I demoni I demoni

I demoni

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La nostra civiltà è piena di dèmoni e di demòni. Fëdor Dostoevskij ha scelto i secondi per scrivere il suo romanzo, ma non si è dimenticato dei primi. Certo, romanzo è quasi un termine improprio per il grande russo: anche "I demoni", come tutti i suoi libri, è un'opera nella quale si scontrano idee, quesiti essenziali; un testo che presenta personaggi subito identificabili con dei pensatori: sovente lottano con le proprie idee, quasi sempre la loro vita si trasforma in uno spazio filosofico.

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I demoni 2018-09-16 21:04:07 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    16 Settembre, 2018
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Un fanciullo che gioca a dadi

“E amarono gli uomini più le tenebre, che la luce”
Inizia a ritmo di valzer quanto romanzo di Dostoevskij, terso e per certi versi grottesco, a delimitare i contorni della luce, quasi che solo il cangiante contrasto degli opposti possa preparare il lettore a tanta morbosa oscurità. Se il bene più puro e diafano fallisce nella sua volontà di redimere il mondo, se lo splendore della bellezza si scopre essere un amore astratto e narcisistico, allora è il male assoluto a combattere sulla scena per conquistare l’anima dell’uomo. Dostoevskij è crudele perché condanna l’uomo alla propria infinita, rivoltante libertà e nello spazio indefinito del possibile, lo lascia precipitare tra le fauci inappellabili delle proprie responsabilità. Tutti “I demoni”, e più in generale ogni libro di Dostoevskij, non sono altro che una continua ricerca del divino e del sacro, un dialogo esasperato con il Vangelo, a comporre una mistica che ha i tratti feroci della vita e la delicata fragilità di un bambino. Tralasciando il messaggio politico del libro, che pure ne riveste una essenziale ragione, preme più di tutto analizzare la fine declinazione del male e l’esplorazione lucida che Dostoevskij compie sui suoi personaggi-idee. È nel centrale dialogo che Stavrogin, il mefistofelico protagonista del libro, sostiene con il vescovo Tychon che l’ossatura del libro emerge in tutta la sua poderosa densità concettuale.

“Oh, fossi tu freddo o caldo! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca”
IL MALE CALDO - VERCHOVENSKIJ: Verchvenskij è il fastidioso personaggio che opera concretamente il male, colui che, nella realtà, dispiega ogni tipo di crimine: qualunque incendio, furto, scandalo, omicidio si muove sulla tela ingarbugliata tramata dai suoi sotterfugi e dai suoi inganni, ma proprio perché caldo e fervente è un gradino sotto al masse assoluto. Come Don Giovanni muore perché non può essere puro spirito, così Verchovenskij fallisce perché la realtà è ostinatamente oltre il suo operare. E perché come affermerà lui stesso, sarebbe una creatura senza testa, se non ci fosse Stavrogin.
IL MALE FREDDO - KIRILLOV: Dostoevskij incarna in Kirillov la più lucida e coerente disamina dell’ateismo e a lui fa trarre le modernissime conseguenze della sua fede. Prima di Nietzsche, Kirillov affronta il vuoto orrifico che si spalanca sotto l’uomo dopo la morte di Dio, perché se Dio manca, allora tutto è possibile e l’unico modo per non restare schiacciati dal peso della necessità e dall’imperturbabile ordine del tempo, per non essere stritolati dal crepuscolo degli idoli, è farsi Creatore di un tempo che è un cerchio collassato sul centro. In Kirillov il male non è male semplicemente perché l’ateismo è un nuovo teismo, giusto un passo sotto la fede più fervida. Come avrà da dire Lou Salomé a proposito di Nietzsche, “nessuno più di lui aveva forse il senso del sacro”
IL MALE TIEPIDO - STAVROGIN: Stavrogin è il punto oscuro attorno a cui ogni personaggio ruota, colui che ha ispirato il male nel più assoluto disinteresse. Stavrogin è in questo il male assoluto, puro e genetico, oltre la realtà e prima del Paradiso, in un limbo che non è vita e non ancora morte. Il regno dell’ignavia e dell’indifferenza, l’assoluta equipollenza delle cose, perché solo in questo caotico moto il male può essere male. Il paradosso Dostoevskijano è appunto che il male, al suo massimo grado, è tiepido e quindi solo un altro accidente negli affari del mondo. Il male è tiepido perché per essere puro può solo svuotare se stesso e di Stavrogin, alla fine, non resta altro che un guscio vuoto, inane, una passione spenta.

Quello che si salva è il senso del Sacro, nella sua forma più pura. “Il sacro non è sacro perché divino, ma il divino è divino perché sacro” avrà da scrivere Heidegger un secolo dopo. Quello che si salva è il pugno di una bambina che nella sua fragilità, nella sua innocenza in frantumi, sfida il male con la sua commovente consistenza, perché oltre il dovere e oltre la volontà, la bambina semplicemente è. E c’è qualcosa di davvero divino in questo Dostoevskij, qualcosa di così crudelmente bello che resta solo da leggerlo e amarlo.

