Narrativa italiana Gialli, Thriller, Horror Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi
 

Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi

Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi

Letteratura italiana

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Con un colpo di scena struggente il commissario Ricciardi chiude il suo ciclo. «La paura, pensò Ricciardi. La paura, quella morsa allo stomaco e al cuore, il respiro che si fa corto, il sudore. Se hai qualcuno che ami, se qualcuno dipende da te, la paura è diversa. Cambia colore».

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Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi 2019-09-25 09:19:46 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    25 Settembre, 2019
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Ricciardi, in cauda venenum

Quando sembra che la vita abbia cominciato a sorridere al Commissario Ricciardi (ha finalmente coronato il suo sogno d’amore con Enrica che, adesso, è in stato di avanzata gravidanza), una notizia sconvolgente viene a turbare le sue giornate e rendere insonni le sue notti. Livia Vezzi, la bellissima soprano che si è da anni invaghita di lui, è stata trovata dalla sua cameriera in camera da letto, nuda, con una pistola in mano e al fianco del cadavere del tenente Manfred Von Brauchitsch. La scena sembra suggerire un delitto passionale, ma anche a una sommaria indagine la ricostruzione appare davvero grossolana, senza contare che Ricciardi non vede da nessuna parte l’aura del tenente tedesco che, chiaramente, è morto altrove. Purtroppo, prima di poter fare anche solo qualche rilievo, intervengono immediatamente quattro agenti della polizia politica che lo allontanano assieme ai suoi collaboratori. Comincia così una disperata corsa contro il tempo per ricostruire l’accaduto prima che Livia cada definitivamente vittima del complotto. Nel frattempo si avvicina il momento del parto per Enrica…
Ci sono molti modi concessi a un autore per interrompere il sodalizio che lo lega ai suoi personaggi abituali. Li si può lasciar cadere nell'oblio. Si può concedere loro un lieto fine che soddisfi le ansie che li agitano sin dall'inizio. Li si può togliere di mezzo in maniera brutale cioè, soprattutto nel caso dei polizieschi, li si fa morire in azione o, più banalmente di morte naturale. Si può introdurre un mutamento così radicale del contesto in cui operano da rendere inutile la continuazione della saga. Sì, i modi sono molti, ma nella fattispecie credo che De Giovanni abbia scelto uno dei peggiori, sostanzialmente privo di senso e soprattutto mancante di una vera giustificazione.
“Il pianto dell’alba” è un romanzo insolito all'interno della saga del “Commissario che vede i morti”. La storia, priva di un vero mistero poliziesco, giacché i colpevoli si intuiscono immediatamente, si dibatte tra la bagarre causata da un’OVRA pasticciona e in cortocircuito e lo scorrere normale della vita a casa Ricciardi. I personaggi di contorno, che normalmente conferiscono sale alla narrazione, vi appaiono solo come comparse dipinte sul fondale, a esclusione degli onnipresenti Maione e Modo. All'interno del solito, collaudato (e forse sin troppo sfruttato) meccanismo di tutti i romanzi che precedono, è stata adattata una vicenda sotto certi versi scarsamente credibile e, sotto altri, piuttosto povera. Anche le pagine poetiche, che usualmente fanno da intermezzo al filone narrativo principale, qui sembrano trapiantate a forza, giusto per rispettare la tradizione, ma senza eccessivo convincimento. L’indagine si conclude abbastanza svogliatamente senza nessun colpo di scena, senza alcuna sorpresa.
L’unica sorpresa (se vogliamo considerarla tale, giacché l’editore s’è sentito in diritto di quasi anticipare il finale nelle notizie riportate in quarta di copertina!) è riservata al capitolo conclusivo ove l’A., che evidentemente non vedeva l’ora di chiudere definitivamente con Ricciardi, introduce un avvenimento che dovrebbe (in teoria) impedire ulteriori tentazioni a proseguire la serie. Nei ringraziamenti De Giovanni si scusa con i lettori, ma verrebbe da chiedersi: perché? Se la trovata era funzionale alla storia (cosa di cui io dubito fortemente) non c’è nulla da farsi perdonare. Se non lo era, perché inserirla? Come detto sopra i modi per chiudere una serie sono infiniti come infinita è la fantasia dell’uomo. Un dei difetti che ho più deprecato nei romanzi di Arthur Clarke era il suo viziaccio di inserire un evento tragico in coda ai suoi romanzi (anche a quelli più piatti e incolore),per "vivacizzare la storia" senza che ve ne fosse la minima necessità e quando ormai questa era conclusa. Spiace vedere che l'ottimo De Giovanni abbia copiato questo stesso stratagemma.
In definitiva il romanzo non è disprezzabile, ma sicuramente inferiore alla media dei precedenti e rivela una certa stanchezza e mancanza di idee. È probabile che la vena inventiva dell’A. si stesse esaurendo e che, non avendo avuto il coraggio di far virare le vicende verso altre direzioni, egli abbia semplicemente deciso di chiudere la storia in modo brusco e spiccio con un coup de theatre all'incontrario. Peccato!
In ogni caso, ben vengano i tentativi di De Giovanni di cambiare filoni narrativi, sperando che in essi trovi nuove fonti di ispirazioni.

