Narrativa straniera Classici La morte di Ivan Il'ic
 

La morte di Ivan Il'ic La morte di Ivan Il'ic

La morte di Ivan Il'ic

Letteratura straniera

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Nessuno torna indietro dalla morte per raccontarla. Solo l’invenzione letteraria, quindi, può condurci lungo la strada che si percorre una volta sola, e in una sola direzione: quella verso il momento supremo — ultimo e chiarificatore — di ogni esistenza. E lungo questa strada, la fede e la ragione, la formalità e la sostanza, l’amore e l’egoismo, il passato e il presente... tutti i conflitti esigono una composizione: ma quanto può essere definitiva?



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La morte di Ivan Il'ic 2021-07-12 15:18:18 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Luglio, 2021
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Vivere e morire

«L’espressione di quel volto pareva dire che tutto quanto si doveva fare era stato fatto; e fatto bene. Inoltre conteneva come un rimprovero o monito ai vivi.»

Vivere e morire. Vivere in uno stereotipo precostituito, con il volto di una famiglia e di una dimensione forse nemmeno davvero scelta e desiderata quanto frutto di un volere comune, di una impostazione predisposta da terzi, da una società che impone i canoni e i dogmi da seguire, con un volto che non appartiene. Ma il tempo passa e con esso il nostro esistere tanto che un giorno, come un altro, ci rendiamo conto che proprio quel tempo che ancora possiamo passare su questa terra con i nostri cari, con i nostri affetti, con i nostri obiettivi, sogni, desideri e impegni, ha le ore contate. La morte sopraggiunge implacabile con la sua falce, il dispiacere colpisce eppure proprio quelle persone che abbiamo accanto sembrano essere quelle che sotto sotto sono più sollevate e rincuorate. Perché sono sopravvissute, perché non è toccato a loro quella sorte funesta seppur inevitabile per tutti.
Passano ancora i giorni, passano le giornate, la morte avanza con il suo incedere cadenzato eppure chi come il destinatario della sentenza di condanna è vittima e preda delle conseguenze è anche il prossimo congiunto, la famiglia, chi quelle urla sente e subisce.
E questo è ciò che accade a Ivan che si renderà conto che presto morirà e che per la sua condizione non vi sono possibilità d’appello. Noi lettori lo seguiamo passo passo in questo percorso senza ritorno, in questa strada a senso unico che consente di rivivere il vissuto e al contempo di analizzarlo e scrutarlo in tutte le sue criticità. Forse quei valori in cui credevamo non erano altro che apparenze? Forse quell’esistenza basata su consuetudini e dogmi imposti ha distolto l’attenzione dal vero essere?

«Ivan Il’Ic resta sente che è lui ad aver comunicato loro quell’uggia e che non può dissiparla. Cenano e si separano, e Ivan Il’ic resta solo, colla coscienza che la sua vita è avvelenata e avvelena quella degli altri, e che questo veleno non cede, ma anzi sempre più penetra tutto il suo essere.»

Tolstoj ci conduce per mano in questo viaggio, ci porta a prendere consapevolezza del nostro tempo finito, di quel che abbiamo e di quel che possiamo apprezzare e amare. Ancora, ci fa riflettere su quel che davvero ha riempito la nostra esistenza e su quel che invece avrebbe potuto riempierla al posto di insignificanti ore susseguite da piaceri fatui.
Un lungo racconto che è un crescendo costante che non delude le aspettative e che al contrario invita il conoscitore a riflettere su un tema mai scontato e banale. Un titolo intriso di magnetismo e riflessione.

«Tutto questo non fu che un attimo per lui, ma il senso di quell’attimo ormai non poteva più mutare. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il suo corpo macerato si scuoteva. Poi gorgoglio e il rantolo si fecero sempre più rari. “È finito!” disse qualcuno su di lui. Egli udì questa parola e se la ripeté nell’anima. ‘Finita la morte’, si disse. ‘Non c’è più, la morte’. Trasse il fiato, si fermo a mezzo, s’irrigidì e morì.»

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La morte di Ivan Il'ic 2021-06-03 15:42:39 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Giugno, 2021
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"E ora era finita, doveva morire!"

Tutti sappiamo che dobbiamo morire, è un fatto conseguente semplicemente al fatto di essere nati. Ogni essere umano lo sa, ma trovarsi faccia a faccia con la morte è difficile, è un qualcosa che vorremmo negare in qualsiasi modo, rimandare o ignorare. Si tratta di un evento che è bene che stia il più lontano possibile da noi, sembra suggerire l’istinto di sopravvivenza.
Tolstoj invece ci consegna questo lungo racconto narrando – in una maniera notevolmente realistica e per questo, in alcuni punti, davvero toccante- gli ultimi mesi di vita di un uomo.
Ivan Il’ic è un giudice rispettabile, di mezza età, una persona perbene, onesta, ordinaria, che trascorre i suoi giorni appagando i suoi piccoli desideri quotidiani. Pensa di avere ancora molto tempo a disposizione e vive una vita tranquilla ma vuota e priva di significato profondo. Ivan Ilic potrebbe rappresentare chiunque di noi; forse è per questo che il testo risulta così scioccante nel suo realismo.
Infatti, un giorno come un altro, arriva la Morte. Arriva da lontano e lo prende lentamente, non in un colpo solo: egli raggiunge quindi in un modo straziante la consapevolezza che il suo tempo è scaduto. Ivan Il’ic si rende conto che presto morirà e noi lettori lo seguiamo nel suo percorso di riflessione, di disperazione e di abbandono finale. Lo seguiamo in quel passaggio che nessuno vorrebbe intraprendere e che sembra mettere in luce tutta la falsità e ambiguità che caratterizza la vita e le nostre relazioni. Con la chiarezza che ci dà la consapevolezza che il nostro tempo è finito, cosa possiamo apprezzare davvero? Ecco che tutto quello che prima sembrava riempire l’esistenza, il trascinarsi stanco di giornate laboriose ma insignificanti, i piccoli banali piaceri da accostarvi per alleggerirle, le relazioni basate sulla consuetudine e sulle regole ma prive di sentimento, tutto questo si rivela senza senso e rende il momento del trapasso ancora più doloroso.
In conclusione quindi, questa opera breve di Tolstoj può darci la possibilità di fare una riflessione scomoda e crudele ma anche credibile e, forse, necessaria.

“Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. Vide che questa poteva essere la verità. Gli venne in mente che i suoi timidissimi tentativi di ribellione contro ciò che la gente dell’alta società considerava buono, tentativi appena abbozzati, ch’egli si era sempre affrettato a reprimere, potevano essere quelli autentici, e tutto il resto, errore. Il suo lavoro, il suo modo di vivere, la sua famiglia, i suoi interessi mondani e professionali, tutto poteva essere stato un errore.”

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La morte di Ivan Il'ic 2019-12-10 10:20:43 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    10 Dicembre, 2019
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Un autore che stimo ma non amo

Io e Tolstoj proprio non ci prendiamo. Non fraintendetemi, ne “La morte di Ivan Il'Ic" fa sfoggio di una maestria fuori dal comune, soprattutto nel tratteggiare la situazione e i mutamenti nella psiche del protagonista. Questo è davvero impossibile negarlo, anche per un lettore come me che con questo autore ha avuto “frizioni” fin dal principio. Anche nel caso di quest’opera, tuttavia, pur non potendone ignorare i pregi, è mancata quella scintilla che in me scatta quando una lettura è stata realmente indimenticabile. Non so a cosa questo sia dovuto: la prima esperienza con Anna Karenina è stata troppo traumatica e mi ha reso prevenuto? Le entusiastiche recensioni lette sul web e ascoltate da amici mi hanno caricato di troppe aspettative? Non saprei davvero dirlo, sta di fatto che pur avendolo apprezzato, non l’ho amato. Mentre proseguivo nella lettura, ho avuto la stessa sensazione che avrei potuto avere in un ristorante di ottimo livello, in cui pur ammirando e apprezzando la raffinatezza dei piatti, mi ritrovavo a pensare ai prossimi pasti nei miei locali di fiducia.
Tralasciando i gusti personali (perché di null'altro si tratta) Tolstoj tratteggia egregiamente e in pochissime pagine quella che potrebbe essere la vita di una persona qualunque (facendo, ovviamente, le opportune attualizzazioni), per poi metterla di fronte alla brutale realtà della morte. Ivan Il’ic è un uomo come tanti: lotta per avere quello che vuole; si entusiasma per i propri successi, persegue le proprie mete, si crea una famiglia; insomma, si districa tra le consuete gioie e dolori della vita, beandosi nella convinzione di stare facendo tutto nel modo giusto. Tuttavia, la morte è quell'elemento che ha il potere di mettere tutto in discussione; in primis, la vita.
Perciò, quando la malattia busserà prematuramente alla porta di Ivan Il’ic (oltretutto in modo incredibilmente stupido, aumentando il senso di impotenza e mettendo in risalto l'estrema fragilità della vita), questi reagirà con sgomento, con incredulità, con una serie interminabile di emozioni che lo consumeranno lentamente. Mano a mano verranno fuori tutte le ipocrisie con cui le persone in salute si approcciano a chi vede la morte avvicinarsi inesorabilmente. Ivan Il’ic prova repulsione per la condiscendenza e il falso ottimismo dei dottori, degli amici e dei familiari; prova sollievo solo in compagnia di chi ha pietà di lui. Presto però, tutto lascia il posto alla voglia di continuare a vivere. Perché si deve morire? Cosa c'è di giusto nella morte? perché ci è toccata in sorte? Allora ci si interroga sulla propria vita, sul senso che questa ha avuto, se si sia davvero vissuta nel modo giusto, e anche nel caso in cui la risposta sia affermativa, che senso ha avuto far tutto nel migliore dei modi se alla fine si è costretti a gettare tutto nelle ortiche della non-esistenza?
Ivan Il’ic verrà travolto da una marea di emozioni di cui saremo spettatori; che ci faranno pensare e forse ci angosceranno. Quando il nostro protagonista vedrà finalmente la fine forse ci chiederemo: "negli ultimi attimi, avrà finalmente trovato un senso?"
Chissà.

“Gli era venuto in mente che quello che prima gli sembrava impossibile, l’idea di non aver vissuto la propria vita come avrebbe dovuto, poteva essere la verità. Gli erano venute in mente certe sue pretese di lotta, appena percepibili, contro quello che veniva considerato buono dalle persone altolocate, pretese appena accennate che lui aveva subito allontanato da sé; gli era venuto in mente che proprio quelle potevano essere giuste, e tutto il resto poteva essere sbagliato. E il suo lavoro, il suo modo di stare al mondo, e la sua famiglia, e gli interessi sociali e professionali: tutto questo poteva essere sbagliato. Aveva tentato di difendere, di fronte a sé stesso, queste cose. E d’un tratto aveva sentito tutta la debolezza di quello che difendeva. Non c’era niente da difendere.”