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I demoni 2018-05-14 08:31:29 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    14 Mag, 2018
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LA TRAGEDIA DELL'ATEISMO

“Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso!” (Friedrich Wilhelm Nietzsche: “La gaia scienza”)

In “Delitto e castigo”, il giovane studente Raskolnikov, in nome di un equivoco ideale di superiore giustizia, si arrogava arbitrariamente il diritto di calpestare i più sacri e inviolabili diritti dell’uomo, fino ad arrivare a compiere un orribile assassinio. La stessa problematica etica la troviamo trasposta ne “I demoni”, ma qui ad attribuirsi questo assurdo diritto è addirittura un intero gruppo di individui. La dimensione sostanzialmente privata del primo romanzo, peraltro già pervaso dal fermento delle “nuove idee”, lascia perciò il posto a una dimensione più marcatamente sociale o, se si preferisce, sociologica. L’andamento del romanzo è fortemente tortuoso, ambiguo ed ellittico: una piccola cittadina di provincia non identificata ne è l’allucinato e spettrale scenario. Nonostante che fin dall’inizio si respiri un’aria fosca di tragedia in procinto di scoppiare (lo stratagemma di costruire la storia sotto forma di rievocazione postuma fatta da un personaggio secondario ed estraneo alla maggior parte degli avvenimenti serve piuttosto a “oggettivare” le intenzioni critiche dell’autore che a raffreddare la tensione narrativa), nonostante questo, dicevo, bisogna attendere a lungo prima di iniziare a sentir parlare di cospirazioni, sette segrete e atti terroristici. Per tutta la durata della prima parte, Dostojevskij si sofferma invece a descrivere le figure di Stefan Trofimovic, della sua protettrice Varvara Petrovna e degli altri esponenti, blandamente liberali, della borghesia provinciale.
Questo procedimento narrativo, questo lento indugiare prima di scendere nel vivo del racconto, non è operato a caso ma ha una sua precisa giustificazione ideologica. Dostojevskij mira infatti da una parte a criticare e mettere in ridicolo le vecchie e sclerotizzate istituzioni della Russia zarista (con ciò intendendo prendere le distanze da quelle posizioni reazionarie che più volte gli erano state rimproverate) e dall’altra a dimostrare che la tolleranza e il lassismo dell’intellighenzia russa nei confronti delle nuove idee è stata una delle cause principali della degenerazione morale dell’epoca e dell’affermazione di ideologie torbide e perverse. Personaggi come la moglie del governatore Julia Michajlovna e il letterato Karmazinov, meschinamente preoccupati, per civetteria o paura, di acquisire il favore degli uomini nuovi e di non apparire in ritardo con le idee alla moda, diventano i galoppini della più squallida marmaglia e aprono con il loro laicismo, con il loro libero pensiero e con il loro razionalismo a sfondo materialista la breccia attraverso la quale farà irruzione il socialismo e la rivoluzione. Dostojevskij è impietoso con la borghesia liberale e non esita a raffigurare la connivenza irresponsabile tra intellettuali e rivoluzionari nel rapporto, direi quasi simbolico, tra Stepan Trofimovic Verchovenskij e suo figlio Pjotr Stepanovic. Stepan Trofimovic rappresenta l’intellettuale velleitario e magniloquente, idealista e sentimentale, che si trastulla con le idee senza riuscire a scorgerne le conseguenze pratiche, salvo poi, puntualmente, ritrarsi spaventato di fronte ad ogni avvisaglia di cambiamenti sociali, pur a lungo evocati. Al superficiale idealismo progressista del padre fa da controcampo il cinismo pragmatico di Pjotr Stepanovic, il quale si serve delle nuove idee non come passatempi teorici ma come strumenti per raggiungere machiavellicamente i propri loschi fini. In lui si può riconoscere, è vero, un atteggiamento provocatoriamente iconoclasta nei confronti della retorica altezzosità della società borghese, ma nel suo personaggio spregevole e privo di scrupoli oltre ogni dire (perfino un assassino matricolato come Fedka il forzato si sente in diritto di dargli una lezione di moralità) è adombrata soprattutto una fondamentale convinzione dell’autore: che le nuove correnti di pensiero progressiste e socialiste, tese a negare qualsiasi forma di trascendenza nel nome di un ideale esclusivamente terreno di ordinamento sociale, sono inevitabilmente destinate ad apportare distruzione (dei valori della tradizione così come del concetto di personalità e di libertà verso cui Dostojevskij è particolarmente sensibile) senza essere in grado di lasciare nulla di positivo in cambio. La negatività delle dottrine socialiste e nichiliste è censurata pesantemente nel corso del romanzo, ma la puntualizzazione più caustica della falsità e dell’ipocrisia insite in esse la fa Satov (che pure è stato in passato nell’organizzazione dei cospiratori) quando dice che “loro per primi sarebbero terribilmente infelici se la Russia cambiasse a un tratto il suo ordine sociale, sia pure a modo loro, e divenisse infinitamente ricca e felice. Allora non avrebbero più nessuno da odiare, più nessuno da insultare, più nessuno da schernire! Non c’è altro che un odio mortale, infinito…”. L’idealismo rivoluzionario sarebbe quindi, per Dostojevskij, una maschera dietro la quale si nascondono solo una cieca rabbia distruttiva e un assoluto disprezzo per l’umanità.