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Consigliato a chi ha letto...
... i precedenti romanzi della saga, ma solo per vederne la probabile fine.
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Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi 2019-07-14 22:30:26 Giuseppe Corlito
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Opinione inserita da Giuseppe Corlito    15 Luglio, 2019

Brutta fine del Commissario Ricciardi

Quest'ultima puntata della serie non è all'altezza delle precedenti e sinceramente per chiudere il suo ciclo il tormentato commissario Ricciardi, che mi sta anche simpatico come la sua città, Napoli, meritava di meglio. Nei ringraziamenti finali (p. 265) De Giovanni ne rivolge uno a se stesso, che può funzionare da "spia semantica": "E all'autore, alla fine del cammino, lasciate il dolore di non riuscire a cambiare la storia che vede". Sembra alludere alla fine della vena creativa relativa al suo personaggio, oltre che più sottilmente alle storie che Ricciardi è costretto a vedere suo malgrado.
Ricciardi ha coronato il suo sogno impossibile e contro ogni aspettativa ha sposato Enrica, la creatura prodotta dalla fantasia dell'editor di "Stile libero" recentemente scomparso, Severino Cesari, ed aspetta un figlio. E' angosciato che nasca un figlio con gli occhi verdi come i suoi e quindi portatore della maledizione di veder e i morti nel momento del loro trapasso violento. Questa storia si intreccia con un delitto "politico" un po' strampalato: l'ex spasimante di Enrica, il maggiore tedesco Manfred, viene ucciso coinvolto suo malgrado nell'operazione Colibrì, la notte dei lunghi coltelli, con cui nel luglio 1934 Hitler si disfà delle ingombranti SA, le camice brune di Rhom. Del delitto è accusata ad arte la cantante Livia Lucani, sposata Vezzi, che ama disperatamente Ricciardi. Il solito trio, il Commissario, il fido brigadiere Maione e il medico antifascista Modo si adopereranno per risolvere la montatura del delitto con l'aiuto insperato della tata Nelide e del Femminiello Bambinella. Come si capisce, il "cast" c'è tutto con gli stilemi ormai assodati nelle puntate precedenti. La novità caso mai è che il giallo si colora con una spy story, che rappresenta i servizi segreti dell'epoca, l'Ovra fascista con al centro il solito Falco, divisi in varie fazioni che hanno motivazioni tipicamente italiote di potere carrieristico. Non racconto il finale per non rovinare la suspance dei possibili lettori. Solo che ci troviamo di fronte ad una ripetizione un po' sbiadita con un'unica eccezione davvero godibile: la scena in cui Nelide porta in commissariato un testimone chiave, recuperato attraverso il bell'ortolano Tanino 'o Sarracino (pp. 219-223). Nelide ci fa una figura all'altezza della sua fama - in tutto il romanzo - condita dalle variazioni dialettali dei suoi proverbi cilentani. La fine del romanzo non si risolve con un'agnizione catartica, come il lettore è abituato ad aspettarsi, ma con una sorta di condanna irrevocabile alla dannazione di Ricciardi. Non è che ho la pretesa del lieto fine, una chiusa pessimista non mi delude, ma la fine del romanzo (e peggio ancora della serie) è del tutto appiccicata dal punto di vista narrativo a tutto il resto. E' un esito drammatico del tutto ingiustificato dalla procedere della trama del romanzo. Forse si adombra (ma non con la chiarezza dovuta) un destino irrevocabile, quello di Ricciardi.
L'aspetto positivo - nell'epoca buia in cui siamo costretti a vivere che ha tante analogie con i tetri anni Trenta del secolo scorso, i quali sono il contesto della serie - è il riuscito carattere antifascista della narrazione (ad es. p. 42 o p. 73), grazie al dottor Modo, ma anche al rigore morale di Ricciardi e di Maione. Non torna il linguaggio. Chi negli anni Trenta avrebbe detto "indagheremo a modo nostro, sottotraccia" (p. 45)? o "il dottore che l'ha pigliata in carico" (p. 100)? Sono evidentemente espressioni del nostro tempo. De Girolamo utilizza un linguaggio medio, piegato alla scorrevolezza del racconto, che non richiede molti sforzi al lettore (il libro si può leggere in 3-4 giorni senza grandi impegni di tempo). Ma la forma letteraria ne risente notevolmente. Forse da un "giallista" non ci si può aspettare di più, ma dal talento narrativo dell'autore sì. Sembra che nelle ragioni di questo libro, come delle serie che De Girolamo ha prodotto, prevalgano le logiche commerciali, compresa nella decisione di chiudere con lo sfortunato Ricciardi.

