cosini ripercorre nelle sue memorie la sua vita, non procedendo tuttavia per ordine cronologico, ma secondo un ordine apparentemente casuale, dettato da semplici criteri analogici e liberamente associativi. Egli darà quindi largo spazio ad episodi particolarmente significativi, nei quali si manifesta la sua malattia: l’inettitudine. Fin dall’inizio, infatti, Zeno si ritiene malato, come ben esemplificato dall’incapacità di smettere di fumare, dal difficile rapporto fatto di silenzi col padre. Il culmine è raggiunto nella narrazione della storia del suo matrimonio: rifiutato dalla sua amata Ada e da una delle sue sorelle (Alberta), egli è indotto a sposare la meno gradita delle sorelle, Augusta, per non rimanere solo. Col tempo egli si lega ad Augusta di un semplice e tenero affetto, mai sfiorato tuttavia dall’amore passionale che lo porta alle sue avventure extraconiugali, in particolare quella con la giovane Carla. La contrapposizione tra Augusta e queste passioni riflette nella mente di Zeno quella tra salute e malattia: egli è malato ed è incapace di rinunciare all’irrazionalità pur nei suoi sensi di colpa verso la moglie, per lui vera e propria personificazione della salute: “Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall'infettare chi a me s'era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano.”.

Nel frattempo, Zeno mette in piedi un’attività commerciale insieme al cognato Guido, marito di Ada, celando il suo sentimento di rivalsa con un’opera di autoconvincimento di bontà. Guido ci è presentato come un inetto, incapace di gestire il suo patrimonio e, per di più, impegnato a tradire la moglie con la segretaria Carmen, suscitando lo sdegno di Zeno. E’ in questo capitolo che giunge al culmine l’ironia, meccanismo alla base dell’intera narrazione autobiografica di quest’ultimo: egli infatti tende a presentare – impossibile definire quanto volontariamente – ogni cosa a proprio favore, mascherando al lettore e anche alla sua stessa mente la realtà con l’ironia. Quando, alla morte di Guido, Zeno non arriva in tempo al funerale perché intento a salvarne il patrimonio, suscitando le accuse di Ada, ormai vecchia e malata, lo scacco della verità è servito: ognuno dei protagonisti è incapace di discernere verità e irrealtà, cosicché la verità pura si presenta come un’utopia, resa tale dal relativismo che contraddistingue la condizione umana. Allo stesso modo, un’utopia appare quindi anche la salute perfetta.
“Tutti gli organismi si distribuiscono su una linea, ad un capo della quale sta la malattia di Basedow che implica il generosissimo, folle consumo della forza vitale ad un ritmo precipitoso, il battito di un cuore sfrenato, e all'altro stanno gli organismi immiseriti per avarizia organica, destinati a perire di una malattia che sembrerebbe di esaurimento ed è invece di poltronaggine. Il giusto medio fra le due malattie si trova al centro e viene designato impropriamente come la salute che non è che una sosta. E fra il centro ed un'estremità – quella di Basedow – stanno tutti coloro ch'esasperano e consumano la vita in grandi desiderii, ambizioni, godimenti e anche lavoro, dall'altra quelli che non gettano sul piatto della vita che delle briciole e risparmiano preparando quegli abietti longevi che appariscono quale un peso per la società. Pare che questo peso sia anch'esso necessario. La società procede perché i Basedowiani la sospingono, e non precipita perché gli altri la trattengono. Io sono convinto che volendo costruire una società, si poteva farlo piú semplicemente, ma è fatta cosí, col gozzo ad uno dei suoi capi e l'edema all'altro, e non c'è rimedio. In mezzo stanno coloro che hanno incipiente o gozzo o edema e su tutta la linea, in tutta l'umanità, la salute assoluta manca.”

E’ a questo punto che Zeno supera gli altri due precedenti inetti sveviani, Alfonso Nitti di Una vita ed Emilio Brentani di Senilità: egli ha maturato l’idea che per l’uomo la salute non è altro che la presa di coscienza e l’accettazione della propria malattia. Il rapporto iniziale tra sanità e malattia è completamente ribaltato, dunque lui è sano perché consapevole di esser malato, mentre gli altri sono malati perché si credono sani: “Non è per confronto ch'io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e che era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere.”.