La dimostrazione di questo assunto si trova paradossalmente esposta nelle parole stesse di Sigaliov, un membro dell’organizzazione sovversiva, che simboleggia la fede fanatica e a suo modo “pura” nell’idea e nella dottrina. Sigaliov “propone, come soluzione definitiva della questione sociale, la divisione dell’umanità in due parti disuguali. Una decima parte riceve la libertà della personalità e un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Questi, invece, devono perdere la personalità e trasformarsi in una specie di gregge e, con un’ubbidienza illimitata, raggiungere, attraverso una serie di rigenerazioni, la loro innocenza primordiale”. E’ vero che “le mie conclusioni contraddicono direttamente le idee originarie, dalle quali prendo le mosse: partendo dalla libertà illimitata, concludo col dispotismo illimitato”; ma questo è l’unico paradiso, l’unico Eden immaginabile sulla terra. La sua è una vera e propria religione, analoga a quella del “pane terrestre” enunciata da Ivan Karamazov nella leggenda del Grande Inquisitore e parimenti fondata sulla mancanza di rispetto per l’essere umano. L’egualitarismo che sta alla base del socialismo non è perciò realizzazione delle più elevate aspirazioni umane, ma livellamento verso il basso, perdita della libertà individuale, schiavitù, tirannia. Tutto il resto non conta, sono solo utopie di favoleggiatori, vuote chiacchiere, ricette scritte sulla carta. E’ in questa lacerante contraddizione tra vacuo idealismo e cinico pragmatismo che le dottrine materialiste, magari oneste negli intenti ma incapaci per scelta ideologica di accettare la semplice esistenza di una terza via, si perdono e si danno in pasto ai Verchovenskij o agli Stavroghin di turno.
Ad onta di queste considerazioni, sarebbe un errore, a mio avviso, ridurre “I demoni” alle dimensioni di un romanzo esclusivamente, o prevalentemente, “politico”: in esso Dostojevskij sconfessa sì l’etica del socialismo rivoluzionario, ma dà anche una descrizione potentemente tragica della fenomenologia del demoniaco, che si riverbera nei vari personaggi secondo modalità riconducibili piuttosto alla negazione di Dio che al fatto di essere socialisti. Lo stesso Verchovenskij conferma indirettamente questa tesi quando ammette di essere “un mascalzone, non un socialista”. Il romanzo deve perciò essere correttamente ricondotto nell’alveo naturale della ideologia dostojevskijana, in cui i conflitti umani avvengono sempre in chiave filosofica e religiosa piuttosto che in chiave politica e sociale. In questa prospettiva, le teorie nichiliste sono negatrici della libertà e della personalità umane principalmente perché senza Dio è inevitabile per l’uomo far violenza a questi principi. Una volta di più, quindi, al centro dei problemi dell’umanità c’è Dio.
Il personaggio intorno al quale ruotano tutti gli altri, pur essendo il più distaccato e indifferente nei confronti della vicenda, è Stavroghin. Stavroghin è un uomo per molti versi affascinante, titanico e dotato di un carisma tale da imporre rispetto e venerazione a chiunque, ma, non credendo in nulla e tantomeno in Dio, è destinato a diventare un personaggio tragicamente negativo. Stavroghin è l’emblema della falsa infinità, delle formidabili forze del senso e dell’intelletto che, non riuscendo a darsi una direzione morale e un centro etico, rimangono malinconicamente inutilizzate, disperse nel vuoto metafisico della sua noia esistenziale e della sua apatia. Gli altri personaggi del romanzo vedono in lui il custode di ricchezze enormi e misteriose: da Satov a Kirillov, da Pjotr Stepanovic a Lebjadkin, tutti coloro che lo hanno conosciuto ne sono rimasti profondamente influenzati. Ma è un’influenza nefasta, mortale per lo spirito come lo può essere una malattia maligna per il corpo. La verità è che in Stavroghin c’è il vuoto assoluto, e la luce che egli emana è come un fuoco fatuo in un cimitero di emozioni ormai spente, del tutto incapace di riscaldare sé stesso ma ancora in grado di ingannare e sviare coloro che gli si accostano. E’ in questo modo, per una curiosità intellettuale, che Stavroghin converte Kirillov all’ateismo e Satov al fideismo populista, allontanandoli entrambi, irrimediabilmente, da Dio. Per gli stessi motivi, per il gusto cioè di togliersi un capriccio amorale, egli si unisce ai nichilisti, suggerendo a Verchovenskij di far giustiziare un membro del gruppo come spia, al fine di ridurre gli altri membri al rango di schiavi docili e obbedienti. In assenza di un principio etico idoneo a fargli da guida, Stavroghin si getta senza ritegno alla ricerca di sensazioni forti, di eccitazioni animalesche, di capricci anormali (come il matrimonio con Marja Timofejevna, una donna sciancata e demente), immergendosi sempre più freddamente e lucidamente nella voluttà dell’infamia e dell’abiezione. In Stavroghin, come in tutti gli uomini, c’è ovviamente la possibilità del bene, ma in lui è morta la capacità della scelta, della discriminazione. Se egli disperde le proprie potenzialità nella negazione è per essere ormai diventato indifferente al male e al bene, al punto di provare, come gli rinfaccia Satov, un identico piacere in un gesto bestiale e libidinoso così come in un atto eroico. Se la sensualità sfrenata e la presenza nel suo animo degli istinti più opposti e inconciliabili richiamano alla mente il personaggio di Dmitrij Karamazov, Stavroghin se ne distacca subito, in quanto a differenza del precedente in lui non c’è una tensione alla redenzione, una direzione del male verso il bene. La pretesa di fare a meno di Dio puntellando la propria esistenza su una libertà tanto