Narrativa straniera Classici La signorina Else
 

La signorina Else La signorina Else

La signorina Else

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"Nei singoli uomini non si è verificata la benché minima trasformazione, non è accaduto altro se non che diverse inibizioni sono state spazzate via e che ogni specie di mascalzonate e furfanterie possono essere commesse oggi con un rischio relativamente minore, in ogni senso sia morale che materiale, di quanto non accadeva in passato. Inoltre si parla un po' più di cibo e di denaro." Così Arthur Schnitzler descriveva, nel 1924, la sua epoca, difendendo "Signorina Else" dalle critiche di coloro che la consideravano un'opera appartenente a un mondo "finito e sorpassato". In realtà, la vicenda della giovane donna, ospite della zia nel Grand Hotel di San Martino di Castrozza, che per salvare il padre dalla rovina economica deve mostrarsi nuda a un vecchio conoscente, è quanto mai sintomatica della lotta della dignità umana contro il potere del denaro.

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La signorina Else 2019-07-04 19:14:55 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    04 Luglio, 2019
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La seduzione del monologo

Arthur Schnitzler appartiene a quella schiera di artisti, tra cui Klimt, Roth e molti altri, animati dal perturbante e decadente fascino dell’Austria alla fine della sua gloria, una crisi dell’impero ben simboleggiata da quella frutta marcita che permea, in un clima di visionaria allucinazione, la Venezia di Thomas Mann, altro cantore della fine di un’epoca. Lo stesso Schnitzler conosciuto per essere autore di “Doppio sogno”, romanzo cui Kubrick si è ispirato per la mistica e conturbante enigmaticità di Eyes Wide Shut. E a ben vedere, questo “Signorina Else” condensa ed esemplifica un genere letterario che da un lato affonda la sua costruzione narrativa nel teatro, di cui usa anche i mezzi, e dall’altro nel senso musicale del cinema, nella forza inarrestabile di una regia che insegue, braccandola, la sua unica protagonista. Del teatro “Signorina Else” recupera l’idea di una serie di eventi scatenati da qualcosa che accade all’inizio del dramma. Come in Shakespeare, l’azione è già tutta all’inizio (la profezia delle streghe che apre il “Macbeth”, l’omicidio del re in “Amleto”), cosicché la narrazione può concentrarsi sulle conseguenze del fatto, perché il fatto è stupido e tutto è interpretazione. Il fatto qui è la richiesta che Else, una diciannovenne che ha tutta l’altera protervia della sua età, riceve dalla madre: il padre ha sperperato il denaro della famiglia, rischiano uno scandalo e quindi deve chiedere ad un ricco signore in vacanza un prestito. Peccato che il signore chiederà in cambio a Else di vederla nuda.

Una volta che il motore dell’azione si è acceso, non resta altro che seguire la protagonista in una lunga sequenza, una regia che davvero non stacca mai la macchina da presa e che si spinge sempre più a fondo, oltre la pelle, oltre la carne, oltre le viscere per scovare una ragione, per risolvere il dilemma tra utile ed etica, per tentare di ricomporre la lacerante disumanità di una richiesta che esplode in tutta la sua incontrovertibile forza di sopraffazione. Perché anche se Else è pungente, anche se Else si esprime con intelligenza e gioca con le parole, con i giudizi, con la pretesa della conoscenza su se stessa, resta pur sempre un’adolescente o poco più. E Schnitzler ben descrive il senso di paralisi, la sensazione di impotenza che coglie quando si riceve un’attenzione indesiderata, una richiesta troppo esplicita. Eppure l’aspetto notevole di questo libro è l’assoluta padronanza del monologo interiore, perché tutto accade attraverso gli occhi della protagonista, in una scrittura fluida che sa cogliere ogni vibrazione, ogni oscillazione dell’anima, in equilibrio miracoloso tra la frantumazione dei pensieri e il loro inesauribile scorrere. Un’arte che ha fatto accostare Else a Molly Bloom e che fa di Schnitzler uno degli autori più moderni che abbiano aperto il novecento.

