Re Lear Re Lear

Re Lear

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"Lungi dall'essere poco teatrale, Re Lear può ben dirsi l'opera più teatrale di Shakespeare, e ciò nel senso che in essa il linguaggio del drammaturgo raggiunge la sua più alta, e specifica, intensità ed espressività. Né poteva essere diversamente. Nel dramma, composto intorno al 1605 (poco dopo l'Otello e pressoché contemporaneamente al Macbeth) e dunque nel momento in cui più profonda era la sua riflessione sull'uomo e sulla sua condizione, Shakespeare crea un linguaggio la cui 'teatralità' è suprema perché suprema è la funzione che ad esso viene affidata; un linguaggio che, volendo esplorare e conoscere il movimento e le ragioni della vita, ha così approfondito e arricchito le proprie specifiche risorse e qualità da aver bisogno, come mai prima, del proprio elemento naturale, il teatro." (dalla Prefazione)



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Re Lear 2020-03-31 08:23:45 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    31 Marzo, 2020
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LA VIOLENZA E LA FOLLIA

Pirandello deve essersi ricordato di “Re Lear” quando nell’”Enrico IV” ha fatto scegliere al suo protagonista la follia come unico rimedio per sfuggire all’assurdità e al male del mondo. “Re Lear” è infatti la tragedia della follia per antonomasia, così come “Otello” lo è della gelosia. La follia vi è qui declinata in tutte le sue varianti: oltre alla follia “regale” e dignitosa di Lear, vi è la follia “animalesca” e sconcia di Edgar, quella finta e studiata del conte di Kent e quella trasgressiva e irriverente del “fool”. Sull’altra sponda personaggi barbaramente malvagi ordiscono macchinazioni e complotti in spregio dei più naturali vincoli familiari e sociali (il rapporto tra padri e figli e tra anziani e giovani viene infatti stravolto, rovesciato e sottomesso più e più volte a inenarrabili violenze) e mossi solo da ipocrisia, avidità, brama di lussuria e sete di potere. Mai come nel “Re Lear” c’è stata in Shakespeare una tale distanza tra personaggi positivi e negativi, distanza che a forza di essere tirata verso gli opposti estremi della pazzia e della malvagità contro natura giunge a negare qualsiasi ricomposizione dialettica. La classica strage che chiude la tragedia non ha perciò qui nulla delle melodrammatiche forzature da teatro elisabettiano, perché è il logico e inevitabile suggello di una lotta senza quartiere tra bene e male, la quale non ci risparmia nessuna delle più inimmaginabili efferatezze (come nella scena in cui Regan e suo marito strappano gli occhi dal volto del conte di Gloucester). Quello che rimane è la rappresentazione di un mondo dove si agitano incontrollabili forze oscure, selvagge e irrazionali, le quali, se per un qualche motivo magari banale (come la negligente stoltezza di un vecchio re) si dà loro spazio, rischiano di invadere e sopraffare tutto ciò che prima era pietas, saggezza e cultura (cosa che purtroppo più volte – basti pensare al nazismo – abbiamo avuto modo di riscontrare nella storia).

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Re Lear 2020-03-18 18:52:05 Vale18
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Vale18 Opinione inserita da Vale18    18 Marzo, 2020
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Il capolavoro di Shakespeare