grande quanto assurda e senza scopo e la volontà di vivere secondo il comandamento del “tutto è lecito” svuotano progressivamente il senso della vita di Stavroghin. Egli stesso ne è tragicamente consapevole e nella lettera dell’epilogo confessa: “Ho provato la mia forza dappertutto… Ma a che cosa applicare questa forza? Ecco quel che non ho visto e neppure ora vedo… posso desiderare di fare un’azione buona e ne provo piacere; insieme desidero anche il male e ne provo pure piacere. Ma l’uno e l’altro sentimento sono sempre troppo meschini: grandi non sono mai. I miei desideri sono troppo poco forti; non possono servire di guida… da me è sgorgata solo negazione, senza alcuna generosità e senza alcuna forza”. In queste parole si legge il tormento disperatamente lucido di una coscienza scissa (le apparizioni descritte nella seconda parte, ennesimo punto in comune con Ivan Karamazov, sono molto significative al riguardo), incapace di amare e vittima di una carica di autodistruzione che non può che portare al suicidio.
A Kirillov è riservata da Dostojevskij la stessa sorte di Stavroghin, ma i due personaggi differiscono enormemente tra loro: infatti, se quest’ultimo è soprattutto dispersione delle proprie potenzialità, Kirillov è assoluta, maniacale concentrazione su un unico pensiero fisso. Questo pensiero che si agita in continuazione nella sua testa non è altro che l’ineffabile mistero di Dio. Nonostante l’ateismo che egli professa, Kirillov aspira intensamente a Dio (Verchovenskij stesso lo capisce quando dice di lui che “crede in Dio peggio di un prete”). Razionalmente, però, Dio è percepito come un limite intollerabile alla propria volontà e, proprio nel momento in cui è più forte il bisogno di avvicinarsi a Lui, viene neutralizzato attraverso la sua radicale negazione. Dio non esiste, conclude Kirillov, o meglio Dio è un’illusione, un effetto psicologico dell’angoscia del nulla. Con una ardita e geniale analogia, Kirillov paragona l’essenza del concetto di Dio alla paura che un uomo proverebbe se avesse un pietrone grosso come una montagna sospeso sopra la testa; razionalmente, è ovvio che, se il pietrone cadesse, non si sentirebbe alcun dolore, eppure tutti, anche il più grande scienziato, avrebbero in quel frangente paura del dolore. Ora, secondo Kirillov, Dio non esiste, ma è solo “il dolore della paura della morte”, generato dall’angoscia dell’uomo e a sua volta generatore di angoscia. L’uomo deve liberarsi da questa trappola e, sconfiggendo il dolore e la paura, sostituirsi a Dio. “Allora si avrà una vita nuova, allora si avrà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo… L’uomo diventerà un dio e si trasformerà fisicamente. E si trasformerà il mondo e si trasformeranno le vicende, e i pensieri e tutti i sentimenti”. Il fondamento su cui dovrà sorgere l’ideale società kirilloviana è il libero arbitrio, che segnerà il trionfo della finitezza pura e l’avvento della completa autonomia dell’uomo nei confronti degli agenti metafisici che lo hanno finora condizionato. Kirillov è il nuovo Messia chiamato a proclamare di fronte al mondo il regno dell’arbitrio, ma, per dimostrare agli uomini che possono diventare dei, egli deve uccidersi, perché "ci sarà piena libertà soltanto il giorno in cui sarà indifferente vivere o non vivere”. Kirillov è l’infelice vittima della sua implacabile logica raziocinante: lui che, come Prometeo, ha scoperto il segreto dell’immortalità e dell’armonia universale, è “obbligato” a sacrificare sé stesso e a farsi dolorosamente da parte. E’ una libertà che costa cara, non meno spietata e crudele della pseudo-libertà rivendicata da Sigaliov e, come quella, viziata da un errore di partenza, consistente nella confusione tra libertà e arbitrio, nella degenerazione della prima nel secondo e nella conseguente distruzione dei principali valori morali. Nel descrivere la costruzione filosofica di Kirillov, Dostojevskij mostra un atteggiamento decisamente anti-razionalista. Kirillov appare infatti un personaggio circuito dai suoi stessi sofismi cerebrali, che la coerenza logica ricercata ad ogni costo ha condotto nel vicolo cieco della disperazione. Il lungo dialogo tra Stavroghin e Kirillov della seconda parte ne è un esempio illuminante: qui Kirillov afferma che “l’uomo è infelice perché non sa che è felice; solo per questo… Non sono buoni, perché non sanno di essere buoni… Bisogna che scoprano di essere buoni, e subito tutti diventeranno buoni, tutti dal primo all’ultimo”. Il bene, quindi, anziché una realtà oggettiva, sembra la conseguenza inevitabile di una premessa logica: io so di esser buono quindi sono buono; io non so di esser buono quindi non sono buono. A queste parole, Stavroghin commenta beffardamente: “«Scommetto che la prossima volta che verrò qui avrete ritrovato la fede in Dio». «Perché?». «Se aveste scoperto che credete in Dio, allora credereste; ma poiché ancora non sapete di credere in Dio, allora non ci credete»”. Il fatto è che Kirillov, sebbene a differenza dei nichilisti rispetti l’uomo come individualità, pure è sostanzialmente estraneo alla sua realtà. Il suo concetto dell’armonia universale, che a tratti appare quasi il risultato delle crisi di un epilettico, manca soprattutto di vitalità. Kirillov ama la vita, ama i bambini, ma si domanda anche “a che pro i bambini, a che pro l’evoluzione, se la meta è raggiunta? Nel Vangelo è detto che nella risurrezione non procreeranno più, ma saranno come gli angeli di Dio. E’ un’indicazione”. L’ideale