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La morte di Ivan Il'ic 2019-09-11 17:45:40 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    11 Settembre, 2019
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Una Potenza pura.....attenzione a chi legge, potre

Lo dico senza retorica. E'un capolavoro potentissimo ed indigesto.
Potentissimo perchè in poche pagine svela tutta la falsità, l'ipocrisia e diciamolo pure la quasi totale mancanza di significato della vita presa nei suoi falsi "valori" familiari e amicali.
Io credo che per molti, soprattutto per chi ha famiglia, leggere tale pagine può essere da una parte distruttivo e indigesto, mentre dall'altra può presentare l'esistenza da un punto di vista magari non ancora esplorato.
E' un lento scivolare nella disperazione del protagonista, capo famiglia di una agiata normale famiglia russa, che potrebbe anche essere di qualunque altra società.
Va tutto bene, la prole cresce bene nell'agiatezza, la consorte sta bene, la servitù anche.
Ma cosa accade se il fato rema contro? se un banale incidente compromette la salute di uno dei familiari? semplicemente ci si scontra con l'ipocrisia, la cattiveria, l'indifferenza, il cinismo e tutta l'insensatezza del così detto "focolare domestico".
Un qualcosa di meraviglioso è la genialità di questo Illuminato scrittore russo, che ci porta nei meandri della disperazione del protagonista. Ci fa vivere in prima persona tutta le sue riflessioni, i suoi sentimenti, il suo grido di angoscia, il suo sguardo allucinato che vede in fondo a un abisso il vero volto della realtà. Che non è quello ipocrita, finto, costruito sul nulla, dove tutti si vogliono bene e si rispettano (appunto perchè la vita sorride loro sia economicamente ma anche di salute. Quello che egli vede in fondo al tunnel invece è il vero volto della vita, che si palesa quando le cose non vanno più bene, quando subentra la malattia, gli affari sprofondano e finalmente si palesano i veri fasulli "sentimenti" di chi dovrebbe starti accanto essendo un familiare stretto.
Che meraviglia, mie cari, scorrere le pagine di questo compendio di psicologia e vedere cosà la vita ha in riserbo per noi, se ci ammaliamo, se diventiamo un peso per gli altri, se perdiamo i denari, se invecchiamo.
Un giorno ero ospite in una casa di cura. In lontananza seduto sotto a un albero ho visto un vecchietto solo soletto su una sedia a rotelle.
Mi sono avvicinato e gli ho chiesto come stava, mi ha risposto: giovane goditi la vita e fai finta di nulla riguardo i tuoi rapporti con gli altri. Godi fin quando sei giovane, in salute e magari con qualche risorsa in tasca. Poi appena sopraggiungerà una malattia o un impedimento finalmente vedrai di che pasta è fatta la cosi detta umanità, chi sono i tuoi familiari e allora potrai anche te riflettere solo, per sempre solo, in un giardino fin quando la morte non sopraggiungerà a liberarci di tutto".
E' un libro meraviglioso, siamo sulle vette di "Resurrezione", con la fondamentale differenza, che in "Resurrezione" c'è un riscatto, in questo capolavoro si finisce nell'abisso senza possibilità di risalita.
MERAVIGLIOSO

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Il Cappotto
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La morte di Ivan Il'ic 2018-11-21 16:45:01 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    21 Novembre, 2018
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“E la morte? Dov'è la morte”

In fatto di letteratura russa, purtroppo, conosco ancora ben poco e di quel poco che ho letto finora (fatta eccezione per il geniale “Cuore di cane” di Bulgakov) sono rimasta abbastanza delusa. Stavolta, invece, “La morte di Ivan Il'i? ”, una vera sorpresa, mi spinge quasi a riconciliarmi con l'intera categoria.
Scritto sul finire ormai dell'Ottocento, questo lungo racconto di Lev Tolstoj si distingue fin dalle prime pagine per la scorrevolezza della sua prosa, sebbene l'argomento trattato non sia certo leggero né di poco conto; in esso, infatti, il grande scrittore russo affronta il tema della morte attraverso un personaggio, Ivan Il'i?, che dopo una vita alquanto insignificante, a causa di un male incurabile, finisce i suoi giorni in maniera altrettanto anonima e poco gloriosa; a ispirargli questa storia fu la vicenda di un suo conoscente che morì in quegli anni più o meno nelle medesime circostanze. Con una scrittura intensa e a tratti addirittura ironica, Tolstoj scava nell'esistenza di questo funzionario che, nel tormentato corso della malattia, si rende conto di aver vissuto come non si dovrebbe, inseguendo benessere economico e prestigio sociale per poi ritrovarsi in mano, anno dopo anno, soltanto infelicità e insoddisfazione anzitutto a livello familiare.

“E il suo lavoro, e il suo regime di vita, e la sua famiglia, e quegli interessi sociali e professionali, tutto questo poteva non essere come si deve. Tentò di difendere davanti a se stesso tutto ciò. E d'improvviso avvertì tutta la fragilità di quanto stava difendendo. E da difendere non c'era nulla.”

La consapevolezza di un trapasso oramai imminente e inevitabile, che inizia a ossessionarlo giorno e notte, non fa che mettere ancor più in risalto la menzogna, l'ipocrisia, le frivolezze di chi gli sta intorno, mentre l'insulso vuoto della propria vita si trasforma di colpo in una voragine spaventosa nella quale non può evitare di precipitare.
A mio parere, una lettura sempre attuale, ricca di innumerevoli spunti di riflessione, sullo sfondo dell'estrema fragilità della nostra condizione umana e dello scorrere impietoso del tempo che ci viene concesso, prezioso bene che per lo più dilapidiamo al momento dell'abbondanza per poi rimpiangerlo e rivalutarlo quando la clessidra a nostra disposizione si avvicina al capolinea.