Una storia coinvolgente, densa di tematiche e riflessioni profonde, ben costruita e narrata tramite i diversi personaggi che si alternano, non dando mai impressione di essere inferiori o superiori agli altri per l’apporto narrativo e filosofico della storia. Il “Re Lear” è infatti una tragedia corale, nella quale non emerge un unico personaggio principale ma in cui tutti sono importanti allo stesso modo. Ed è anche per questo che io la preferisco ad altre pur bellissime come l’Amleto e il Macbeth. Una tragedia in cui la storia riesce a coinvolgerti tanto da catapultarti nella mente dei diversi personaggi, le cui descrizioni e profili psicologici sono ben delineati e diversificati tra di loro cosicché tutti i dialoghi risultano anche confronti tra idee e modi di affrontare la vita e le situazioni che essa ci porta a vivere. Diversi sono i temi dell’opera: dal potere alla ingratitudine filiale per giungere anche a quello della pazzia. L’analisi di queste tematiche è resa ancora più polifonica dalla presenza di due plot, una principale e una secondaria che alla fine arriveranno per intrecciarsi tra loro.
Il primo tema è l’ingratitudine filiale; esso porta alla suddivisione della generazione filiale in due sezioni: quella rispettosa del vecchio e quella arrivista. La prima è incarnata da Cordelia, figlia del Re, e da Edgar, figlio legittimo di Gloucester (pronunciasi Glouster), i quali decidono di aiutare i rispettivi genitori nonostante i torti subiti a causa loro, incarnando il vero amore filiale. Ad essi fanno da contraltare gli “arrivisti”: le due sorelle Regan e Goneril, figlie del Re, e il figlio bastardo di Gloucester, Edmund, il quale cerca di impossessarsi dell’eredità così come le due donne del regno. Questo secondo gruppo incarna invece gli ideali della manipolazione e dell’arrivismo filiale in cui a qualsiasi costo i figli pretendono e cercano di ottenere il potere dei loro padri, senza rispetto.
Il potere è sicuramente un altro tema importante, rappresentato nell’opera dall’esercito di 100 cavalieri di King Lear, il quale si sgretola mano a mano che il Re decide di chiedere aiuto alle figlie che ritiene lo amino. Una perdita sostanziale e un tema importante anche per l’epoca reso da questa bellissima metafora con la quale si procede anche a livello narrativo portando all’annullamento del potere di King Lear e al coronamento della sua pazzia indotta.
Segue dunque il tema della pazzia, trattata da diversi aspetti e comune a diverse delle grandi tragedie di Shakespeare (Amleto e Macbeth). In quest’opera vengono descritti e analizzati diversi tipi di pazzia:
1. La pazzia “reale” di King Lear, il quale impazzisce e dà di matto ma tramite la quale si instaura un binomio interessante di quest’opera: saggezza-pazzia. Infatti il re, nel periodo di relativa sanità mentale, non comprende la vera natura delle figlie e delle sue scelte; ma con l’avvento della pazzia, egli realizza ogni cosa.
2. La pazzia “lavorativa” del Fool. Questo personaggio è infatti di base il giullare di corte, che quindi fa “il matto” per far ridere; ma egli assume una valenza assai più complessa ed interessante, trasformandosi nella coscienza del King Lear, seguendolo ovunque vada con le sue “strofe” profetiche e i suoi consigli e avvertimenti. Un espediente narrativo e particolare a cui si aggiunge la relativa scomparsa nel nulla del personaggio che esce di scena poco prima del ritorno di Cordelia, come a sostituirla in sua assenza.
3. La pazzia “mascherata” di Edgar. Infatti per star vicino al padre e aiutarlo nonostante il divieto del padre e la volontà da lui espressa di non desiderarlo più, Edgar si traveste da Poor Tom e così aiuta il padre a salvarsi rivelando soltanto alla fine la sua vera identità. Il mascheramento riallaccia Edgar ad un altro personaggio, Kent, fedelissimo del re, il quale però non vuole più vedere in quanto anch’egli al pari del Fool cercava di avvertirlo sulla sua sorte.
Il binomio saggezza-pazzia, indissolubilmente legato al personaggio del King Lear si allaccia ad un altro binomio cecità-saggezza, che si riallaccia invece all’altro old della storia, Gloucester, il quale solo dopo essere stato acciecato comprende i suoi errori nel comportamento riguardo il figlio Edgar.
Presente anche il tema della giustizia e dell’“appearence versus reality”,riscontrabile nelle maggiori opere shakespeariane.
Non mi voglio dilungare sui personaggi, in quanto non finirei più di scrivere ma vi dico soltanto che ogni personaggio rappresenta un mondo di visioni e di idee; lo scandaglio psicologico e la ricercatezza della descrizione dei sentimenti e degli stati d’animo dei personaggi è molto coinvolgente tanto da catapultartici dentro. Da ciò ne deriva un bellissimo e trasportante flusso di idee, pensieri, modi di vivere e tematiche che ti farà divorare quest’opera.
Per quanto riguarda lo stile, indubbiamente in quest’opera Shakespeare dà il meglio di sé facendo uso dei più disparati tipi di versi e composizioni, a cui si aggiungono i suoni delle parole e dei discorsi che rispecchiano le emozioni provate dai diversi personaggi.
Concludo questa recensione invitando tutti voi che state leggendo, a leggere e ad amare quest’opera e a diffonderla il più possibile, in quanto viene spesso ignorata e poco letta. Io la consiglio vivamente ad ognuno di voi in quanto rappresenta uno squarcio massimo della mente e dell’animo umano nelle più variegate sfaccettature.