Nel microcosmo di Else, nell’albergo che ospita la vicenda di appena quattro ore, si riflette il macrocosmo dell’ipocrisia borghese e della più vile perversione, ma anche l’infinita debolezza di una donna con pensieri troppo complicati, nel vuoto cosmico della propria cocciuta incomunicabilità. La scrittura accoglie anche la rivoluzione psichica freudiana, ma voglio lasciare da parte le letture del libro come espressione dei complessi di Elettra, della coazione a ripetere e di quant’altro la critica si è sforzata di trovare. Quello che regala Else è la storia di un’anima e la profonda sintonia tra la questa e la natura, con alcune splendide scene al chiaro di luna, mentre il vento soffia, nell’aria frizzante di champagne, nella calma nevosa delle montagne. Momenti lirici che si susseguono senza soluzione di continuo alle più turpi azioni e che crescono in una climax vertiginosa fino alla scena in cui, complice il sapiente uso della musica (per chi sa leggere gli spartiti, forse nel ricordo della “Sonata a Kreutzer”), il parossismo supera la parola e al lettore non resta che il senso di un’ansia paralizzante.

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La signorina Else 2017-08-16 15:39:47 siti
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siti Opinione inserita da siti    16 Agosto, 2017
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La Maya desnuda

Sarebbe interessante rileggere la piccola vicenda della graziosa Else, signorina borghese, donna in erba, secondo un’ottica esterna, magari attraverso il punto di vista di un personaggio minore o meglio di una comparsa quale è nell’economia del racconto, ad esempio, il portiere dell’albergo di San Martino di Castrozza, dove l’intera vicenda è ambientata in una manciata di ore. Cosa avremmo letto in quel caso? Rappresentazione curiosa o annoiata della vita di facciata di un piccolo mondo perso tra le Alpi, piccolo specchio di una realtà corrispondente rimasta a valle o in città, là in Austria tra la casa in campagna o la capitale Vienna? Condanna di vizi perpetrati in scala ridotta anche all’ombra del Cimon? Adulteri, frodi fiscali, ricchezze apparenti sull’orlo del collasso, vacuità del vivere? O forse il narratore avrebbe catalizzato la sua attenzione proprio su lei , la giovane Else, in vacanza con la zia, ragazza perspicace che fiuta la tresca del cugino con una donna sposata, ragazza conscia della propria sensualità ma libera e aperta a tutta una vita davanti. Ne avrebbe percepito il disagio in quella piccola società ai piedi della montagna? Avrebbe sorriso del suo sguardo curioso e penetrante capace di scandagliare il perbenismo di facciata? Avremmo saputo se, dopo aver letto la lettera con l’infame richiesta della madre per salvare le sorti del marito, Else cambiò per caso atteggiamento, apparendo confusa, stranita, turbata se non perfino sconvolta o disvelata. Così la vuole il signor von Dorsday, senza veli, nuda prostrarsi a lui in cambio di quei soldi chiesti a favore del padre su pressione materna. E invece no, noi l’intera vicenda la leggiamo calati completamente nella mente della giovine che ci conduce, secondo la sua visuale, a conoscere una realtà triste e misera che va a incrociarsi e a scontrarsi con un meraviglioso immaginario femminile. Stupisce la capacità dell’austriaco di calarsi nella mente disinvolta di una giovane donna, nei suoi desideri e nelle sue delicate pulsioni per poi seguire il collasso parossistico di questo immaginario femminile franto contro il muro della buona società, misera, gretta, falsa. La sua femminilità è messa a nudo per tutta la durata del racconto ed è un piacere scoprirla, peccato combaci con l’atto stesso del denudarsi, tangibile, concreto e reale a siglare la fine del mistero quale è la mente di una ragazza quasi donna. Bel racconto, pare sia da leggere in parallelo al romanzo”Teresa: cronaca della vita di una donna”, dai critici ritenuto il capolavoro di Schnitzler.