esistenziale di Kirillov è quindi qualcosa di contemplativo, di statico, destinato a naufragare a contatto con l’impetuosa corrente della vita. Che l’uomo non sia in grado di salire fino a Dio ma rischi anzi di regredire allo stato bestiale lo si desume poi dalla tragica e grottesca scena del suicidio: nell’ora suprema, davanti a Kirillov non c’è la nuova vita che egli immaginava, ma solo la nuda orrenda morte, e il protagonista, da freddo loico, si trasforma con una raccapricciante metamorfosi in un automa invasato che urla selvaggiamente e morde. Kirillov è, di tutti i personaggi de “I demoni”, quello che, sia pure in negativo, meglio incarna il pensiero religioso di Dostojevskij: egli vive come nessun altro la inquietante dialettica fede-ateismo (“Dio mi ha tormentato tutta la vita!”), arrivando a fare ciò che neppure Ivan Karamazov, evidentemente più preoccupato della disarmonia presente che non attirato dall’armonia futura, aveva fatto: negare totalmente Dio. Il messaggio di Dostojevskij è di un’evidenza direi quasi cristallina. L’ateismo, questo demone che mette in crisi la civiltà contemporanea, oltre a costituire l’attentato più pericoloso contro la libertà dell’uomo, carica le sue spalle di un peso che egli non è in grado di sopportare: il peso di ordinare lui stesso, da solo, la realtà.
Assai contrastata è anche la religiosità di Satov, il quale è forse l’unico eroe positivo del romanzo. Satov non crede in Dio, come è costretto ad ammettere in un serrato dialogo con Stavroghin, bensì nel popolo, che egli innalza al livello di Dio: “Chi non ha popolo, non ha nemmeno Dio! Sappiate bene che tutti coloro che cessano di capire il proprio popolo e perdono il contatto con esso, perdono subito, nella stessa misura, anche la fede dei loro padri, e diventano o atei o indifferenti…”. La fede di Satov è qualcosa più vicina al paganesimo che all’ortodossia religiosa ma, mentre in Kirillov il bisogno di Dio, come abbiamo visto, sfocia nel distacco “razionale” da Dio, Satov dimostra come la violenza della negazione a volte può portare verso Dio. Anche se Dostojevskij lo ha fatto morire anzitempo trucidato dai suoi ex compagni, è indubbio che Satov rappresenti il peccatore che, faticosamente, si avvia lungo la strada della salvezza. L’autore rivela una grande simpatia per questo introverso e scontroso personaggio, forse perché egli conserva l’animo puro di un fanciullo e, nell’episodio dell’improvviso ritorno a casa della moglie gravida, incarna l’etica cristiana della comprensione e del perdono.
Il personaggio più vicino a Satov è sicuramente Marja Timofejevna, la zoppina, che con lui condivide una fede sui generis. In Marja Timofejevna, che pur avendo la mente sconvolta e vivendo in condizioni disgraziate non conosce l’angoscia, c’è una intima comunione, di carattere quasi religiosa, con la natura. Nella sua coscienza, la Madre di Dio e la terra si fondono nella pagana Magna Mater e il sole parla un linguaggio malinconico ma soave. E’ curioso che Dostojevskij abbia messo in bocca a una demente alcune tra le verità più profonde del suo romanzo (tra l’altro essa è l’unica a provocare un reale turbamento nell’impassibile Stavroghin, trattandolo come una vile controfigura), così come appare provocatorio che l’autore abbia scelto il vacuo e ampolloso Stepan Trofimovic per pronunciare pubblicamente l’invettiva contro i nichilisti, nella quale paragona la situazione della Russia a quella evangelica dei demoni e dei porci. Questa complessità non deve sorprendere. La fede, sembra dirci Dostojevskij, è un traguardo che si conquista con fatica, in maniera quasi mai lineare e coerente: appare perciò ampiamente giustificato il fatto che il grande maestro descriva prima con tenerezza il culto pagano della zoppina per la grande madre terra e per il sole, e poi lanci strali contro il cattolicesimo romano, colpevole di aver ceduto alla terza tentazione del demonio.
E’ significativo inoltre il fatto che in nessun altro romanzo Dostojevskij abbia disperso tra tanti personaggi “negativi” le proprie convinzioni religiose più profonde: è nientemeno che l’amorale Stavroghin a dire che se gli avessero dimostrato matematicamente che la verità è fuori di Cristo, avrebbe acconsentito piuttosto a rimanere con Cristo che con la verità; è Stepan Trofimovic a proferire quelle parole (“…tutti quanti siamo colpevoli, gli uni verso gli altri”) che rappresentano il fulcro del messaggio cristiano dell’autore; è infine l’ateo Kirillov ad amare in maniera commovente Cristo, sia pure un Cristo privo degli attributi divini. In fondo, per dirla con Satov, “anche in questa gente c’è della generosità” e solo le false e ingannatrici ideologie provocano l’allontanamento dell’uomo dalla retta via. La mancanza, per contro, di eroi completamente positivi, oltre a essere una testimonianza della difficoltà del cammino che porta verso Dio, è anche un preciso segnale ideologico: la tragedia finale dei nichilisti è l’iter attraverso cui l’errore finisce col negare se stesso e travolgersi, condannando con tremenda forza anticipatrice tutte quelle avventure, dalla rivoluzione russa al terrorismo dei nostri giorni, che hanno fatto della distruzione dei valori della tradizione e dei principi etici la loro bandiera. Dostojevskij questa volta non lascia aperta una porta verso la redenzione, ma solo un piccolo spiraglio: non è possibile sapere se esso sarà sufficiente all’umanità per raggiungere quella verità alta e luminosa cui da sempre essa aspira.