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Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi 2019-07-12 13:23:53 Lonely
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Lonely Opinione inserita da Lonely    12 Luglio, 2019
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La fine di Ricciardi

Non ho mai scritto un'opinione negativa su un libro, perchè in genere scrivo solo di ciò che mi ha impressionato positivamente e mi spiace scostarmi dalle opinioni precedenti, ma io sono rimasta alquanto delusa.
C'è stato un gran battage pubblicitario intorno a questo libro, venduto come l'ultimo della serie e dunque come si poteva non leggerlo?
Sin dall'inizio s'intuisce che qualcosa non va, che c'è una dissonanza, una crepa, una fedele lettrice della serie se ne accorge, è come quando intuisci che qualcosa è cambiato ma non realizzi cosa. Anche il fatto che sia stato introdotto come "l'ultimo Ricciardi" forse non rende l'animo bendisposto, ma poi mi accorgo, mentre leggo, che qualcosa mi sfugge, non c'è più Napoli, non percepisco più la profondità e lo spessore dei personaggi tanto amati, che mi sembrano solo caricature di loro stessi.
Vedo un giallo giocato molto sui sentimenti dove però i sentimenti sono solo abbozzati, superficiali, e dove il giallo stesso così complicato, che annuncia già evidente l'influenza nazista nel nostro paese, alla fine si risolve in un modo tanto banale da chiedersi, ma è finito così?
Lo stesso Falco tanto temuto, o la stessa Livia, così fiera e orgogliosa, perdono corpo nonostante siano personaggi centrali in questo ultimo romanzo.
Non discuto certo la scelta dell'autore sul finale del libro, lo scrittore scrive ciò che vuole e decide lui per tutti, ma mi sarei aspettata qualcosa di diverso, qualcosa almeno al livello dei romanzi precedenti.
E il risultato mi fa l'effetto che sia stato scritto in fretta e furia tanto per metterci un punto e avere il tempo per un altro progetto.

Anche con i bastardi di Pizzofalcone avevo notato il cambiamento, tutto più semplice, più leggero, più commerciale.
Forse, e mi spiace dirlo, troppa carne al fuoco per De Giovanni, tanto da perdere di vista i suoi gioielli che lo hanno reso così famoso. Un gran peccato!

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Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi 2019-06-29 17:50:46 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    29 Giugno, 2019
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La condanna del commissario Ricciardi

Ne Il pianto dell’alba di Maurizio De Giovanni, torna, con il suo carico innato di dolore il commissario Ricciardi, l’uomo che
“sente l’oppressione dei morti”,
ovvero l’uomo che davanti ad un morto ha la capacità di udire quali sono state le sue ultime parole in vita. Un dono che è una condanna che pesa sull’uomo e sulla sua famiglia. Un uomo che credeva di essere condannato alla solitudine estrema, che, invece, ha trovato la felicità con Enrica, giovane donna, sua dirimpettaia, che ha sposato e che ora aspetta un figlio.
I tempi: sono quelli difficili. Siamo il primo luglio dell’anno XII, ovvero nel 1934, in Germania c’è stata la notte dei Cristalli, il clima è pesante, epurazioni, strane sparizioni, sussurri, per cui:
“Qui è una ragnatela, e se muovi un filo si muove tutto: e se si sa interpretare il movimento, allora si risale a come stanno le cose.”
Vige una strana paura, che il commissario sente su di se. Una paura:
“pensò Ricciardi. La paura, quella morsa allo stomaco e al cuore, il respiro che si fa corto, il sudore. Se hai qualcuno che ami, se qualcuno dipende da te, la paura è diversa. Cambia colore.”
E quando Clara, la donna di servizio di Livia, vedova, da sempre innamorata di lui, corre in commissariato ad avvertirlo che qualcosa di strano è successo, il commissario comprende di essere davanti ad una svolta imprevedibile. Così scopre un omicidio che lo coinvolge direttamente: Manfred, maggiore Von Brauchitsch, giace morto nel letto di Livia. Accanto, lei pare dormire di un sonno provocato, con in mano una pistola, ancora fumante.
E così inizia un percorso nero che conduce, inevitabilmente, ad una alba. Ricostituente o ancora più nera della pece. La risposta nel sussurro del vento che:
“Nelle grandi città il vento è solo vento; un fastidio o un sollievo. Il vento non si distingue, non fa paura. Non ci si prepara al vento, nella grande città. Ma il vento fa correre il sangue tra i vicoli, e nelle piazze. Dentro le vene. E fuori.”
Un libro intenso, emozionante, che cattura. La trama gialla forse meno elaborata del solito, meno intensa. Più concentrato sull’amore, sui sentimenti, sulle emozioni. Si respira meno dolore, più tristezza, più malinconia. Ma sempre tanto, indiscusso, fascino che trascina il lettore in un vortice di sensazioni fino all’epilogo finale, intenso e vissuto come non mai.

