Narrativa straniera Classici Illusioni perdute
 

Illusioni perdute Illusioni perdute

Illusioni perdute

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"Le illusioni perdute" è la storia di un bel giovane di provincia, Lucien Chardon, che dà la scalata alla società letteraria e mondana di Parigi con il nome un po' abusivo di Lucien de Rubempré. Frutto della raggiunta grande maturità di Balzac, è un romanzo in tre parti che viene alla luce mentre si delinea sempre più nell'autore l'idea del "romanzo globale": un vasto affresco i cui personaggi scompaiano e ricompaiano come un fiume carsico, e dove tutti gli strati sociali vengano rappresentati. Il libro segue il classico schema romanzesco ascesa/caduta, consueto particolarmente in Balzac. Ricco di straordinaria analisi psicologica e di geniali anticipazioni sul ruolo della pubblicità e della "macchina" editoriale.



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Illusioni perdute 2018-09-02 13:05:39 siti
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siti Opinione inserita da siti    02 Settembre, 2018
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Un perpetuo romanzo

“Quel ragazzo non è un poeta, è un perpetuo romanzo”.

Così esclama un personaggio sul finire di questo impegnativo volume della Commedia umana, a siglare l’uscita di scena di Lucien de Rubempré, uno dei protagonisti principali accanto all’amico, poi cognato, David Séchard e alla sorella Eve.
Quanto le sue peripezie dalla provincia a Parigi sono in divenire perenne, tanto lo sono quelle concomitanti della sorella e del cognato, la cui vita è legata alle ambizioni del giovane che parte alla volta della città per innalzare la sua condizione sociale e inseguire le sue illusioni fallaci che lo lusingano e lo ingannano facendogli sognare una vita diversa, da nobile e ricco oltre che da poeta.
La sua avventura parigina attraversa alti e bassi e lo conduce alla perdizione dell’animo attraverso una serie di esperienze che ricalcano episodi ben noti della biografia balzachiana, sia nella scelta dell’ambientazione provinciale e cittadina, sia nelle attività lavorative da lui svolte e in questo romanzo ampiamente descritte e documentate in pieno clima di Restaurazione: il tipografo e il giornalista. Se la prima dà modo di ripercorrere le evoluzioni tecnologiche che hanno portato all’affinamento della produzione di carta partendo dagli stracci per giungere alla sperimentazione di svariate fibre vegetali, la seconda permette invece di capire il difficile mondo dell’editoria colliso con il potere affermato o da riaffermare.
È una lettura complessa per la sfaccettatura del reale che rappresenta, per la lunghezza della narrazione che nell’ edizione da me letta oltrepassa le settecento pagine e per la summa dei motivi balzachiani che vi si ritrovano. A tratti l’ho patita con la forte tentazione di allontanarmi da una narrazione eccessivamente diluita ma ogni mattina, nel mio quotidiano appuntamento con la sua mole, mi ci sono ritrovata e il vissuto dei personaggi principali mi ha catturata innescando il meccanismo del voler almeno conoscerne il destino. Altra molla che mi ha portato a resistere è la meravigliosa rappresentazione di un mondo, quello francese del primo ventennio dell’Ottocento, che passa dalla vita di provincia a quella parigina lasciando in entrambi i casi affascinati, si entra nelle case, nei salotti, nei teatri, si va in carrozza, si conosce il mondo di una tipografia, i suoi odori le sue geometrie, si passa dai pranzi luculliani alla fame più nera con una potenza descrittiva che non ha eguali.

A fine lettura ci si ritrova orfani di quel mondo e di quei personaggi e allora si esprime subito l’intenzione di conoscere il destino di Lucien che si sa essere affidato al volume Splendori e miserie delle cortigiane a conclusione di un dittico inseparabile.

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Papa Goriot
Eugenie Grandet
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Illusioni perdute 2014-02-23 06:01:17 romantica82
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romantica82 Opinione inserita da romantica82    23 Febbraio, 2014
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Un libro senza tempo

“Fu un momento delizioso, una di quelle rose d’amore e di tenerezza che fioriscono sul ciglio dei più aridi sentieri della miseria e qualche volta in fondo ai precipizi”: questa immagine del fiore, simbolo di bellezza e di purezza, che a volte fiorisce in mezzo ad un territorio brullo e desolato è, a mio avviso, la sintesi magistrale di questo libro.
Il fiore rappresenta proprio il tema delle illusioni ed il suo essere spuntato in un luogo così inospitale, fatto, cioè, di ipocrisie e di chiusura verso chi non è riconosciuto come autorevole agli occhi della società, impedisce a quel piccolo essere di crescere, germogliare e mettere radici costringendolo, così, a morire irrimediabilmente.
Se in Eugenie Grandet Balzac tratta il tema dei “sogni illusori” da un punto di vista prettamente femminile, in questo libro egli lo fa ponendo al centro dell’attenzione un ragazzo, accomunato da Eugenie per la sua provenienza provinciale, ma, differentemente dalla fanciulla dallo spirito arrendevole, egli è un ambizioso, un intellettuale che ama la scrittura ed, in particolar modo, la poesia. Questi è Luciano Chardon, figlio del farmacista del paese e di una donna proveniente dall’aristocratica famiglia de Rubempré che, a causa della prematura morte del marito, ha dovuto farsi carico del figlio sognatore e di una ragazza, Eva, che cerca, con il sudore della fronte, di aiutare il fratello a coronare il proprio sogno: andare a Parigi, la grande capitale, dove sicuramente sarebbe riuscito ad entrare nella respublica dei letterati.
Eva, sua madre e Davide Sèchard, migliore amico di Luciano e poi marito di Eva, lavorano con impegno per consentire a Luciano di partire il prima possibile e fanno coincidere i loro sogni con la speranza di vedere pubblicati i lavori in prosa ed in versi del ragazzo.
Ma, recatosi a Parigi, irrimediabilmente egli si scontra con una realtà completamente diversa da quella che aveva immaginato nel paesello: i libri vengono trattati alla stregua di una merce qualsiasi, prodotti insieme dagli scrittori e da quel nuovo e misterioso meccanismo che si chiama industria culturale, e la letteratura, da disciplina alta che scandaglia l’animo umano, è supinamente subordinata alla legge della domande e dell’offerta. Questo metterà fortemente in crisi il giovane e bel Luciano, che intraprenderà una parabola discendente che lo porterà addirittura a mettere in crisi il proprio rapporto con le tre persone più importanti della sua vita: Eva, Davide e sua madre.
E il lieto fine? Come di consueto nelle opere di Balzac il finale rimane aperto e lascia a ciascuno di noi di metterci in relazione con le nostre illusioni, con i nostri sogni più reconditi e, solo alla luce di questa analisi interiore e soggettiva, ognuno può attribuire un finale differente, ed anch’esso personalissimo, alla vicenda narrata.
Consiglio vivamente la lettura di questo capolavoro, un libro senza tempo, per l’appunto, perché in qualsiasi periodo storico ed in qualunque città o paese si viva, ogni uomo o donna ha un proprio bagaglio di illusioni che, in misura più o meno grande, ha cercato di mettere in pratica nella propria vita e, dalla mancata realizzazione di tutte o di parti di esse, ciascuno trae un insegnamento ed elabora un particolare modo di concepire l’esistenza umana.

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