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La signorina Else 2016-05-31 15:50:19 sonia fascendini
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    31 Mag, 2016
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ribellione definitiva

La signorina Else ha diciannove anni. E' altera, ma non altezzosa, potrebbe essere una sgualdrina, ma mai una prostituta. Desidera fare esperienze di vita, ma ne ha paura. Non è capace di fare alcun lavoro ed in parte è inorridita dall'idea di diventare telefonista o dattilografa. Del resto è un'aristocratica e non ne ha bisogno. Tutto questo ce lo confida la stessa protagonista del racconto.
Schnitzel ci porta dentro la mente di questa ragazza e ci fa osservare indisturbati i suoi pensieri, noi ce ne stiamo lì ed ascoltimo tutte le battute salaci che nascono dentro le meningi, ma non escono dalla bocca, tutti gli imbarazzi ed i rossori che la pervadono. Fremiamo, perchè vorremmo darle una pacca sulla spalla, metterla in guardia o invitarla a cambiare strada, ma non lo facciamo perchè lì nel nostro angolino dentro la sua mente ci sentiamo quasi dei guardoni.
L'originalità di questo libro sta nella scelta di farci vivere le vicende solo attraverso il punto di vista della protagonista. Non un diario nel senso classico del termine, quasi una cronaca di quello che avviene nella sua mente. Il rilievo del racconto sta nell'aver affrontato senza mezzi termini la condizione femminile dell'epoca. Ragazze oggetto, allevate perchè diventino merce di scambio per i genitori. Donne prive di pensieri o idee se non quelle che fanno piacere agli uomini.
La vicenda è semplice e si svolge in sole quattro ore. Else, in vacanza a spese di una zia, è preocupata soprattutto dl nascondere lo stato di disagio economico in cui si trova la sua famiglia. Le camice consunte o l'ultimo paio di calze senza smagliature sono i principali oggetti di ansia. Fino a quando arriva un espresso dalla madre. La genitrice le chiede di intercedere presso un amico di famiglia per avere in prestito il denaro necessario a porre rimedio ad una frode del padre. Else si rassegna a questa umilazione e dapprima nelle vesti di una battagliera amazzone, poi di agnello sacrificale si getta nelle fauci del salvatore del padre. Quest'ultimo coglie l'occasione al balzo e le fa una proposta indecente. Inizialmente scandalizzata, poi offesa Else progetta e porta a termine un piano che dovrebbe bastare a salvare padre e dignità.

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La signorina Else 2016-02-13 16:40:30 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    13 Febbraio, 2016
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Uno straordinario piano sequenza

