L'uomo vestito di nero L'uomo vestito di nero

L'uomo vestito di nero

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«Penso che qualcuno leggerà le mie parole. Resta da chiedersi se ci crederà o no. Quasi certamente no, ma non ha importanza. Non mi interessa essere creduto, ma liberarmi. E ho scoperto che la scrittura può essere una forma di liberazione.» Gary è un uomo molto anziano. Sente il suo corpo sgretolarsi come un castello di sabbia lambito dalle onde; sente una fitta nebbia avvolgere i ricordi di oggi e di ieri. Eppure, un episodio del passato più lontano brilla nitido nella sua memoria, come una stella oscura nelle costellazioni dell'infanzia: il pomeriggio di mezza estate in cui, quando aveva nove anni, si addentrò nel bosco per andare a pescare al torrente e incontrò un uomo tutto vestito di nero. Uno sconosciuto dagli occhi di fuoco. I tratti di quel volto spaventoso e le parole terribili che uscirono da quella bocca, terrorizzandolo da bambino, hanno tormentato Gary per tutta la vita, come un lungo incubo. E proprio adesso sente l'urgenza di mettere nero su bianco ogni dettaglio. Nella speranza che la scrittura lo liberi da quell'ossessione. E per esorcizzare la paura di incontrarlo di nuovo, ora che si sente prossimo alla fine. «L'uomo vestito di nero» è uno dei racconti più classici di Stephen King. Qui è riproposto in un'edizione speciale, impreziosita dalle tavole di Ana Juan, e accompagnato da «Il giovane signor Brown», il racconto di Nathaniel Hawthorne preferito da King, che proprio a quel maestro della letteratura americana ha voluto rendere omaggio con «L'uomo vestito di nero».



Recensione della Redazione QLibri

 
L'uomo vestito di nero 2020-12-09 11:57:21 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    09 Dicembre, 2020
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L'umanità vestita di nero

Prima d'ogni altra cosa occorre precisare, per chi non lo sappia già, che “L’uomo vestito di nero” non è un racconto inedito di King, ma uno di quelli contenuti nella raccolta “Tutto è fatidico”: è stato semplicemente ripubblicato in un'edizione illustrata (da Ana Juan) e accompagnato da un altro racconto di Nathaniel Hawthorne, che lo ha ispirato e viene definito da King uno dei 10 migliori racconti americani: “Il giovane signor Brown”.
Parlando del racconto di King, c’è da dire che quando l'ha scritto doveva trovarsi nel massimo dell'ispirazione, non tanto contenutistica quanto descrittiva. Certo, l'impressione è accentuata dai cupissimi e affascinanti (anche se spesso un po’ staccati dal contesto narrativo) disegni dell'illustratrice, ma c'è da dire che la prosa di King deve averla aiutata molto: questa riesce infatti a materializzarsi nella mente del lettore, con una maestria che oserei definire degna del caro maestro Edgar Allan Poe. L’immagine del bosco di Milton è quanto di più oscuro e cupo mi sia ritrovato a immaginare, e ciò contribuisce enormemente all'efficacia del racconto e al suo tono: molto grave e spaventoso. Dunque il Re dell'horror è qui ai suoi massimi livelli, sebbene riguardo ai contenuti ci sia poco da discutere.
ll racconto di Hawthorne, invece, ha una chiave di lettura più profonda, pur conservando toni altrettanto inquietanti; anzi, direi anche più disturbanti. Sì, perché sebbene al protagonista de “L’uomo vestito di nero” sia riservato un destino simile a quello del signor Brown, la sua è la semplice reazione a un incontro spaventoso, che nulla gli rivela sulla natura umana. Quel che accade al signor Brown è invece, oltre che altrettanto se non più spaventoso, qualcosa che lo porta a mettere in discussione tutta la sua concezione del mondo e del prossimo: ne viene fuori la profonda ipocrisia dell'essere umano, che sotto una parvenza di santità può nascondere segreti sconcertanti, motivi anche più malvagi di chi è apertamente dissoluto, rendendolo ancor più deprecabile. La scoperta di questa verità genera nel signor Brown un cambiamento irrimediabile, una triste perdita delle illusione riguardo alla bontà umana, che spesso non è altro che una maschera.
Due racconti che consiglio, con una preferenza nei riguardi del secondo.

“Giurai a me stesso che non l’avrei mai più percorso, mai e poi mai, a nessun costo, e a tutt’oggi ritengo che forse la grazia più grande che Dio abbia concesso alle Sue creature sia il fatto di non conoscere il futuro. Credo che sarei impazzito se avessi saputo che invece avrei percorso di nuovo quella strada, e meno di due ore dopo.”

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