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La morte di Ivan Il'ic 2018-08-08 12:51:58 siti
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siti Opinione inserita da siti    08 Agosto, 2018
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Quante verste hai percorso nella tua vita?

Quante verste hai percorso nella tua vita?
Bella domanda, vero? Non scervellatevi a trovare una risposta ora. Sarebbe del tutto inadeguata. Siete sulla montagna adesso, giusto? Vivete, più o meno soddisfatti, e certo, il lavoro potrebbe andare meglio, i rapporti con il coniuge soffrono degli alti e bassi tipici delle più classiche unioni matrimoniali, vi siete tolti qualche sfizio e tutto sommato, dai, non avete fatto mai del male a nessuno. Qualche volta nel vostro percorso di vita vi soffermate a pensare al mistero della vita, magari proprio quando essa si interseca con la sua antagonista , Signora morte. Ma è sempre la morte di un altro, per quanto vicino, per quanto essa sia sconvolgente; il binario della nostra vita scorre inesorabile e noi lo inseguiamo dopo brevi battute d’arresto. Ci proponiamo anche, chi più chi meno, rinnovamenti esistenziali, sulla base delle disgrazie altrui. Eppure continuiamo a sbagliare, a vivere di debolezze mentre la vita passa. E se si fermasse, oggi? All’improvviso, proprio oggi la vostra vita, con una piccola e insignificante deviazione, condannandovi a poco tempo residuo e a un incontro ravvicinato con la morte, allora cosa fareste?
Questo racconto lungo ci permette di sapere cosa succede a un morituro, Ivan Il’i?, ripercorrendone le principali tappe esistenziali. A ritroso dal momento della sopraggiunta notizia del suo decesso fra la cerchia di amici e di conoscenti. Una narrazione circolare che ci porta progressivamente ai suoi ultimi rantoli dopo le grida disperate, una presa diretta sulla morte sugli effetti che essa produce sulla mente ancora lucida e vigile, attenta a scansare la nemica per rendersi progressivamente conto che il baluardo difensivo non ha bisogno di armi e di torri merlate ma di un'altra visione, quella che in vita ci è sempre sfuggita.
L’incontro con la morte, la consapevolezza che si muore soli, la menzogna che alimenta il tabù della morte, il ricordo, la rivelazione finale ad affrancarci finalmente dal velo di Maya, sono i principali nuclei tematici abilmente intrecciati in questa rappresentazione dallo stile fluido, essenziale e sobrio . Da leggersi in poche ore, senza interruzione alcuna.

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Quel che resta del giorno
Stoner
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La morte di Ivan Il'ic 2018-06-22 08:06:41 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    22 Giugno, 2018
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L'ESTREMO PASSO