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"L'idiota" e "I fratelli Karamazov" di Fedor Dostojevskij
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I demoni 2017-12-16 11:06:54 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    16 Dicembre, 2017
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Démoni o demòni

E’ un libro sfuggente questo: multiforme sin dal titolo, di cui si ricordano numerose varianti a partire dall’accento di quello più conosciuto, sembra avviarsi in una direzione per poi sterzare verso quella opposta cambiando nel frattempo atmosfere e passo. Solo uno sguardo retrospettivo consente di coglierne la struttura d’insieme e, di conseguenza l’idea di fondo: la parte iniziale che narra con tono leggero le vacue peripezie di Stepan Trofimovi? Verchovenskij, scrittore e poeta incompreso, e del suo amore platonico per la nobildonna Varvara Petrovna Stavrogina è l’emblema della generazione vissuta al termine della prima metà dell’Ottocento che, imbevuta di passione per l’Occidente (Stepan parla francese dino all’ultimo sospiro), era accusata dall’autore di essere dimentica dell’essenza dello spirito russo. Le colpe di tali genitori ricadono sui figli (o forse bisognerebbe affermare il contrario): cresciuti nella bambagia e senza una guida sicura, i rampolli si lasciano andare a un ribellismo fine a se stesso che sfocia nella tragedia che pervade una seconda metà di romanzo talmente popolata di pianti e stridor di denti da essere (quasi) senza speranza. E’ innegabile che l’assunto suoni un po’ reazionario raccontando che mal gliene incoglie a chi (o almeno a coloro che stanno a loro più vicino) si allontana dal rispetto per Dio, Russia e famiglia: ulteriori conferme si possono trovare nella vanesia Julia Michajlovna, la moglie del governatore che organizza un ballo benefico invitando chi può donare senza badare alla classe andando incontro alla propria rovina sociale, nell’ateismo nichilista dell’ingegner Kirillov che ha come unico sbocco il suicidio o, all’estremo opposto, negli ultimi giorni di Stepan Trofimovi? in cui il vecchio miscredente si riavvicina alla religione. Ma si tratta di un’opera di Dostoevskij e la tesi sottostante, seppur discutibile, riveste un’importanza secondaria: non solo perché lo scrittore dà ampia dimostrazione di conoscere l’animo dei suoi connazionali (quanto sovietica è l’antiutopia immaginata da Šigalëv?), ma per la consueta, possente costruzione di situazioni e soprattutto di personaggi, come al solito millanta eppure descritti con una profonda analisi psicologica che, con poche eccezioni (il delinquente Fëd'ka, l’autocompiaciuto letterato Karmazinov), ne crea un ritratto a tutto tondo e, ciò che più conta, mai banale. Come accennato, le anime nere della vicenda sono due: Pëtr, figlio di Stepan, è un agitatore politico senza scrupoli pronto a uccidere più per proteggere (o favorire) se stesso che la nebulosa causa a cui è dedito, ma è surclassato – nell’attenzione dell’autore e, di conseguenza, nel fascino sul lettore – da Nikolaj Stavrogin. Rientrati nell’innominata città natale dopo un soggiorno pieno di misteri tra Svizzera e Francia (entrambi sono cresciuti lontani dai genitori), i due si danno subito da fare per sfruttare le debolezze di chi rappresenta l’ordine costituito: o, almeno, è questo lo scopo dell’attivismo del primo assieme al desiderio di mettersi in buona luce agli occhi del secondo. Pëtr non si tira indietro di fronte ai delitti più brutali pur di trascinare Nikolaj dalla sua parte, ma ciò che coglie in lui è il motivo per cui i suoi sforzi sono vani. Stavrogin è affascinato dal male in sè, senza neppure quella grandiosità che si può intravedere a volte in una mente criminale: non teorizza sull’argomento come Raskolnikov, ma osserva con maggior soddisfazione di quanto voglia confessare a se stesso le vie per le quali le sue azioni (o inazioni) possano rovinare le esistenze altrui. Di particolare efferatezza è il suo atteggiamento nei confronti delle donne (nelle quali vuol forse punire la madre assente?): sposa la disabile Marija per scommessa, seduce e mette incinta la moglie del discepolo Šatov per sfizio, rinnega il sentimento che prova per Lizaveta Nikolaevna che per lui non esita a disonorarsi (la sua figura è simile ad altre disegnate dall’atore, ad esempio Nastas'ja Filippovna ne ‘L’idiota’) di fatto condannandola a una morte terribile. La forza del personaggio di Stavroghin è confermata dalla sua fine, che è anche quella del romanzo: mentre Pëtr si adopera vigliaccamente per salvarsi la pelle, egli prende in qualche modo coscienza del vuoto colpevole della propria esistenza, traendone le estreme conseguenze che comunque usa per infliggere un’ulteriore pena a Varvara.