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Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi 2019-06-27 09:44:49 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    27 Giugno, 2019
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La fine come il principio...

«Ma in quest’attimo che precede l’alba – insieme al soffio del vento giovane che ha già solcato il mare col suo carico di sabbia e di dolore – entra dalla finestra aperta il canto lontano di una donna, la paura domina. Perché è l’ora senza barriere, l’ora del tragitto breve fra i sentimenti e i pensieri. L’ora in cui il domani ha il colore che ha, senza l’abbellimento del vano ottimismo»

Napoli, anno 1934. Il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi ha conosciuto per la prima volta la felicità: da quasi un anno è sposato con la sua Enrica, la dirimpettaia adesso in dolce attesa del suo primogenito (o primogenita) con cui ha instaurato una deliziosa, serena e felice vita coniugale. È un uomo diverso, Ricciardi. Sorride, sorride, sorride. Nelide, Maione, Modo e tutti gli altri protagonisti che abbiamo conosciuto nei precedenti capitoli, faticano a riconoscerlo tanto è cambiato, tanto il suo sguardo si è ammorbidito, tanto i suoi occhi verdi si sono fatti quieti. Tuttavia, in una domenica straordinaria di servizio, al suo ritorno dal lavoro in tarda serata, eccoli ritornare quegli occhi verdi intrisi di un dolore antico. Eccoli solcare nuovamente la soglia di casa e del cuore, eccoli far nuovamente capolino nell’animo di un uomo già condannato a sopportare sofferenze arcaiche e primordiali. Perché Ricciardi è chiamato a non indagare su un fatto di omicidio che vede quali protagonisti due persone intrinsecamente collegate alla sua vita e a quella di Enrica e più precisamente viene intimato di cessare ogni inchiesta sulla morte del maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, decesso presuntivamente avvenuto per mano della signora Lucani Livia, vedova Vezzi e sua amante. Ma può Luigi Alfredo voltare lo sguardo ad un’amica che più volte lo ha aiutato? Può cedere alle angherie dei vertici? Alle presunzioni di un potere radicato a Roma e che dall’alto intima, minaccia e millanta? Può far questo in una città ove tutto «è una ragnatela, e se muovi un filo si muove tutto: e se si sa interpretare il movimento, allora si risale a come stanno le cose»? No, non può.
La paura, nuove responsabilità, nuove perdite, una rinnovata sofferenza. Perché tutto ha un inizio e tutto ha una fine e in questo caso il perfetto ciclo si conclude riportando alle origini, riportando al principio. A far da retroscena il susseguirsi di un periodo storico che si snoda pagina dopo pagina e che non tralascia nemmeno realtà quali le carceri e i manicomi.
Dodicesimo capitolo delle avventure dedicate ad uno dei commissari più amati, “Il pianto dell’alba” è un libro che conduce verso un epilogo a doppia interpretazione perché seppur sappia di malinconia e di addio cela al suo interno la possibilità di un ritorno, di un nuovo capitolo o addirittura di una nuova serie da questa principale sviluppata. È un elaborato solido, ben costruito, che si concentra sul giallo ma che non tralascia l’aspetto emotivo e personale di ciascun personaggio e che cattura il lettore sin dalle prime pagine.
Un romanzo che ha tanto da dire e da lasciare, un romanzo che fa riflettere, battere il cuore, commuovere e sperare, un romanzo dove dolcezza e retrogusto amaro sono ben calibrati tra loro. Un romanzo da leggere.

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