Arthur Schnitzler è stato senza dubbio uno degli autori più importanti del primo novecento: pienamente immerso nel clima culturale della Vienna a cavallo della prima guerra mondiale, è stato il testimone e uno dei grandi narratori delle inquietudini e delle tragedie dei primi decenni del secolo, della catastrofe del conflitto, dello sfacelo dell’impero e dei convulsi anni privi di ogni certezza dell’immediato dopoguerra. Medico e scienziato, nelle sue opere letterarie – centrate spesso su singoli, straordinari personaggi – la patologia individuale ha quasi sempre un ruolo centrale, ma è sempre associata, anzi è la spia precisa, di una patologia sociale, di un malessere collettivo dato dalla falsità e dall’ipocrisia dei rapporti tra le persone, determinato a sua volta dai rapporti sociali vigenti. Ebbe contatti diretti con Sigmund Freud, che lo ammirava perché vedeva in lui quasi la trasposizione in forma letteraria delle sue teorie psicanalitiche; si può dire anzi che lo sviluppo della psicanalisi freudiana e la crescente importanza che nelle opere di Schnitzler assumono le tematiche legate all’inconscio, alla dimensione onirica, alle pulsioni sessuali e alla loro rimozione come fattore determinante i rapporti umani e sociali, siano andati in certo qual modo di pari passo.
Scrittore borghese, Schnitzler – come un altro suo contemporaneo grande borghese di area tedesca, Thomas Mann – è spietato nell’analizzare la dissoluzione di un mondo di falsi valori che sino a pochi decenni prima sembravano guidare infallibilmente il consorzio umano verso nuove magnifiche sorti e progressive. Tuttavia, a differenza di Mann, ed in questo a mio avviso più grande di Mann, egli non si illude che la soluzione della crisi stia nel recupero della purezza delle origini del mondo borghese magari associata alla saggezza delle piccole monarchie tedesche (si vedano in proposito 'Tonio Kröger' o 'Altezza reale'): Schnitzler è austriaco, non è impregnato di spirito e 'kultur' tedesche cui anche Mann soggiace appieno, e se da un lato non ha rimpianti e nostalgie per il mondo che gli si dissolve davanti, dall’altro non è neppure in grado di indicare soluzioni allo sfacelo, non ricerca affannosamente nel letame della Storia i germogli della rinascita. Parlando in termini medici (Schnitzler lo era) egli è grandissimo nella diagnosi, ma non si addentra in improbabili prognosi, il che del resto, come la Storia si è incaricata di dimostrare, non avrebbe avuto molto senso.
Il parallelismo di Schnitzler con Thomas Mann riguarda anche la loro capacità di essere antesignani della rivoluzione novecentesca della letteratura: solitamente – anche se in una maniera sicuramente convenzionale – si fa nascere la letteratura novecentesca propriamente detta con l’uscita de I Buddenbrook, il grande romanzo epico della crisi borghese. Ebbene, nello stesso anno in cui Mann esordiva con il suo capolavoro Schnitzler pubblicava un lungo racconto, 'Il sottotenente Gustl', feroce critica dell’imperialregio esercito, nel quale per la prima volta veniva usata, per narrare l’emblematica vicenda del protagonista, la tecnica del monologo interiore (lancio un accorato appello perché questo racconto, essenziale per capire il ‘900 letterario, venga riedito in Italia!). Siamo nel 1901, ben 21 anni prima dell’uscita di Ulisse e del suo 'stream of cosciousness', ed un allora pressoché sconosciuto medico viennese annunciava già che tutto era cambiato nel modo di scrivere, con una radicalità che sarebbe stata riconosciuta solo alcuni decenni dopo.
Il monologo interiore è la tecnica narrativa con cui, quasi un quarto di secolo dopo, uno Schnitzler ormai affermato costruisce un altro dei suoi capolavori, forse il più celebrato: 'La signorina Else'. Si tratta di un lungo racconto la cui vicenda si esaurisce in poche ore, tra il pomeriggio e la serata del tre settembre di un anno imprecisato, a San Martino di Castrozza, allora (come oggi) una delle località turistiche più note delle Alpi. Else, diciannovenne figlia di un noto avvocato di Vienna, è lì in vacanza da tre settimane, ospite di un grande albergo nel quale soggiornano anche sua zia, il cugino ed alcuni conoscenti. Else è una ragazza, spensierata, senza arte né parte, che sta cominciando a pensare al proprio futuro, naturalmente già perfettamente incanalato verso il ruolo di sposa e madre della buona società: sente però vagamente il richiamo del sesso, di cui ovviamente non ha ancora avuto esperienza diretta, osserva tra lo sprezzante e l’incuriosita i segnali di una relazione tra suo cugino e una donna sposata e si immagina donna spudorata, infedele e piena di amanti.
