Narrativa straniera Romanzi E non disse nemmeno una parola
 

E non disse nemmeno una parola E non disse nemmeno una parola

E non disse nemmeno una parola

Letteratura straniera

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"E non disse nemmeno una parola" è la cronaca di un fuggevole incontro, dopo quindici anni di matrimonio, tra Fred, che ha abbandonato la casa non sopportandone la soffocante atmosfera di miseria, e sua moglie Käte, che è rimasta tenacemente al suo posto, accanto ai bambini. Il romanzo, considerato da molti il capolavoro di Heinrich Böll, descrive le poche indimenticabili ore che i due trascorrono insieme e che culminano con il tentativo di Fred di riconquistare l'amore della moglie. La vicenda, pura ed essenziale, si svolge entro lo squallido scenario di una città tedesca dell'immediato dopoguerra, tra le torri di una cattedrale gotica, le baracche di una fiera e le tristi stanze di un modesto albergo, dove, in mezzo a discorsi e ripensamenti, Fred e Käte riscoprono un duplice passato di tenerezza e di lotte, di incontri e di separazioni.



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E non disse nemmeno una parola 2020-07-21 10:16:01 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    21 Luglio, 2020
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Personaggi potenti in un contesto debole

Dopo il sorprendente primo approccio che ho avuto con "Opinioni di un clown", a lungo ho pensato a quale opera scegliere per approfondire Heinrich Böll. Alla fine ho optato per "E non disse nemmeno una parola", considerato la prima opera davvero matura dell'autore e che lo ha consacrato al successo. L'impressione che mi è stata confermata riguarda la sua bravura nella creazione dei personaggi: seppur non raggiungendo la profondità del clown Hans Schnier, i due coniugi Fred e Käte Bogner sono personaggi interessanti, vivi, tormentati da problemi che generano in loro diverse reazioni, che sono rese alla perfezione e si adattano benissimo al carattere che, nel frattempo, si è delineato dei personaggi.
Il tema attorno al quale ruota tutto il romanzo è la povertà, che è appunto il motivo che spinge Fred, prima dell'inizio della narrazione, a lasciare moglie e bambini per vivere alla macchia e sempre alla ricerca di un prestito per poter affrontare la giornata. Il vero paradosso è che Fred lascia casa sua pur amando moltissimo i suoi bambini e soprattutto sua moglie, con la quale continua a incontrarsi regolarmente; tutto il romanzo è infatti l'anticamera di uno di questi incontri, in cui verrà fuori tutta la tenerezza ma anche la difficoltà del vivere un matrimonio macchiato dalla povertà. Ai due non basta infatti il semplice fatto di amarsi molto: nella squallida camera in cui sono costretti a vivere non hanno la libertà neanche di fare l'amore; i bambini giocano in silenzio, timorosi; tutti costretti a sopportare le ristrettezze, il rumore dei vicini e i giudizi superbi della padrona di casa. Questo finirebbe per influenzare anche la più felice delle unioni. A tutto questo, almeno nella mente di Fred, si aggiunge l'incubo della guerra appena passata, che lo porta spesso a pensare ai vivi e ai morti, arrivando alla spaventosa conclusione per cui i secondi sono più interessanti dei primi. Fred è un uomo buono ma tormentato da demoni ai quali non riesce a dare una forma, perché sono un ibrido tra i traumi vissuti in passato e quelli che si trova davanti nel presente.
Un romanzo che presenta più di un aspetto interessante, ma che fa della psicologia dei protagonisti il suo perno inamovibile: venendo meno questo, infatti, viene meno buona parte della sua forza. Seppur questa cosa fosse vera anche in "Opinioni di un clown", in quel caso si aveva la netta impressione che l’opera avesse un respiro più universale, che riuscisse a trasmettere un quadro più preciso pur concentrandosi sul suo protagonista. Il contesto abitato da Hans Schnier era decisamente più palpabile di quello vissuto dai coniugi Bogner, della cui povertà siamo consapevoli, ma come fosse un semplice problema ristretto a quella cerchia familiare, quando invece doveva essere un problema sociale dilagante nella Germania del secondo dopoguerra.