Giunto a tale convinzione, Zeno decide di sospendere la cura psicanalitica presso il dottor S., fortemente criticato per il suo tentativo di curare la condizione umana e dietro la cui figura si potrebbe nascondere il padre della nascente psicanalisi Sigmund Freud (ma vi sono anche altre proposte di identificazione). Sospesa la cura, Zeno decide di spedire al dottore le sue memorie con l’aggiunta di un’ultima parte in cui, oltre a esporgli le sue idee sulla psicanalisi, afferma di esser guarito avendo compreso che la vita umana è inquinata alla radice e che l’occhialuto uomo potrà raggiungere la salute solo in uno scenario apocalittico magistralmente e acutamente delineato, al culmine della malattia: “Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie .”

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La coscienza di Zeno 2016-03-17 23:13:36 GPC36
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GPC36 Opinione inserita da GPC36    18 Marzo, 2016
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Inettitudine e psicanalisi

Lettura accantonata per troppi anni, dopo che – essendo appena entrato nella bella stagione dei quarant'anni - mi aveva irritato, nella lettura del romanzo precedente di Svevo, vedere attribuita ad un Emilio Brentano, neppure quarantenne, una condizione di “Senilità” ritenendo (allora come oggi) che per quel personaggio si trattasse di inettitudine, mancanza di volontà, incapacità di cogliere la realtà dei rapporti umani. Insomma, una questione personale tra me e Italo Svevo, che mi aveva fatto desistere da altre letture dello scrittore.
Soltanto ora, entrato nella senilità reale, ho preso in mano la sua opera più significativa.
Se “La coscienza di Zeno” non è il primo “romanzo di analisi” di Svevo, poiché si lega per molti aspetti ai precedenti “Una vita” e “Senilità”, divengono più nette nella sua impostazione narrativa le caratteristiche che ne fanno un modello di tale filone letterario.
Viene superata la sequenza cronologica, con un’articolazione tematica nelle quattro parti: il fumo; la morte del padre; la storia del matrimonio; l’associazione commerciale con il marito della donna che avrebbe voluto sposare e la conclusione dedicata alla psicanalisi.
La narrazione è in prima persona ed il soggetto narrante, che rimane pressoché avulso dal contesto storico e ambientale, si concentra sul proprio malessere esistenziale.
Un malessere che si manifesta nella sua inettitudine (“non so fare altro che sognare o strimpellare un violino per cui non ho alcuna attitudine”), nell'incapacità di affrontare e vincere le sfide della vita, condizione che ne fa un perdente o una persona che subisce le decisioni di altri nei momenti cruciali: il fumo è vissuto come malattia contro cui è inutile combattere; la sua non affidabilità nell'attività commerciale viene risolta dal padre mettendolo sotto tutela; l’ultimo gesto del padre morente, vissuto come uno schiaffo, determina un senso di colpa che non genera alcuna reazione positiva; arriva al matrimonio con Augusta, quella delle sorelle Malfenti che aveva scartato appena conosciuta per lo scarso fascino, dopo essere stato respinto dalle altre due sorelle in età da marito; dall'amante viene lasciato proprio quando, quella che aveva vissuto come un’avventura insignificante, sembra coinvolgerlo passionalmente.
Niente sembra generare in lui reali slanci emotivi: né verso la moglie, né verso l’amante, né nel rapporto con i figli, né per l’inizio della grande guerra.
Vivendo la sua inettitudine come una malattia si affida alla psicanalisi, che nei primi anni del secolo scorso era agli inizi e costituiva oggetto di curiosità scientifica. Il rapporto con lo psicanalista è la finzione letteraria che dà lo spunto al romanzo, presentato come una confessione scritta su richiesta del medico terapeuta. Nello stesso tempo è anche oggetto di una valutazione sarcastica nel capitolo finale, il più interessante e vivace, in cui parla della psicanalisi come di una “ciarlataneria”. Giunto ad una reale maturità constaterà che non la psicanalisi, ma il commercio l’avevano guarito. A quel punto, rovesciando la convinzione che lo aveva portato ad affidarsi alla psicanalisi, afferma che non esistono persone sane e malate, esistono persone persuase di essere malate e persone convinte dalla massa e dalla società a considerarsi sane.
Lo stile è il punto a mio avviso più debole del romanzo, con un’esposizione monocorde, senza slanci narrativi né emotivi. Certamente tale esposizione può essere attribuita alle caratteristiche del personaggio narrante; è però difficile evitare un confronto, pur con i rischi di questi paragoni, con lo stile scintillante, ironico di un altro romanzo di analisi “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, che ugualmente ha un inetto come personaggio centrale. In tale confronto il divario stilistico appare evidente.
Solo nel capitolo finale lo stile si vivacizza sino alla sconcertante conclusione che sembra prefigurare –nel 1915 !- un’umanità distrutta da un’esplosione nucleare.