Nella hall dell’albergo le viene consegnata una lettera della madre, che le ingiunge di chiedere a nome del padre un prestito importante (trentamila gulden, che diventeranno con un successivo telegramma cinquantamila) a Von Dorsday, un conoscente di famiglia di mezza età con fama di uomo d’affari poco onesto e di scapolo impenitente. Si viene così a sapere che il padre, col vizio del gioco, è sull’orlo della bancarotta, che già in passato ha ricevuto ingenti somme da parenti e da amici, che Von Dorsday è l’ultima possibilità prima del carcere e che la dolce vita di Else, fatta di svaghi a Vienna e di soggiorni nelle località alla moda, è ormai insostenibile e forse destinata a cambiare per sempre. Else si sente usata dalla famiglia, e ondeggia tra il rifiuto di chiedere un favore ad un signore di mezza età che disprezza perché nei suoi confronti ha un atteggiamento ambiguo e il dovere filiale, che tra l’altro le potrebbe permettere di continuare a fare la sua bella vita. Nasce in lei il terribile sospetto che la famiglia, conoscendo le mire di Von Dordsay su Else e sulle giovani donne in genere, voglia letteralmente venderla al vecchio puttaniere (ovviamente Schnitzler non si esprime mai così, ma…), e questo pensiero comincia a far vacillare tutte le labili certezze di Else. Ella trova infine il coraggio di parlare con Von Dorsday: Nel corso del drammatico colloquio egli prima sembra negare il suo aiuto, quindi si dice disposto a versare la somma (che sa comunque non essere risolutiva e che, ne è conscio, non rivedrà più) ad una precisa condizione: vedere Else nuda. A questo punto Else, messa di fronte ad un dilemma angosciante e sempre più convinta di essere stata usata dalla famiglia in modo cinico, precipita progressivamente in uno stato di confusione mentale in cui alterna caoticamente momenti di apparente assoluta decisione su cosa deve fare ad altri in cui rivela la sua fragilità psichica. In breve il dramma giunge al suo compimento con modalità che lascio scoprire al lettore.
L’elemento caratterizzante in assoluto questo racconto è l’utilizzo esclusivo del monologo interiore. Tutto si svolge come detto in poche ore, diciamo tra le 17.00 e le 21.00 del tre settembre. Durante questo tempo noi siamo dentro la testa di Else, e non la abbandoniamo un secondo. E’ una sorta, cinematograficamente parlando, di lunghissimo e ininterrotto piano sequenza, fatto di frasi brevi, i pensieri di Else, che divengono sempre più convulse e contraddittorie via via che la sua vicenda assume le tinte del dramma; le frasi dette dagli altri personaggi sono sempre e solo quelle ascoltate da Else, ed è lei, attraverso i suoi pensieri e commenti interiori o attraverso le sue risposte a farci capire la situazione. Il racconto assume così un fascino peculiare, perché la tecnica usata, e la maestria con la quale è usata, riescono davvero a farci percepire appieno l’incalzare del dramma di Else.
Sbaglieremmo però se pensassimo che l’uso del monologo interiore serva a Schnitzler per descriverci solamente il dramma di una persona: come detto la grandezza di questo scrittore va ricercata nella sua capacità di descriverci un’epoca, una società attraverso l’analisi della psicologia dei protagonisti delle sue storie. Così, ne 'La signorina Else' il monologo interiore serve a Schnitzler per sottolineare la distanza tra il formalismo e la banalità delle frasi di Else, dettate dalle convenzioni sociali, in cui abbondano i "signor tale e talaltro", i "gnädige frau", e i suoi veri pensieri; serve a Schnitzler per sbatterci in faccia la grettezza ed il cinismo di Von Dordsay, degno rappresentante dello spirito affaristico su cui è fondata ancora oggi la società; serve infine a Schnitzler per sottolineare i drammi umani, il vuoto di sentimenti e l’abisso sociale sui quali è fondato uno dei pilastri dell’organizzazione sociale borghese: la buona e rispettabile famiglia. La signorina Else presenta quindi a mio avviso tutti i tratti del capolavoro letterario, per la storia narrata, per il valore universale che essa assume, per come è narrata. Ho solo maturato, leggendolo, un piccolo dubbio. Schnitzler scrive il racconto nel 1924, avendo passato la sessantina: mi sembra di poter dire che la società da lui descritta, almeno nei suoi tratti esteriori, fosse già stata spazzata via dalla guerra, appartenesse ad un’epoca che, seppure di pochi decenni prima, fosse completamente diversa. Anche lui, probabilmente, non poteva sottrarsi al fascino sottile che quell’epoca ancora irradiava, anche se – lungi dal rievocarla con nostalgia attribuendole virtù fittizie come faranno ad esempio Roth o Von Hoffmannsthal – la richiama per distruggerne ancora una volta i fondamenti; è come se fosse troppo anziano per rivolgere i suoi strali verso la realtà che lo circondava, sicuramente non priva di contraddizioni: altri, appartenenti alle nuove generazioni, si assumeranno questo compito.
Una notazione sull’edizione. Ho letto il libro nell’edizione 'I corvi' Dall’Oglio del 1984, che però riprende integralmente (credo) quella originale del 1928. Ebbene, lo stile desueto di traduzione, l’italianizzazione dei nomi dei personaggi (il titolo diviene 'La signorina Elsa') e la prefazione di Antonio Baldini, quasi commovente nel suo ingenuo idealismo crociano, nella quale l’autore è lo Schnitzler, contribuiscono secondo me non poco al fascino sottile del libro, fascino che per me è aumentato dal fatto di trovarmi per ventura a vivere nei luoghi in cui il racconto è ambientato.