“Talvolta penso alla morte e all’attimo in cui da questa vita passerò all’altra, e immagino che cosa potrò ancora ricordare in quell’ultimo istante: il viso pallido di mia moglie, la chiara orecchia di un sacerdote nel confessionale, due o tre messe piene di raccoglimento nella penombra di una chiesa, al suono armonioso della liturgia, la pelle rosea e calda dei miei bambini, la grappa che mi va scorrendo nelle vene, e le colazioni, al mattino, un paio di colazioni… Ora poi, mentre guardavo la ragazza servire i becchi della macchina, fui certo che ci sarebbe stata anche lei.”

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E non disse nemmeno una parola 2020-03-12 20:27:44 Vita93
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Vita93 Opinione inserita da Vita93    12 Marzo, 2020
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"La povertà è la mia malattia"

“E non disse nemmeno una parola”, uscito a puntate nel 1953, è il quinto romanzo di Heinrich Böll, considerato uno dei più illustri esponenti della letteratura tedesca del secondo dopoguerra nonché vincitore del Premio Nobel nel 1972.
La critica letteraria è unanime nel considerare questo romanzo come il più maturo di Böll fino a quel momento, e uno dei testi di maggiore qualità artistica nella carriera dello scrittore insieme ad opere come “Opinioni di un clown” del 1963 e “Foto di gruppo con signora” del 1971.

La storia è ambientata in una desolata e non nominata città tedesca nel dopoguerra. Probabilmente si tratta di Colonia, dove l’autore è nato e dove fa ritorno al termine del secondo conflitto mondiale, trovandola distrutta.
Fred, telefonista presso un ufficio vescovile, ha lasciato il monolocale dove abitano la moglie Kate e i figli, perché non sopporta più l’atmosfera di asfissiante povertà. Non è più lo stesso uomo che era prima della guerra, durante la quale ha svolto il ruolo di centralinista in una caserma. Ma la guerra è davvero finita?
“Ho ingurgitato tanta noia da vomitarne per anni di fila”.
Le bollette da pagare, la mancanza di soldi. Le facce serie dei bambini, talmente tristi che non sanno più neanche fare rumore quando giocano. Gli odori, la sporcizia, la ristrettezza dell’alloggio.
“La povertà è diventata la mia malattia”.
Fred non sopporta più tale miseria e se ne è andato da due mesi, dormendo in casa di conoscenti, nelle stazioni o in ricoveri di fortuna.
Ma Fred e Kate si amano ancora. E il romanzo, scritto in prima persona, descrive appunto il fine settimana che si svolge intorno ad un incontro dei due coniugi in un modesto albergo, alternando il punto di vista di entrambi i protagonisti.

Il romanzo può avere diverse chiavi di lettura.
A livello propriamente terreno, c’è una sottile suspence sessuale. “Era stato tremendo, per me, non poterlo dire, non poterlo confidare a nessuno, ma la verità è che quei soldi, quella stanza mi servivano soltanto per andare a letto con mia moglie”.
Ma allo stesso tempo, la storia d’amore tra Fred e Kate è profonda e pura. È un rapporto che idealmente ha solide fondamenta, che si fonda su un sincero innamoramento. Ma che nel concreto trova difficoltà a proseguire, simbolo di un’epoca priva di certezze materiali.

C’è poi la Storia. Con una nazione, la Germania, sconfitta e distrutta. Avvolta in una sorta di lutto nazionale. Ma con barlumi simbolici di ripresa economica e di primi accenni al consumismo (i bar, il luna park colorato, le insegne pubblicitarie sgargianti, le vetrine dei negozi di vestiti, i suoni dei mezzi pubblici) che mostrano l’ottimismo e la speranza dello scrittore riposti in un’imminente ripartenza.

Altro tema fondamentale è la religione, un chiodo fisso dell’autore. Emblematica la morbosa passione di Fred per i cimiteri, dove si reca spesso indugiando tra le aiuole e le tombe, convinto del fatto che quel luogo sia testimone dell’unica certezza di cui non dubitare: ovvero del fatto che anch’egli morirà.
La religione per Böll ha una duplice valenza.
In primo luogo, è usata a scopo di satira. Ad esempio verso alcuni parroci, osservati da Fred durante una processione.
“Erano assai grassi e sembravano scoppiare di salute. Quasi tutti quelli che stavano sui marciapiedi, invece, erano malridotti, con un’aria esausta e un tantino smarrita”.
Oppure nei confronti della vicina di casa e proprietaria del monolocale. Una signora teoricamente cattolica, presidente delle organizzazioni parrocchiali. Ma in realtà pettegola, falsamente benpensante, approfittatrice, fintamente caritatevole.
“Discende da un’antica famiglia di commercianti. Ho l’impressione che facciano commercio del più prezioso di tutti i beni: Dio stesso”.
In secondo luogo invece, la religione assume una veste evangelica, intima. Di continua ricerca, di profonda speranza. È la religione di Fred e soprattutto di Kate, che come Cristo sopporta tante umiliazioni senza dire neppure una parola.