Lev Tolstoj, nelle sue opere, ha sempre osservato la morte con una sorta di sgomenta venerazione, quasi che, divorato da una religiosa e al tempo stesso terrena curiosità, avesse voluto con le esperienze dei suoi personaggi cercare di squarciare quel terribile velo di mistero che la circonda dall’inizio dei tempi. In “Guerra e pace”, ad esempio, la morte del vecchio conte Bezuchov, ridotta dalla fatuità, dall’ipocrisia e dall’irriverenza dei parenti a un insensato e grottesco rituale, eppure ancora in grado di rivelare un alone di tragica grandezza con il suo ambiguo alludere a qualcos’altro (“All’avvicinarsi di Pierre, il conte fissò su di lui uno di quegli sguardi che nessuno può più capire: o quello sguardo non voleva dire assolutamente niente, perché fin quando si hanno gli occhi aperti bisogna pur posarlo in qualche posto, oppure, al contrario, diceva troppe cose”), e quella di Andrej Bolchonskij, assimilata a un lento e tranquillo risveglio, a un placido viaggio verso l’ignoto, sono tra le cose più significative che Tolstoj abbia scritto. E’, tuttavia, solo con un breve racconto della tarda maturità, “La morte di Ivan Ilic”, che si ha un coraggioso e decisivo approfondimento del tema. La struttura stessa del racconto depone a favore di questa considerazione. Fin dall’inizio, infatti, sappiamo che Ivan Ilic è morto: la morte perde la sua tradizionale caratteristica di sbocco narrativo, la trama (come nelle migliori opere di Kafka) non ha più nulla da svelare, e Tolstoj può perciò concentrarsi nell’analisi fenomenologica dell’argomento che gli sta tanto a cuore.
Come l’andamento circolare, a flashback, del racconto, così anche la scelta del protagonista non è casuale. Ivan Ilic è infatti una persona comunissima, un rappresentante tipico di quella classe media che fa dei principi di piacevolezza, rispetto dell’ordine e decoro i suoi comandamenti inderogabili. Rigidamente improntata a questi valori, la vita di Ivan Ilic si è sviluppata lungo i binari prevedibili e scontati della carriera professionale, del successo in società e del matrimonio, il tutto ovviamente condiviso e approvato dall’opinione pubblica. Il tono impeccabilmente “comme il faut” dell’esistenza di Ivan Ilic si riflette anche nella sua abitazione, esemplare e indistinguibile, nella quale “c’era tutto quello che escogitano le persone di un certo ceto per assomigliare a tutte le persone di quello stesso ceto”. Se a questo si aggiungono le periodiche partite a vint con i colleghi del tribunale e un orizzonte di interessi limitato esclusivamente al lavoro e agli avanzamenti di carriera, il quadro è completo.
In questa situazione di equilibrio all’apparenza immutabile fa improvvisamente la sua apparizione la morte, sotto forma di una grave malattia sopraggiunta in seguito al più banale degli incidenti. L’irruzione del caso, che qui non ha più nulla della provvidenza divina che guidava ineffabile le sorti dell’umanità in “Guerra e pace”, irride beffardamente il tentativo dell’uomo di dare al suo destino un corso ordinato e regolare. Di colpo la vita di Ivan Ilic cambia aspetto: se prima tutto era giovialità e leggerezza, ora un sentimento di grave pena si fa strada in lui. Il pensiero della malattia, che le persone intorno a lui minimizzano con egoistica indifferenza, da quel momento non lo abbandona più, insinuandosi subdolamente in tutte le attività quotidiane, anche in quelle che prima costituivano la sua ragione di vita, e se all’inizio gli stati d’animo di Ivan Ilic oscillano tra la cupa disperazione e il sollievo dei momenti in cui crede di avvertire dentro di sé un qualche miglioramento, col passare dei giorni sono i primi a prevalere, fino al momento, sconvolgente, della presa di coscienza della irreversibilità del proprio stato.
La sensazione di dover morire si presenta a Ivan Ilic con la stessa implacabile crudeltà di una sentenza inappellabile: “All’improvviso la questione gli apparve sotto una luce completamente diversa. «Macché intestino cieco! Macché rene!… è una questione di vita e… di morte. C’era la vita, e adesso se ne sta andando e io non riesco a trattenerla. E’ così. Perché ingannare se stessi? Non è forse chiaro a tutti, eccetto che a me, che sto morendo: è solo questione di settimane, di giorni… C’era la luce e adesso c’è il buio. Ero al di qua e adesso devo passare al di là! Ma al di là, dove?»”. La morte assume istintivamente la forma dell’oscurità, delle tenebre, e, freudianamente, Ivan Ilic, balzato a sedere sul letto, cerca di accendere la luce, ma con le mani tremanti fa cadere candelabro e candela sul pavimento. La reazione di Ivan Ilic è estremamente naturale, direi quasi ovvia: egli rifiuta l’idea della morte, e a maggior ragione l’idea che a morire debba essere proprio lui. Il sillogismo che aveva studiato da giovane, “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale”, gli era sembrato per tutta la vita profondamente giusto, ma solo perché era un sillogismo astratto, applicabile all’uomo-Caio, cioè all’uomo in generale, ma non a lui, essere particolarissimo, così diverso da tutti gli altri esseri. Da quel buon borghese che era, Ivan Ilic aveva costruito inconsciamente una fitta ragnatela di pensieri, abitudini e formalismi per nascondere a se stesso la realtà della morte, o almeno per ridurla al rango di un irrilevante incidente di percorso di fronte all’inesauribile totalità dell’esistenza, ma ora che la morte si è insinuata dentro di lui, mettendo all’opera il suo instancabile lavoro di roditore, questi schermi di protezione saltano, diventano trasparenti e l’invocazione “a me non può succedere” diventa una patetica ammissione di impotenza nei suoi confronti.