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A chi non vuol farsi mancare la conoscenza di un testo fondamentale della letteratura italiana
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La coscienza di Zeno 2013-08-27 19:55:14 Ale96
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Ale96 Opinione inserita da Ale96    27 Agosto, 2013
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La salute sta nella consapevolezza della malattia

“La legge naturale non dà il diritto alla felicità, ma anzi prescrive la miseria e il dolore. Quando viene esposto il commestibile, vi accorrono da tutte le parti i parassiti e,se mancano, s'affrettano di nascere. Presto la preda basta appena e subito dopo non basta più perché la natura non fa calcoli, ma esperienze. Quando non basta più, ecco che i consumatori devono diminuire a forza di morte preceduta dal dolore e così l'equilibrio, per un istante, venne ristabilito. Perché lagnarsi? Eppure tutti si lagnano.[...] Perché non muoiono e non vivono tacendo?. […] L'unico grido ammissibile è quello del trionfatore”. Stiamo parlando della più antica legge che ha retto la terra dalla comparsa dei primi microrganismi viventi: la legge del più forte, la legge della sopravvivenza. Per millenni si è riuscito a creare sotto l'egida di questo paradigma una sorta di armonia, dovuta al fatto che gli esseri viventi per evitare di finire nella classe dei deboli destinati alla soppressione siano “naturalmente” progrediti con l'evoluzione del proprio organismo. Tale equilibrio planetario è rimasto intatto finché non ha fatto la sua comparsa un bipede originario dalle scimmie, furbo, maligno ed estremamente tracotante. Costui, mediante l' ingegno, è riuscito a prendere il potere stravolgendo tuttavia il sistema precedente. Con l'andare avanti di questa usurpazione che ha definito progresso, bramando di poter prevaricare sulla natura stessa, l'uomo ha cominciato a inventare terribili ordigni, degli orripilanti veleni i quali ha chiamato farmaci. Così l'essere umano ha creduto di poter supplire ai mali che lo dilaniavano, per aver soppresso l'ordine primordiale. Ma tali mali che furono chiamati malattie sono rimasti e sempre rimarranno finché l'umanità non si renderà conto come “la vita è sempre mortale, non sopporta cure”. Insomma come l'unica via per la salvezza, per la salute è la consapevolezza della malattia. Questa la grande conclusione a cui arrivò nel suo La coscienza di Zeno (1923) un piccolo scrittore triestino che lavorava in una impresa commerciale. Si chiamava Aron Hector Schmitz ma noi oggi lo conosciamo meglio come Italo Svevo (1867-1928).

