La lentezza La lentezza

La lentezza

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Per questo suo primo romanzo in lingua francese Kundera sembra aver raggiunto simultaneamente un estremo di brevità, densità e leggerezza. Sconcertati e incantati, lo seguiamo in una notte di mezza estate dove si intersecano, come in una féerie, due storie di seduzione, separate da più di duecento anni e oscillanti vertiginosamente fra il sublime e l'esilarante. Ma questa è solo l'intelaiatura di una vicenda che non si lascia raccontare, perché Kundera sembra avervi miniaturizzato una quantità imponente di "temi esistenziali". Primo fra tutti quello della "lentezza": una parola di cui scopriremo un senso nuovo, come se non l'avessimo mai conosciuta prima. Così, di colpo, ci apparirà evidente che parlare della "lentezza" significa parlare della "memoria" - e parlare della memoria significa parlare di "tutto".



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La lentezza 2016-02-22 13:29:50 MCF
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MCF Opinione inserita da MCF    22 Febbraio, 2016
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I personaggi di Kundera

Finalmente ho capito che cosa mi urta nei libri di questo autore: l'apparente freddezza dei personaggi maschili che si scontra con la vulnerabilità di quelli femminili. Sembra quasi che gli uomini siano spettatori, avulsi dalla storia; che non abbiano proprio modo di evitare di fare soffrire chi hanno intorno. Reagiscono al dolore immergendosi in una nebbia isolante, sembrano intoccabili. Invece, i personaggi femminili soffrono follemente, si scontrano con l'ineluttabilità degli atteggiamenti di mariti e amanti, si sentono inadeguati, sballottati in un mondo in cui non hanno voce in capitolo. Kundera scrive bene e fa delle riflessioni acute, profonde, belle. Sicuramente da leggere, ma io lo trovo tristissimo. Il titolo si riferisce alla scarsa capacità dell'uomo di memorizzare il passato; se i ricordi non sono raccontati, commentati, risvegliati di continuo nei discorsi tendono a sparire e l'uomo vive ignorando una parte importante di se stesso, di quanto ha concorso alla sua formazione.
Ecco un brano tratto da "L'ignoranza" (a pag. 44): "D'improvviso, Irena è paralizzata da una visione: un gruppo di donne corre verso di lei brandendo dei boccali di birra e ridendo sgangheratamente. Lei coglie qualche parola in ceco e realizza con terrore che non è in Francia, che è a Praga ed è perduta".
Un altro passo che mi è piaciuto perché è uno dei pochi in cui anche gli uomini mostrano un lato umano - la paura della morte - è a pagina 57: "Suona e suo fratello, che ha cinque anni più di lui, apre la porta. Si stringono la mano e i guardano. Sono sguardi di un'immensa intensità e loro sanno esattamente di che si tratta; rapidamente, discretamente, il fratello spia nel fratello i capelli, le rughe, i denti; ciascuno sa quel che cerca nel viso che ha di fronte e ciascuno sa che l'altro cerca la stessa cosa nel suo. Ne provano vergogna, perché quel che cercano è la probabile distanza che separa l'altro dalla morte o meglio, per dirlo in maniera più brutale, cercano nell'altro la morte che traspare". Eppure, devo ammettere che mi scandalizza un po' questa competizione; dopo anni di separazione, due fratelli dovrebbero gettarsi l'uno nelle braccia dell'altro; Kundera è molto realistico e mi fa venire in mente il detto 'amor di fratello amor di coltello'. Mi viene spontaneo chiedermi: se i personaggi fossero stati due sorelle, i sentimenti sarebbero stati gli stessi? Avrebbero spiato l'una nell'altra, i segni dell'invecchiamento o avrebbero ritrovato un legame che pareva perduto? Avrebbero sperato nell'appoggio e nella fiducia reciproche? Probabile, ricordando la linea di Kundera che, stranamente, spesso propone l'idea della solidarietà femminile come arma di difesa dall'egoismo maschile.

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La lentezza 2011-05-11 10:46:27 serena...mente
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serena...mente Opinione inserita da serena...mente    11 Mag, 2011
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assaggio...

"....l’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa ad un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro.; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori del tempo; in altre parole, è in uno stato di estasi; in tale stato non sa niente della sua età, niente di sua moglie, niente dei suoi figli, niente dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, poiché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere.La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. A differenza del motociclista, l’uomo che corre a piedi è sempre presente al proprio corpo, costretto com’è a pensare continuamente alle vesciche, all’affanno; quando corre avverte il proprio peso e la propria età, ed è più che mai consapevole di se stesso e del tempo della sua vita. Ma quando l’uomo delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia: il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale – velocità pura in sé e per sé, velocità-estasi. Strano connubio: la fredda impersonalità della tecnica e il fuoco dell’estasi."

sublime !

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