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Le grandi tragedie di Shakespeare
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Re Lear 2018-05-27 09:06:20 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    27 Mag, 2018
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L'uomo è un essere ingrato

Resto sempre privo di difese davanti al genio di Shakespeare.
Il suo stile è meraviglioso e carico di significato; un significato che si può cogliere abbastanza facilmente, riservando alla lettura quel minimo di attenzione in più che è necessaria quando ci si trova di fronte a geni come il Bardo.
Devo dire che, mentre opere come "Amleto" e "Macbeth" o anche lo stesso "Otello" focalizzano l'attenzione su uno massimo due personaggi, "Re Lear" ha un assortimento di personaggi forti davvero ampio: il nostro vecchio e folle protagonista; le sue tre figlie; il Conte di Kent e Gloucester coi suoi due figli Edgar ed Edmund; il Matto (quest'ultimo davvero super interessante). Ognuno di questi personaggi sembra poter dire la sua e credo che il "Re Lear" possa considerarsi davvero un dramma corale, in cui tutti hanno la propria importanza e possono essere considerati quasi dei protagonisti.

Anche se tutte le opere di Shakespeare - almeno quelle che ho letto finora - inglobano in sé stesse una moltitudine di temi, mi è sempre piaciuto individuarne uno centrale su cui ruota l'intera storia. Per il "Re Lear" posso dire certamente che è l'ingratitudine filiale. Impossibile non restare toccati o arrabbiarsi di fronte all'atteggiamento di Goneril e Regan nei confronti del padre Lear: pronte a snocciolare frasi adulatorie prima che quest'ultimo gli faccia dono del suo regno; pronte a lasciarlo fuori dalla porta in una notte tempestosa una volta ottenuto ciò che volevano. L'unica figlia che lo amava, incapace di lodarlo "a comando", viene diseredata per questo motivo. Questo genera un'antipatia immediata nei confronti del vecchio Re, antipatia che scemerà immediatamente, perché immediatamente ci renderemo conto che Lear è in preda a una spaventosa follia.
Intorno a questo "filone narrativo centrale", si snoda quello che ha come protagonista Edmund, figlio bastardo del Conte di Gloucester, che per impadronirsi dei possedimenti del padre imbastrà un sotterfugio - in modi che lo renderanno un po' il successore dello Iago di "Otello" - che non vorrà risparmiare né suo padre né suo fratello Edgar, figlio legittimo del Conte che sarà costretto a travestirsi e a fingere d'esser pazzo (vi ricorda qualcosa? Si veda Amleto).
All'ingratitudine filiale - che a pensarci bene è un tema quanto mai attuale - si contrappone il vero amore della figlia diseredata e la pura devozione del Conte di Kent, che seguirà il suo padrone nella sua follia e sotto mentite spoglie, dato quest'ultimo gli ha ordinato l'esilio per aver preso le parti di Cordelia durante il loro diverbio.
La follia non manca quasi mai, nelle opere di Shakespeare, ed è incredibilmente interessante come lui riesca a darle diverse sfumature in base alle cause e alla persona specifica che colpisce. Basti pensare alla follia di Ofelia per la perdita del padre Polonio, a quella di Otello scatenata dalla gelosia, a quella (anche se non si può definire precisamente follia) di Romeo e GIulietta trascinati dal loro amore immaturo. Quella di Lear si va ad aggiungere alle altre e anch'essa si distingue. Il Re, già folle prima delle malefatte delle sue figlie Regan e Goneril, si veste di una pazzia regale, accentuata dal potere ormai perduto. Lui ha ormai perso il potere di governare le sue figlie, il suo regno, allora impartisce ordini al cielo, ai fulmini, alla pioggia; entità che ovviamente sono fuori dalla sua portata.
Il declino di questo Re - e del suo regno - è un qualcosa che non può far altro che affascinare. "Re Lear" va letto, come tutte le opere del Bardo.