Con questa struggente opera, ho conosciuto un Heinrich Böll commovente, doloroso, realistico, amaro, seppur venato da tocchi surreali e satirici. Il tutto condensato da un linguaggio raffinato, non privo di tocchi lirici, degno di un Premio Nobel.
E con personaggi tristi ma potenti. Vinti, dalla fame e dalla Storia. Ma non perdenti.
Non mancherò di leggere altri romanzi di questo grande autore.

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E non disse nemmeno una parola 2011-07-27 10:55:19 Reppy
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Reppy Opinione inserita da Reppy    27 Luglio, 2011
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Un pugno e una carezza

Questo libro è stato come un pugno e una carezza ed è diventano uno dei miei libri preferiti.
C’è tanto amore e tanta amarezza, tanto dolore da fare paura.
Una storia post bellica, dove ancora i cocci della guerra fanno da sfondo a una storia di amore profondo che non basta a tenere unita una coppia divisa dalla miseria. Quella miseria che ha reso un uomo insofferente, che lo rende irascibile e manesco anche con quelle creature che non hanno colpa. La miseria che porta un uomo ad allontanarsi per non causare più dolore ai suoi figli, un uomo che nonostante tutto non riesce a cambiare, neanche per loro, perché la miseria è troppa, è insopportabile, è invivibile… come quel piccolo alloggio in cui i calcinacci continuano ad alzare polvere, in cui viene a mancare l’aria e in cui un uomo inizia a sentirsi troppo stretto ed è costretto ad abbandonare. Eppure non riesce dire addio. Troppo amore lo lega ai suoi bambini, a sua moglie. Moglie con cui ogni tanto si incontra, che chiama per poter rivedere. Una donna che, però, è tanto innamorata quanto stanca. Una donna che non regge più questi incontri quasi clandestini, che non regge più le voci della gente, e che forse, ha paura di vedere nel volto del marito il suo futuro… una donna che ha paura che la miseria che la circonda possa condurla sulla strada percorsa dal marito.
E così li ritroviamo, li seguiamo prima, durante e dopo uno di questi loro incontri, si percepisce tutto l’amore, tutta l’ansia. Li si vede avvicinarsi, sfiorarsi e scappare di nuovo.
La storia di queste due persone… così innamorate eppure divise… e che provano a trovare una soluzione, sperano di poter tornare insieme eppure hanno paura di farlo perché incapaci di risollevarsi da quella condizione che li ha portati a una dura separazione.
E quando la separazione e d’obbligo eppure l’amore è così forte… inizia a fare male, inizia a colpire allo stomaco… e ti tocca il cuore.

Boll riesce a fare provare tutte le emozioni dei protagonisti anche ai lettori rendendo la loro situazione reale anche attraverso la descrizione della distruzione, della miseria, dei colori, degli odori che li circondando… e sembra tutto così vivido da scorgerlo, palparlo, e quasi iniziamo a sentire anche noi quegli odori e vedere quelle facce.
E’ impossibile non vedere anche la critica rivolta verso la chiesa in quanto istituzione. Vedere la grandissima fede della moglie e il quasi timore verso quelle persone che la chiesa dovrebbero rappresentare.
Insomma tutto questo libro è estremamente vivo e vero nonostante il linguaggio narrativo che lascia trasparire il tempo passato dalla sua stesura e che potrebbe lasciare per un momento disorientato il lettore più giovane o semplicemente abituato al linguaggio e alla scrittura più moderna, ma che passa nel giro delle prime 3 pagine lasciando solo spazio alla palpabilità del periodo storico e dei sentimenti che accompagnano la storia.
Impossibile non commuoversi…

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