Diretta conseguenza di quel sistema di cui, prima, Ivan Ilic stesso era, come si è visto, uno scrupoloso e fedele osservante è che la morte viene tacitamente considerata dall’ambiente che lo circonda come uno scandalo da far passare il più possibile sotto silenzio, in quanto turba illegalmente l’ordine delle cose. Questa egoistica rimozione è del tutto in linea con quella concezione tolstojana della vita la quale, parlando a proposito di “Guerra e pace”, avevo detto essere il fondamento etico del romanzo: cioè che la brama vitale, l’interesse personale e la soddisfazione dei propri impulsi naturali sono preferibili alle elevate aspirazioni spirituali e al sacrificio di se stessi. Ne “La morte di Ivan Ilic”, però, questi sentimenti hanno perso quella carica positiva che l’amore disinteressato per la vita dava loro nella grande saga tolstojana e sono diventati lo squallido controcanto di individui meschini, che accolgono la morte altrui con inconfessata gioia perché tutto questo non è successo a loro, perché loro sono ancora vivi.
Ciò che più ripugna è la menzogna con cui tutti fanno finta di nascondere a se stessi e agli altri la malattia mortale di Ivan Ilic, costringendo il malato stesso a prender parte a questo gioco ipocrita. “L’orribile, tremendo atto della sua agonia era degradato da tutti quelli che lo circondavano alla stregua di qualcosa di casuale e sgradevole, persino di indecoroso”. Da ciò si spiega l’odio, rabbioso e profondo, che Ivan Ilic nutre nei confronti degli altri, i familiari in testa, colpevoli di lasciarlo disperatamente solo nel suo terribile sforzo di ribellarsi alla morte. Questa solitudine (“una solitudine che non avrebbe potuto essere più completa, in nessun altro luogo, né in fondo al mare, né sottoterra”) segna la impari sfida di Ivan Ilic con la morte. L’immagine del moribondo, sdraiato con la faccia verso la spalliera del divano, è l’espressione più perfetta ed agghiacciante di questa condizione senza vie d’uscita. Pur di salvarsi, Ivan Ilic si aggrappa a tutto ciò che, nella sua spaventosa impotenza, promette di dargli un’impossibile salvezza, dalla superstizione alla religione (persino nella confessione finale, ad esempio, egli ritrova una immotivata speranza di guarigione). Ma alla morte non c’è verso di sottrarsi: lei è sempre lì, ferma davanti a lui, occhi negli occhi, sfrontatamente spavalda e indicibilmente tormentosa.
Nella figura del protagonista Tolstoj opera uno splendido ribaltamento di ruoli. Ivan Ilic è un giudice, ma nella malattia è la morte a intentare un processo contro di lui. “«Cosa vuoi adesso? Vivere? Vivere come? Vivere come si vive in tribunale, quando l’usciere annuncia: Entra la corte!… Eccola qui la corte! Ma io non sono colpevole!» esclamò con rabbia. «E allora perché?»”. Come Josef K. nel “Processo” kafkiano, anche Ivan Ilic ripercorre a ritroso tutta la sua esistenza, tentando di trovare una risposta all’enigma della vita e della morte, magari sotto forma di un peccato che sia in grado di giustificare quel castigo. Ma nonostante che ora, agli occhi lucidi del ricordo, la vita passata gli appaia un impietoso inganno e solo nella lontana infanzia riesca a trovare qualcosa di veramente autentico e sereno, pure Ivan Ilic scaccia l’idea di non avere vissuto come doveva, in quanto egli è sicuro di aver sempre vissuto secondo le regole.
Il racconto si chiude con una potente allegoria, che richiama per intensità il famoso sogno di Andrej in “Guerra e pace”, dove il principe morente cerca con sforzi sovrumani di chiudere la porta, al di là della quale preme silenziosa la morte. Qui, invece, Ivan Ilic immagina di essere ficcato da un’invisibile potenza dentro un sacco nero, stretto e profondo; egli teme e nello stesso tempo desidera di raggiungere il fondo, ma non vi riesce, nonostante cerchi di spingere con tutte le sue forze. Questo lungo e doloroso travaglio, che richiama alla mente, con un’altra immagine freudiana, il tentativo di tornare nell’utero materno, rappresenta la lotta tra l’istinto di sopravvivenza e il potere liberatore della morte. Ad impedire questa liberazione è, più di ogni altra cosa, la menzogna, cioè l’ipocrita convinzione che la propria vita sia stata buona. Solo spogliandosi dall’inganno di una vita assurda e sbagliata (consapevolezza atroce, più dolorosa di tutte le sofferenze fisiche, perché porta con sé la coscienza che è troppo tardi per porvi rimedio), Ivan Ilic può appressarsi alla morte. Si palesa in queste pagine un fondamentale ammonimento etico: non distruggiamo ciò che ci è dato di buono alla nascita, - sembra dire Tolstoj – cerchiamo di non arrivare al punto in cui non è più possibile emendare i nostri errori; la vita è breve, non ne sprechiamo niente, ma agiamo per qualcosa che abbia un valore e un senso, per qualcosa che possa sopravviverci.
Nell’ultima ora della sua agonia, in fondo al buco nel quale Ivan Ilic si dibatte da tre giorni, si illumina all’improvviso qualcosa. All’ultimo momento, Ivan Ilic prova infatti un sentimento nuovo: il perdono. Finalmente, la paura della morte sparisce, la morte stessa sparisce. “«E’ finita!» disse qualcuno su di lui. Egli sentì quelle parole e le ripeté nel suo animo. «E’ finita la morte» disse a se stesso. «Non c’è più». Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì”. Come si può conciliare questa consolante illuminazione finale, che libera il lettore non meno di Ivan Ilic da uno spasimo che sembrava non dovesse avere mai fine, con l’ammonimento etico espresso più sopra? Forse con la considerazione che il senso della vita sta proprio nella morte, non, si badi, nell’atto del morire, cioè nell’agonia (che Tolstoj descrive così crudamente, senza risparmiare i particolari più ripugnanti), e neppure nell’aldilà (in quanto Dio è qui completamente assente), ma in quello spazio che, come l’infanzia, è sottratto al dubbio, al rimorso e all’angoscia. L’ammonimento etico non perde per questo il suo valore, perché solo all’uomo giusto, che ha vissuto “pesantemente” la vita (come il servo Gerasimov, o il Platon Karataev di “Guerra e pace”), è concesso il diritto di morire “naturalmente”, senza quei tormenti, più morali che fisici, che assillano invece quegli uomini i quali, come il borghese Ivan Ilic, dissimulano per tutta la vita, ingannando se stessi e gli altri, il pensiero, inquietante ma necessario, della morte.