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La signorina Else 2013-12-23 17:29:23 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    23 Dicembre, 2013
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La signorina Else di Arthur Schnitzler

“La signorina Else” di Arthur Schnitzler fu pubblicato per la prima volta nel 1924, cioè due anni dopo l’Ulisse di Joyce. Questo riferimento temporale è importante per la tecnica narrativa usata da Schnitzler: lo stesso monologo interiore (stream of consciousness), che rese celebre il personaggio di Molly Bloom dell’Ulisse.
L’azione del romanzo si svolge in un tempo brevissimo, e in uno spazio e in luogo più o meno sempre uguali, quasi l’autore avesse voluto rispettare le rigide unità aristoteliche.
Il dramma della giovane Else inizia con l’arrivo di una lettera della madre, che la raggiunge in una località di villeggiatura, San Martino di Castrozza, e che le comunica la minaccia che incombe sul padre: egli rischia l’arresto se non paga in brevissimo tempo un debito di cinquantamila fiorini. Molto esplicitamente Else viene incoraggiata, anzi esortata da sua madre a vendersi al ricco signor von Dorsday, molto più vecchio di lei e suo spasimante.
Da qui ogni pensiero, ogni dialogo, ogni incontro viene filtrato dalla mente di Else e da lei interpretato. Da giovane donna bella e piena di prospettive rosee per il suo futuro, in una società alto-borghese mitteleuropea, Else si trasforma ai suoi stessi occhi in sgualdrina pronta a concedersi per denaro. Ripugnanza e disgusto per la condizione in cui verrebbe a trovarsi, non per sua scelta, le fanno considerare soluzioni alternative: il suo carattere così conosce un’evoluzione nel giro di poche ore. Cedere al ricatto vuol dire rinunciare ai propri sogni; il rapporto affettivo con i genitori muta e si trasforma in alcuni momenti in astio e rancore, pur lasciando qualche spazio alla pietà filiale. Else presenta se stessa e si descrive come una giovane molto bella, la cui bellezza è in fondo la sua condanna.
La storia, nella sua semplicità è la denuncia dei limiti di una società superficiale e egoista che non esita a trascurare i più elementari doveri di onestà e rispettabilità.
La bellezza di una figlia diviene comoda e facile merce di scambio, in un’epoca in cui l’emancipazione femminile è ancora solo un movimento affidato all’iniziativa delle suffragette.
L’interesse di queste romanzo breve non risiede dunque esclusivamente nella tecnica narrativa, ma anche nel suo messaggio sociale: la donna di Schnitzler appare ancora prigioniera di quegli schemi che ne hanno limitato per troppo tempo la libertà di scelta e di azione.

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