"When we are born, we cry that we are come to this great stage of fools.
Nascendo piangiamo perché siamo venuti su questo grande palcoscenico di pazzi."

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Otello (è forse l'opera più simile)
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Re Lear 2017-06-12 16:09:35 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    12 Giugno, 2017
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Cecità e follia

Re Lear è una delle più illustri tragedie di Shakespeare, composta tra 1605 e 1606, in piena fase matura. Il tema principale del dramma è la follia, rappresentata nel suo dispiegarsi in varie sfaccettature attraverso i diversi personaggi. Di massimo rilievo è, ovviamente, la pazzia del protagonista, in cui la dimensione intellettuale sovrasta nettamente quella pragmatica, il che ha alimentato le discussioni sull’effettiva recitabilità di questo dramma: secondo molti, infatti, la grandezza di quest’anima non può esser trasposta in atti recitativi, solo la lettura può renderle giustizia. La rappresentazione della follia di Lear è unanimemente considerata uno dei vertici artistici di Shakespeare, che la dipinge nel suo continuo fluire, nelle oscillazioni tra razionale e irrazionale, nelle sue intrinseche contraddizioni coesistenti nell’animo del vecchio re. La follia di Lear culmina nella celebre scena della tempesta, anch’essa difficilmente inscenabile a teatro: il protagonista si immerge pienamente nella natura in subbuglio, diventa parte integrante del caos degli elementi naturali scatenati nella notte temporalesca; la follia diventa una condizione esistenziale a cui sembra partecipare anche il mondo della natura.
Questa pazzia è frutto di un’errata lettura del mondo da parte di Lear, un elemento tipico dei grandi eroi tragici shakespeariani, incapaci di cogliere e comprendere la molteplicità della realtà da cui sono circondati. Le parole ingannatrici di Gonerill e Regan contrastano con il loro animo insensibile e calcolatore, così come il silenzio di Cordelia non è in grado di rendere onore alla sua grandezza d’animo, al suo sentimento d’affetto per il padre. Gli eroi tragici sono ciechi di fronte al mondo. La cecità, strettamente connessa alla follia, è dunque un altro motivo portante di questo dramma, che si ritrova su un piano fattuale anche in Gloucester, un altro personaggio vittima degli inganni della parola ad opera di Edmund il Bastardo. Sia per Gloucester che per Lear la cecità di fronte alla realtà conduce a un dolore immenso e alla follia, culminando in entrambi i casi in una terribile morte: l’uno tenta il suicidio ma è salvato da Edgar, morendo comunque poco dopo, l’altro si uccide alla fine della tragedia dopo l’impiccagione di Cordelia, la figlia tanto odiata all’inizio. L’idea generale sembra esser dunque quella dell’instabilità che domina l’animo degli uomini, ripercuotendosi nelle loro vite con effetti nefasti per la loro incapacità, la loro piccolezza di fronte alla molteplicità del mondo.