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La morte di Ivan Il'ic 2018-02-02 22:39:55 68
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68 Opinione inserita da 68    03 Febbraio, 2018
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Compassione e perdono: una rinascita

Una fine sorda, improvvisa, inconcepibile, quella di Ivan Il’ Ic. Di lui non resta che il ricordo, il dolore di parenti ed amici, colleghi e semplici conoscenti, ma, in fondo, quel corpo disteso inerme e raggrinzito riporta i più ad un pensiero rabbrividente e ad un sorriso sottaciuto e consolatorio per una morte che avrebbe potuto riguardarli e che alla fine aveva preso lui solo.
Compiuto il rituale di accompagnamento e fatte le condoglianze ai parenti del defunto, si ritorna immediatamente alla propria vita, dimenticando lo spiacevole evento ed incamminandosi verso un futuro differente ( per alcuni la morte di Ivan Il’ic avrebbe aperto nuovi scenari lavorativi ).
È qui, da un epilogo già scritto, che ha inizio il racconto di una vita da giudice tra le più semplici ed ordinarie e tra le più terribili, trascorsa come doveva trascorrere, in modo spensierato, piacevole e decoroso, in una quiete famigliare simile a tante altre.
Quel male improvviso, silente, inizialmente ignorato, evaso, rigettato, di giorno in giorno sempre più vivo, fino a divenire un ospite abituale.
Sguardi interrogativi da parte dei parenti e della gente in tribunale per una malattia che pare essere una scocciatura con la consapevolezza di una vita che avvelena anche quella degli altri, un veleno che penetra sempre più in tutto il suo essere.
Ed allora Ivan Il’ic comincia ad ascoltare il dolore, i medici non hanno risposte esaustive, vuole stare lì, solo, al confine con la morte, senza nessuno che lo patisca e compatisca. Sente che per i famigliari è solo un’ ombra trasfigurata, un peso, e che la moglie si augura che muoia.
Poi la presa di coscienza, una fine inevitabile, il vedersi morire vivendo in un perenne stato di disperazione mentre l’ atto della sua morte viene relegato ad uno stato di indecenza e sgradevole seccatura.
Ed allora un desiderio capovolto, quello di essere compatito, ascoltato, toccato da un disinteressato ed empatico senso di pietas, e questo è ciò che ottiene da Gerasim, servo fedele e vicino.
Nel frattempo il dolore si fa sordo, straziante, senza tregua in attesa di una morte certa che tarda a venire ed, oltre le sofferenze fisiche, subentrano indicibili sofferenze morali. Vorrebbe tornare ad una vita normale, a quella giusta misura del passato, ma, si chiede, era quella una vita? Era quello che avrebbe voluto? Era stata vera felicità?
Ed allora subentra un terribile senso di solitudine, di ingiustizia, l’ assenza di Dio, della gente, la propria impotenza.
Ma, d ‘improvviso, ecco un senso di riconciliazione e pacificazione, una mano amica da stringere ed una presa di coscienza dell’ autentico se’.
La fine pare un inizio, la paura della morte svanita, il dolore tollerabile, un animo sereno pronto ad accogliere il futuro, un sorriso conciliante dipinto sul volto.
“ La morte di Ivan Il’ ic “, uno degli ultimi scritti del grande autore russo, inserito in un filone ( insieme a “ La Sonata a Kreutzer “ ) messianico e spirituale che si discosta dai grandi romanzi del passato, è un viaggio lampo nella vita di un uomo sospeso tra l’ inevitabilità di una morte imminente ed una nuova flebile speranza.
Due i temi a contorno ma assai importanti a definirne i contenuti. La pietas, quel sentimento profondamente umano che dovrebbe accompagnare il trapasso di ogni malato terminale ed il suo legittimo desiderio di essere accudito, ascoltato e compatito, ed il perdono che conduce ad un senso di pacificazione, liberando dal dolore, abbandonato qualsiasi accanimento contro nemici inesistenti o creati ad arte, deposto un orgoglio ferito, la rabbia e la solitudine manifesta in una accettazione che riporti alla integrità e serenità di un dopo e di una fine non più tale ma sospensione di una vita e nuova luce in attesa di altro…



… “ In quello stesso istante Ivan Il’ ic sprofondò, vide la luce e gli fu rivelato che la sua vita non era stata come avrebbe dovuto, ma che la si poteva ancora correggere…, senti’ che qualcuno gli stava baciando la mano, apri’ gli occhi e guardò’ il figlio e provo’ pena per lui, con la bocca aperta ed inarrestabili lacrime che le solcavano il naso e la guancia la moglie lo guardava con una espressione disperata. Provo’ pena per lei.
…Provava pena per loro, bisognava fare in modo che non fosse loro doloroso. Liberarli e liberare se stesso da quelle sofferenze. E il dolore? Dove e’ finito il dolore? E la morte. Dov’ e’ la morte? Cercava la sua passata paura della morte e non la trovo’. Non c’ era nessuna paura perché non c’ era neppure la morte. Invece della morte c’ era la luce. Per i presenti la sua agonia durò due ore fino a che… “ E’ finita! “ disse qualcuno sopra di lui. Udì queste parole e le ripete’ nella sua anima. È finita la morte, si disse. Non c’ è più. Aspiro’, si fermò a metà respiro, distese le membra e morì “…

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La morte di Ivan Il'ic 2017-09-03 10:51:29 Mane
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Mane Opinione inserita da Mane    03 Settembre, 2017
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Glaciale

- Attenzione il testo potrebbe contenere lievi anticipazioni sulla trama -

Ivan Il’ic incarna perfettamente il bersaglio prediletto della letteratura russa, il borghese devoto al denaro e alle apparenze, attore di una vita frivola, estraneo a qualunque vocazione morale.
Eppure il protagonista di questa storia non è il gaudente giovane magistrato, ma l’altra che sta nel titolo: la morte. Annunciata fin dall’incipit, la morte si conquista man mano la scena, prendendo il posto dell’insulsa recita dell’ascesa sociale di Ivan narrata con distacco e voluta indolenza, a rendere il lettore ulteriormente partecipe del disprezzo dello scrittore per il modus vivendi del personaggio.
La morte giunge nei panni di un morbo incurabile, come una sentenza, a pegno di una vita sprecata per cui Ivan stesso nutre dei dubbi.

- Ma come mai? Perché? Non era possibile che la vita fosse così assurda, ripugnante. […] “Forse non ho vissuto come dovevo” gli venne in mente all’improvviso “Ma se ho sempre fatto tutto secondo le regole?” -

La quarta di copertina promette un capolavoro nella trattazione del tema del trapasso (certo non nuovo alla letteratura), in realtà le poche algide pagine di questo romanzo a mio avviso distano troppe miglia dalle vette raggiunte invece ne “Tristano Muore” di Antonio Tabucchi e in “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar.