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I demoni 2016-02-10 06:44:26 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    10 Febbraio, 2016
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Una penna critica, ironica, farsesca

La Russia della seconda metà dell’Ottocento è un calderone pronto a scoppiare. L’assetto societario sta cambiando, le classi povere cominciano un processo di riscatto dalla servitù della gleba che le ha soggiogate per interi secoli e nel paese circolano idee nuove e rivoluzionarie. D’altra parte l’aristocrazia, storica classe dirigente, continua a dimostrare i suoi limiti e la sua lampante incapacità di gestire la vita pubblica. In questo scenario si inseriscono, come schegge impazzite, uomini senza scrupoli e senza ideali che si mascherano da rivoluzionari per creare scompiglio nella società. Tra questi troviamo Petr Stefanovic Verchovenskij, un nichilista sovversivo che si traveste da socialista millantando contatti con importanti cellule rivoluzionarie e che riesce a mettersi a capo di un gruppo di uomini, plagiandoli con impalpabili pretesti ideologici e costringendoli a commettere crimini atroci. Nella mente allucinata di questo pseudo rivoluzionario c’è l’obiettivo di raggiungere il potere ponendo come leader del suo improbabile movimento un altro nichilista, il carismatico, misterioso e affascinate Nikolaj Vsevolodovic Stavrogin. Ma tra i due i rapporti si altereranno e la situazione finirà per sfuggire loro di mano, precipitando in un abisso di nefandezze, di meschinità, di sangue e di demòni. Drammatico ma al contempo grottesco, dissacrante ed insieme mistico, storico ma per certi versi attualissimo, il libro del maestro Dostoevskij scava nei più profondi abissi dell’animo umano con quella capacità di introspezione e quel talento nel creare empatia tra lettore e personaggi che tanto hanno reso celebre il grande scrittore russo. L’elevato numero di personaggi chiamati in causa, le varie situazioni che si vengono a sovrapporre ed incrociare le une alle altre, i continui salti temporali rendono impegnativa e poco agevole una lettura che tuttavia viene allietata dalla bellezza dello stile, dalla spiccata ed arguta ironia e dall’importanza dei temi trattati. Straordinaria la capacità di descrivere la situazione storica e politica del momento, raccontandola e spiegandola attraverso un nugulo di svariati personaggi di ogni risma che rappresentano al meglio i vari strati della società dell’epoca, le diverse visioni del mondo, i vari e contrastanti ideali ed interessi che guidano le azioni di ognuno. Ma ognuno di loro nasconde un segreto, ogni gesto risulta mendace, ogni pensiero corrotto, ogni azione è volta ad ingannare gli altri. Non si salva nessuno, dal governatore all’ultimo dei servi, la penna critica, ironica, farsesca dell’autore ne ha davvero per tutti. Per chi per secoli non ha saputo usare il potere ed ha fallito per eccesso di inettitudine, di pigrizia, di stupida supponenza. Per chi il potere vorrebbe prenderlo a qualunque costo e si dimostra pronto a qualsiasi bassezza, al più squallido inganno, al più turpe reato. Per una classe intellettuale imbevuta di retorica e narcisismo, incapace di esprimere idee degne di nota, pensieri originali, opere di reale valore. Per gli strati più bassi che cercano il riscatto ma non fanno altro che continuare a rotolarsi nell’ignoranza, nel servilismo, nella bassezza morale. “Vedete, è esattamente come la nostra Russia. Questi demoni, che escono dal malato e entrano nei porci, sono tutte le piaghe, tutti i miasmi, tutte le impurità, tutti i demoni e i demonietti che si sono accumulati per secoli e secoli nella grande e cara malata, nella nostra Russia! Oui, cette Russie, que j’amais toujours. Ma una grande idea e una grande volontà la illumineranno dall’alto come quel folle indemoniato e verranno fuori tutti questi demoni, queste impurità, queste turpitudini, che già marciscono sulla superficie…e chiederanno di entrare nei porci. Anzi, forse ci sono già entrati!”

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I demoni 2015-03-07 17:20:22 bluenote76
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bluenote76 Opinione inserita da bluenote76    07 Marzo, 2015
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IL DEMONE CHE è IN NOI

“Ci sono degl'istanti, non più di cinque o sei secondi ogni volta, in cui lei avverte la presenza dell'eterna armonia pienamente raggiunta.In quei cinque secondi io vivo tutta una vita, e per essi sono pronto a dare la vita perchè ne vale la pena”

Mai lettura per me fu più complessa e inquietante.
Una perfetta miscellanea di complicati temi(politica, idee rivoluzionarie, l’ancestrale lotta tra bene e male, il delitto), che danno vita a un’opera affascinante, a tratti folle, incentrata sulle emozioni di un’intera folla di personaggi.
Ma chi sono questi fantomatici demoni? Difficile stabilirlo.
Dostoevskij non ci aiuta, non ci da una definizione certa, di certo possiamo intuire che non sono le persone(anche se alcuni di loro sono dei veri e propri esempi viventi di nequizia), possono essere le idee che pervadono il nostro spirito e offuscano la nostra ragione, possono essere le vicende di un passato oscuro che si presenta di nuovo ai nostri occhi, possono essere le nostre dissolutezze, i nostri vizi…non possiamo stabilirlo, il demone può essere una fissazione positiva o una gioia negativizzata.
A prima vista la trama sembrerebbe semplice e lineare, c’è un ragazzo ingenuo e svagato, tal Stephan Trefamovic, che s’innamora perdutamente della dispotica ed eccentrica Varvara Petrovna.
A questa storia il magistrale Dostoevskij unisce altre storie, altri personaggi, fino a far diventare questo romanzo un’insieme di voci, di personaggi, di pettegolezzi che si susseguono pagina dopo pagina, in un’atmosfera misteriosa e inquietante.
Tra questa moltitudine di personaggi due spiccano per complessità: Petr Stepanovic Verchovenskij e Stavrogin
Petr Stepanovic(Dostoevskij si ispirò per questa figura letteraria a un tal Sergej Necaev, seguace del rivoluzionario e filosofo russo Michail Bakunin) è uno dei personaggi più infidi che si possano incontrare, un mistificatore dalle mille parole, un personaggio abbietto, che dice di voler fare la rivoluzione, ma che in realtà non crede in nulla, a parte sé stesso.
Stavrogin è il più profondo e il più complesso di tutti…fin dall'inizio si distingue per la sua cattiveria, è il male allo stato puro, è molto temuto e amato, sa essere violento, ma anche freddo, tranquillo, sorridente, affascinante nella sua malvagità.
Gli altri personaggi sembrano esser fatti apposta per far emergere la sua figura, di lui si parla spesso con un senso di mistero o d'attesa, lui è presente anche se fisicamente non appare in tutte le scene.
Stavrogin è affascinante come solo il Male sa essere, è in grado di essere gentile, di essere cortese, affabile con gli altri, ma sotto quel sorriso e quel fascino si avverte l'oscura presenza del Male.
Scrive il narratore: "Se qualcuno l'avesse colpito sulla guancia, egli, secondo me, non lo avrebbe nemmeno sfidato a duello, ma avrebbe senz'altro, lì sul posto, ucciso l'offensore: era appunto di quelli, ed avrebbe ucciso con perfetta coscienza, e non in un momento d'esaltazione”.Anche in preda a una collera feroce è in grado di rimanere freddo, di conservare il suo “sangue freddo”, un calcolatore nato, questa è la giusta definizione per lui.
Lui è l’emblema, il simbolo dei demoni, in lui troviamo il male, le tenebre, il mistero, la morte, tutti racchiusi in lui, nel suo animo di persona profondamente cattiva ma pericolosamente irresistibile.
Romanzo difficilissimo, che contiene dentro di sé tantissime sfaccettature, impossibili da catturare a una prima lettura.
Molti i temi proposti, che rappresentano un modo per scrutare attentamente in noi stessi, nelle nostre ansie e nelle nostre utopie.
E’ un romanzo dove molti personaggi sembrano in preda a una follia latente, ma dove la pazzia ha sempre un significato sostanziale, l'introspezione di se stessi, l'emancipazione del proprio essere e il desiderio di liberarsi da un passato oscuro e nebuloso.
Ma a questi aspetti positivi si unisce un qualcosa di laido, non solo nei personaggi volutamente descritti dall’autore in modo negativo, ma anche in quelli positivi, che nascondono dietro a una facciata di bonomia presunzione e sconsideratezza.
Un romanzo affascinante, che nonostante le sue ottocento pagine si legge in brevissimo tempo grazie allo stile scorrevole e pulito di Dostoevskij, un libro che ha bisogno di un’attenta analisi e di diverse riletture per poterne assaporare al meglio la sua grandiosità, ma che lascia dentro un turbamento dei sensi tale da non poter quasi più respirare.