Zeno Cosini è un vero e proprio nomen omen. Infatti queste due brevi parole ci introducono già il personaggio a cui esse si riferiscono. Cambiando la n di Zeno in r otteniamo zero, ovvero la nullità, mentre Cosini rappresenta la mediocrità e la piccolezza.
Infatti Zeno è un uomo comune che conduce una vita comune in una Trieste Belle Epoque. Non ha bisogno di lavorare duro perché è nato benestante e perché ha l'astuto signor Olivi ad amministrare il “suo” patrimonio.
E' sempre assorto e perennemente indeciso. Ogni qualvolta vuole intraprendere una qualche azione rimpiange il suo contrario, finendo per non combinare nulla. Ciò avviene nella scelta dell'università, dove fa continuamente la spola fra le facoltà di chimica e giurisprudenza,e anche nella scelta della moglie: di 4 sorelle finisce per chiedere la mano di 3, sposandosi infine con la più bruttina e più virtuosa, Augusta. Nonostante ciò per colmare il vuoto e la noia della sua esistenza decide di avere una relazione con la dolce Carla però anche qui le indecisioni e le elucubrazioni mentali sono le predominanti. Quando è con Carla pensa ed ama follemente Augusta mentre quando è con Augusta pensa ed ama follemente Carla. Inoltre bisogna aggiungere i suoi continui propositi che si rivelano essere giustificazioni dei suoi vizi, in primis l'assuefazione alle sigarette. E infine non si deve dimenticare la sua fissa per le malattie. Si sente sempre pieno di dolori immaginari e perciò ripiange chi ha dolori concreti e si imbottisce dei più variegati farmaci. Cosicché per far cessare le sue fitte e i suoi formicolii si affida alla neonata psico-analisi, nella persona del Dottor S. il quale lo invita a iniziare un diario dove ripercorrere il suo passato. Tuttavia il caro Zeno per l'ennesima volta non porta a termine tale compito ma questa volta perchè fa una scoperta incredibile... Ma il Dottor S. non molla e per convincerlo a tornare in cura da lui fa pubblicare addirittura il suo diario, rendendo nota a tutti la sua storia.

La coscienza di Zeno segna un passo fondamentale nella letteratura italiana ( ed europea) del Novecento in quanto supera definitivamente la narrativa ottocentesca e l'esperienza verista aprendo la strada alla letteratura d'avanguardia (che avrà come promotori anche Proust e Joyce, strenuo ammiratore di Svevo) dove diviene protagonista la coscienza interiore dell'io narrante, che assorbe nel racconto tutta la sua incertezza, la sua scarsa considerazione di una logica consequenziale degli eventi. E così i D'Artagnan e le Anna Karenina del XIX secolo vengono surclassati dall'ordinario antieroe Zeno Cosini, con le sue incertezze, i suoi propositi mai realizzati e le sue manie mentali. Il tutto narrato da uno stile sufficientemente scorrevole ma al limite del banale, assolutamente lontano dalla suspense di Dumas o dai fuochi di Pirandello o dal fascino di Tolstoj.

Ciò che contraddistingue l'opera di Zeno è la disarmante semplicità della vicenda che rasenta la piattezza ma che d'altronde non potrebbe essere diversamente, essendo l'opera presentata come il resoconto di un uomo scialbo sulla sua scialba vita. Per questo motivo la Coscienza di Zeno non ha colpito minimamente il sottoscritto,anche per l'incompatibilità del suo carattere con quello di Zeno il quale più volte lo ha fatto esasperare con i suoi cervellotici piagnistei , facendogli preferire di gran lunga il più faticoso ma più scoppiettante Uno,nessuno e centomila pirandelliano.

Ad onta di ciò, come direbbe Svevo, consiglio questa opera che per la modernità del messaggio e per la novità dell'introduzione della psico-analisi al fine di scavare nei recessi dell'animo umano e della sua decadente esistenza non può non essere tralasciata, in quanto ha segnato la storia della letteratura, ma siamo sinceri. La Coscienza di Zeno non ha nulla a che vedere con il capolavoro. Buona lettura!

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La coscienza di Zeno 2013-07-20 16:12:57 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    20 Luglio, 2013
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Ad onta di tanta pesantezza

Classico lento lento lento e pesante pesante pesante. Zeno è un uomo che affronta il percorso della psicoanalisi e rivive, con essa, la propria vita. Attraverso i capitoli ed i ricordi ricchissimi di particolari, conosciamo Zeno un po’ meglio: è un uomo curioso di se stesso, che ci racconta tanti episodi della sua vita, dal vizio del fumo che lo accompagna da sempre, alla notte in cui il padre muore, che è il momento più importante della sua vita, dalle donne che hanno segnato i suoi giorni, all’amico Guido che ne ha segnato il destino. Stranamente molto poco protagonisti sono i figli. Tutto il libro è permeato da uno stile dal sapore d’antico, che rende la lettura veramente faticosa. Nell’ultimo capitolo scopriamo che la lettura che abbiamo affrontato è un racconto più realistico di quanto inizialmente ci si può aspettare, nel senso che non è filtrato attraverso il percorso dell’analisi. Percorso che Zeno ha subìto e non ha affrontato. E’ strano il rapporto che si crea fra Zeno e il Dottor S.: è quest’ultima forse la parte più interessante, anche alla luce dell’idea che personalmente ci siamo fatti della vita di Zeno.