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La morte di Ivan Il'ic 2017-02-26 19:26:26 Franco Pompei
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Franco Pompei Opinione inserita da Franco Pompei    26 Febbraio, 2017
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Ivan Il'ic ovvero l'uomo e la morte

“il fatto stesso della morte di un conoscente intimo suscitava in tutti coloro che venivano a saperlo, come sempre, un sentimento di gioia perché era morto lui e non loro.” (da “La morte di Ivan Il’ic”)

La difficoltà di instaurare una reale comunicazione nelle relazioni interpersonali e la solitudine di fronte alla malattia e all’approssimarsi della morte, la disperata ricerca di un sollievo da parte di chi vede avvicinarsi la fine: questo ci rappresenta Tolstoj in uno dei suoi racconti più strazianti. Ivan Il’ic è il paradigma dell’uomo comune poiché al di là della sua contestualizzazione storica e sociale (è un magistrato della Russia zarista della seconda metà del XIX secolo), possiede indubbi caratteri di universalità: come la maggior parte di noi, nel corso della sua vita ha commesso qualche azione della quale non andare particolarmente fiero ma non può essere definito una cattiva persona, anzi, sul lavoro è onesto e scrupoloso e non abusa mai dei poteri di cui è investito in ragione del suo ufficio, in famiglia è un marito gentile ed un padre affettuoso ed “in società” è sempre affabile e cordiale con tutti. Nel corso degli anni Ivan Il’ic riesce laboriosamente a costruirsi un sistema di vita quanto più possibile gradevole, “schivando” abilmente tutte quelle situazioni che possono minacciare tale gradevolezza (ad esempio per evitare le scenate della moglie, gelosa e nevrotica, trascorre sempre meno tempo in casa e si rifugia nel proprio lavoro e nella vita sociale esterna). Questo modus vivendi gradevole e “decoroso” che Ivan Il’ic è riuscito a conquistarsi, però, ad un certo punto viene sconvolto da una banale quanto tragica fatalità: un piccolo trauma dovuto ad una caduta ed apparentemente privo di gravi conseguenze è l’evento scatenante di una lunga e misteriosa patologia che lentamente ed inesorabilmente conduce il protagonista alla morte. Per una sorta di terribile legge del contrappasso, da questo momento in poi saranno tutti quelli che gli stanno intorno a “schivare” Ivan Il’ic, ossia, a fingere di non riconoscere la gravità della sua malattia ed in effetti questa finzione altro non è se non un’inconscia “strategia difensiva” dall’orrore della malattia, del tutto analoga a quella per tanto tempo adoperata dallo stesso Ivan Il’ic per sottrarsi alla sgradevolezza della sua vita familiare. Per Ivan Il’ic inizia un lungo calvario nel corso del quale ad un’iniziale alternanza di momenti di speranza e di terrore fa seguito una sempre maggiore consapevolezza dell’avvicinarsi della fine. Terribilmente angoscianti sono le pagine nelle quali Tolstoj descrive l’incomunicabilità che spesso ancora oggi, purtroppo, caratterizza la relazione fra medico e paziente: ad Ivan Il’ic viene quasi rimproverato, con sussiego dottorale, di voler conoscere la reale gravità della sua malattia, di voler sapere se c’è o meno speranza di guarigione. Con il progredire della malattia, alla sofferenza fisica ed alla paura si aggiunge per Ivan il’ic un altro tormento: quello derivante dalla rabbia per “la menzogna” che lo vuole “malato ma non moribondo”, una menzogna alla quale egli stesso viene costretto a partecipare. Sono pagine toccanti nelle quali l’autore descrive magistralmente il supplizio della malattia e la sua drammatica capacità di portare alla luce quei bisogni che, in condizioni di normalità, le convenzioni etiche e sociali impongono di tenere nascosti, prima ancora che agli altri, a sé stessi (“in certi momenti, dopo lunghe ore di sofferenza, anche se si sarebbe vergognato a confessarlo, aveva soprattutto voglia che qualcuno avesse pietà di lui, come di un bambino malato. Avrebbe voluto che lo carezzassero, che lo baciassero, che lo compiangessero, così come si accarezzano e si consolano i bambini”). Gli unici momenti di conforto per il protagonista, in questo oceano di solitudine e disperazione, sono quelli trascorsi in compagnia del servo Gerasim, il solo a non “mentire” e a dimostrare per il padrone un’empatia tradotta in gesti semplici, ma così importanti per Ivan Il’ic, come il dargli sollievo dal dolore tenendogli sollevate le gambe: in questo Tolstoj anticipa una tematica, quella della contrapposizione fra l’ipocrisia “borghese” e la spontaneità “popolana”, che verrà ripresa da diversi autori europei del secolo successivo (si pensi ad esempio a Pasolini). Giunto allo stremo delle proprie forze Ivan Il’ic costringe se stesso ad un’impietosa autoanalisi che termina con un'amara constatazione: tutti i momenti della sua vita che prima gli erano sembrati i migliori, i più piacevoli, adesso gli appaiono “qualcosa di insignificante, spesso di ripugnante”; si salvano solo l’infanzia e la primissima giovinezza nelle quali il protagonista intravede qualcosa “che sarebbe stato pronto a rivivere, se avesse potuto tornare indietro. Ma la persona che aveva provato quei momenti piacevoli non c’era più: sembrava il ricordo di qualcun altro”. A questa constatazione si accompagna infine, nella visione religiosa maturata da Tolstoj negli ultimi anni della sua produzione letteraria, un nuovo senso di pietà del protagonista ormai non più solo per sé stesso ma anche per tutti quelli che gli stanno intorno ed una improvvisa e nuova visione della morte quale definitiva liberazione di sé stesso e degli altri dalla sofferenza.

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