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I demoni 2011-05-16 14:08:27 silvia t
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silvia t Opinione inserita da silvia t    16 Mag, 2011
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Completo

Una sola parola può sintetizzare settecento pagine di scrittura frenetica, ma mai ridondante o inutile: completo.

La sensazione che si ha durante la lettura e soprattutto allo scorgere dell'ultima parola de "I Demoni" di Dostojevskij è quella di avere assorbito qualcosa che alla coscienza sfugge.
Infatti la perfezione dell' Opera non si trova solo nella correttissima prosa (mi riferisco ad un'edizione Einaudi del 1946 tradotta da Polledro), ma anche e sopratutto nei ritmi che cambiano al variare della tematica, come la sinfonia che accompagna un'opera lirica.
Il tema trattato è quasi impossibile da definire, la trama si snoda intorno a una cellula terroristica formata da cinque persone più un capo, Pëtr Stepanovi? Verchovenskij . La cellula diviene mezzo del capo per arrivare ai propri scopi e i cinque le pedine che casella dopo casella porteranno il Re a realizzare i suoi desideri.
Se questo è grosso modo il filo narrativo che compone l'ordito, si snodano nel suo scorrere innumerevoli altri fili colorati che andranno a comporre la trama di un prezioso arazzo, che solo alla conclusione del romanzo si mostrerà nella sua straordinara perfezione e completezza.
C'è la Russia del 1870 che trasuda da quelle pagine, la società che cambia, da poco i servi della gleba non erano più tali; questo è ciò che più mi ha colpito: ho sentito di appartenere a quel popolo attraverso il racconto pedissequo dell' io narrante Anton Lavrentievi? G...v.
Ogni personaggio non è solo un attore di questa tragedia è anche rappresentazione a volte di una classe sociale e altre proprio di personaggi dell'epoca, un esempio per tutti Karmazinov, letterato molto in vista in città, è preso per stigmatizzare e ironizzare su Turghenev.
Insomma Dostojevskji utilizza tutta la sua arte per divertire il lettore, con moltissime scene esilaranti e grottesche, ma non lascia il tempo di empatizzare con un personaggio che subito ne svela debolezze e meschinità, metafora del suo pensiero nei confrotti della società che si trova nella sua Patria.
Non basterebbe un libro per approfondire tutti gli aspetti di questo capolavoro e il mio intento è quello di invogliare la lettura, tenedo stretto il filo che l'autore ci adagia nelle mani quando apriamo il volume portandoci a conoscere Stepan Trofimovi? Verchovenskij, padre di Pëtr Stepanovi? Verchovenskij, elemento trasversale che unisce tutto il romanzo, personaggio che fa tramite tra la vecchia società e la nuova e che ci da spesso la chiave di lettura e la giusta angolazone per comprendere gli altri personaggi.
Chi avesse già letto il libro si starà chiedendo perchè non ho menzionato il protagonista effettivo Nikolaj Vsevolodovi? Stavrogin, la risposta è presto data, Nikolaj è complementare a Stepan Trofimovi? Verchovenskij, ma nel male, è il male assoluto, rappresenta la nuova società, il nichilismo imperante che l'autore detesta, ma troppo poetica ed elevata è la caratterizzazione della sua figura che ogni mio tentativo di spiegarla non le renderebbe merito.

La lettura è senza dubbio impegnativa, ma è uno di quei romanzi che arricchiscono ad un livello che si apprezza con il tempo e che come un buon vino d'annata va lasciato decantare.

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