Emblematica è, in tal senso, la figura del fool, ruolo tipico della produzione shakespeariana – per di più qui duplicato dal finto pazzo Tom/Edgar, la cui finta follia gli permette di ristabilire la situazione punendo Edmund –: il Matto è solo apparentemente un personaggio comico, poiché le sue parole nascondono, invece, profonde verità sull’insensatezza del mondo e delle azioni umane, evidenziando così proprio il tragico. Follia e tragedia sono, dunque, compenetrate nella realtà.
Un simile universo ideologico pone ovviamente l’accento sulla dimensione umana dell’azione, centrando quindi l’attenzione su determinati valori. Innanzitutto la giustizia, sulla cui effettiva realizzazione Shakespeare sembra nutrire seri dubbi a causa della natura stessa dell’uomo; la conclusione, estremamente tragica, più che ricomporre l’ordine – secondo la convenzione drammaturgica consueta nel Bardo – sembra voler consegnare alle generazioni future la speranza che riescano a correggere il mondo di ingiustizia e instabilità in cui si sono ritrovati. Antagonisti ed eroi muoiono parimenti, dunque l’esito appare in questo caso quanto mai incerto, così come irrisolta rimane la questione della giustizia.

Un altro valore centrale in questa tragedia è poi quello della nobiltà d’animo, che si incarna nell’affetto filiale, nella sincerità di Cordelia e del re di Francia, che ne apprezza proprio questi valori; ad essi antitetici sono i personaggi di Gonerill e Regan, prive di sensibilità e di moralità, in preda esclusivamente ai propri appetiti e interessi, al pari dei loro mariti, in particolare il Cornovaglia, dato che l’Albany si riscatta parzialmente nel finale. Specularmente a costoro si pongono i rispettivi servitori: da un lato abbiamo il vecchio Kent, che, pur cacciato da Lear, gli rimane fedele e trova il modo di restargli accanto per aiutar lui e la nobile Cordelia, dall’altro abbiamo l’ignobile Oswald, servo di Gonerill, che non esita a mancar di rispetto al vecchio re per ordine di quest’ultima, ai cui piani con la sorella partecipa attivamente finché non viene ucciso. Un’ultima polarità dello stesso tipo si ha, infine, tra Edgar ed Edmund: il primo è vittima inconsapevole delle trame del fratellastro e riesce comunque a riscattarsi con astuzia fino ad aver la meglio alla fine, mostrando la sua magnanimità nel prendersi cura del padre ormai accecato e morente; il secondo, ultima evoluzione della figura del villain con cui Shakespeare si è a lungo cimentato, compie il male per puro guadagno personale, redimendosi solo nel finale, peraltro invano. È importante segnalare che Edmund dichiara esplicitamente l’intenzionalità del suo agire, mettendo così in risalto la sua intelligenza pragmatica di pianificatore. Contrastando quanto detto poco prima dal padre, che aveva attribuito le colpe delle azioni dell’uomo all’influsso delle stelle, egli afferma che le scelte dipendono esclusivamente dalla natura stessa degli uomini, che ne sono dunque pienamente responsabili; ogni influsso esterno e trascendente è perentoriamente escluso con un tono di disprezzo verso la stupidità degli uomini incapaci di esser uomini e di sapere di esserlo:

"È questa la suprema stupidità del mondo, che quando ci sta male la fortuna - spesso perché l'abbiamo troppo ingozzata - attribuiamo la colpa delle nostre disgrazie al sole, alla luna e alle stelle, come se noi fossimo canaglie per necessità, stupidi per coercizione celeste, furfanti, ladri e traditori per prevaricazione delle sfere, ubriachi, mentitori e adulteri per obbedienza coatta all'influsso dei pianeti; e ogni nostra malvagità è dovuta a imposizione degli dèi. Mirabile scappatoia per l'uomo puttaniero, imputare i suoi istinti da capro a una qualche costellazione. Mio padre si è accoppiato con mia madre sotto la coda del Drago, e la mia natività è stata nel segno dell'Orsa Maggiore, ragion per cui sono violento e lascivo."

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