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La coscienza di Zeno 2013-03-05 15:28:19 catcarlo
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4.3
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4.0
catcarlo Opinione inserita da catcarlo    05 Marzo, 2013
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La coscienza di Zeno

Per lunghe pagine, Zeno Cosini è di un’indisponenza irritante. Ipocondriaco e indulgente al vittimismo, ha però la fortuna di essere benestante di famiglia e di avere un amministratore oculato che gli permette di passare il tempo senza lavorare ascoltando i propri mali (immaginari, tanto da fargli invidiare i malati veri). La sua inettitudine – simboleggiata dall’incapacità di abbandonare il fumo e con ogni probabilità autoimposta – lo porta a non saper stabilire una relazione col padre morente e a lasciarsi scegliere dalla moglie (ma anche qui viene assistito dalla sua buona stella) e dall’amante che, sotto una finta innocenza, lo rivolta come un calzino spillandogli una discreta somma. Insomma, non raggiunge l’antipatia, ma neppure la certa qual grandezza, dell’Ulrich de ‘L’uomo senza qualità’, ma resta un personaggio assai scostante. Oltre all’irresolutezza, con l’antieroe di Musil condivide anche l’ambiente, l’alta borghesia nell’impero asburgico ormai al tramonto, e una certa svolta psicologica nell’ultima parte del romanzo: a contatto con il fallimento umano e commerciale del cognato Guido, Zeno riesce a dare una mossa a sé stesso e un senso alla sua vita. Se poi è tutto vero… La narrazione è immaginata come la rievocazione degli episodi salienti del proprio passato fatta dal protagonista a fini psicoanalitici, ma, come rivelato nell’ultimo capitolo, egli odia la psicoanalisi – per non parlare del dottore che gliela propina - e, per dispetto, nel racconto non si è fatto mancare omissioni o abbellimenti (il medico, peraltro, si vendica pubblicando il tutto, come descritto nell’acre ironia del prologo). L’ultimo dei tre romanzi di Italo Svevo, uscito nel 1923, non è uno di quei libri che si leggono d’un fiato, ma, con il suo ritmo lento ravvivato talvolta da un’ironia sottotraccia coinvolge il lettore che sappia essere non frettoloso e abbia voglia di immergersi in un mondo molto lontano dal presente per quanto riguarda le consuetudini o gli aspetti esteriori eppure così moderno nei suoi risvolti psicologici, con l’uomo contemporaneo intento ad annaspare alla ricerca di punti di riferimento o, quantomeno , di un appiglio che può essere anche una malattia inesistente: una modernità che raggiunge il punto più alto nelle ultime due, meravigliose pagine in cui Zeno, di fronte al contrasto tra le miserie della guerra e le proprie personali fortune, si lascia andare a parole di devastante e profetico pessimismo. Si tratta di una conclusione che varrebbe da sola il tempo passato a leggere un libro in cui la riflessione e l’introspezione psicologica sono del tutto predominanti mentre gli avvenimenti – tutti di normale vita quotidiana – impiegano pagine per dispiegarsi, regalando al romanzo un ritmo quasi ipnotico accentuato dalla scarsa presenza dei dialoghi che, anzi, vengono spesso narrati dal protagonista evitando l’uso del discorso diretto. Del resto, la lingua utilizzata è peculiare, intessuta com’è di arcaismi, imprecisioni e anche errori con cui il triestino Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo e cresciuto tra dialetto e tedesco piuttosto che con l’italiano, caratterizza la sua versione di quello che Zeno (in questo caso più che mai alter-ego) definisce ‘toscano’. Anche sotto tale luce, si denota l’importanza della città natale,una Trieste che riesce a ergersi a protagonista in un romanzo che pur per lunghi tratti si svolge in interni: le lunghe vie ora brulicanti, ora solitarie e i giardini silenziosi da città mitteleuropea brillano stretti fra mare e montagna e sono destinati a una decadenza che culminerà nel tempo di guerra.

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