Hozuki Hozuki

Hozuki

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Il secondo romanzo della nuova pentalogia di Aki Shimazaki ha come simbolico filo conduttore il frutto dell’hozuki, l’alchechengi, che con la sua forma a lanterna indica la luce della speranza e della salvezza per la protagonista e suo figlio. La coraggiosa e determinata Mitsuko ha finalmente realizzato il suo sogno di aprire una libreria specializzata in volumi di arte e filosofia. Insieme alla madre e a Taro, il figlio meticcio e sordomuto, conduce una vita molto appartata. Non ha ancora tagliato del tutto i ponti con un passato ingombrante: il venerdì continua a lavorare in un lussuoso locale come entraîneuse, conversando piacevolmente con la sua clientela di intellettuali e uomini di cultura. Un giorno, in libreria si presenta una signora dell’alta società insieme alla sua bambina, coetanea di Taro. I due fanno subito amicizia e la donna, dopo un primo acquisto di testi rari e costosi, cerca con insistenza Mitsuko proponendo di vedersi anche con i bambini fuori dalla libreria. Mitsuko, sempre sfuggente, alla fine accetta di incontrarla e scopre che, come lei, la donna custodisce un segreto. La suspense cresce in questo romanzo, dove la maternità viene raccontata come un sentimento totalizzante: se in passato Mitsuko l’ha vissuta in modo tormentato e contraddittorio, oggi è indissolubilmente legata a suo figlio e per lui è disposta a qualsiasi cosa. Il suo personaggio, tratteggiato con sensibilità e realismo, si staglia con grinta e delicatezza nell’universo femminile di Aki Shimazaki.



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Hozuki 2021-04-10 06:52:01 68
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68 Opinione inserita da 68    10 Aprile, 2021
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Il gusto ritrovato della vita

Il frutto dell’ Hozuki, l’alchechengi, a forma di lanterna, accompagna e simboleggia le pagine di questo secondo libro di Aki Shimazaki del ciclo “ All’ombra del cardo “. Mentre “ Azami “, il primo capitolo, costruito sul legame tra Mitsuo e Mitzuko, ci riportava al fiore del cardo, ricco di spine, simbolo di uno spirito unico e vendicativo che culla la notte, “ Hozuki “ pone il senso della maternità al centro di un legame che possa ridare vita e speranza.
L’ enigmatica Mitzuko vive una solitudine sentimentale condivisa con un vecchio gatto, Socrate, la madre e il figlio Taro, un bambino mulatto e muto, dalle origini misteriose, che si esprime con la lingua dei segni. Ha realizzato il proprio sogno, aprire una libreria di arte, linguistica e filosofia ma continua, una sera alla settimana, a svolgere la professione di entraineuse nel solito bar frequentato da artisti e uomini facoltosi.
Sarà l’ incontro con Sato, una donna dell’alta società sposata con un diplomatico, e con sua figlia Hanako, che stringerà amicizia con Taro, a innescare ricordi e ricostruzioni senza volto, svelando il mistero di legami apparentemente insignificanti e persi in un destino lontano.
Mitzuko non crede in Dio, ma è convinta che una catena lega le persone che ha incontrato per caso. Ogni legame nasconde un significato profondo, come un nome e una parola. Lunghi silenzi accompagnano riflessioni protratte, un inizio e una fine uniti senza la conoscenza, da Shoji a Taro.
Così è nei confronti di Sato, con la quale non ha niente da condividere e di cui parlare, diversa da lei per carattere ed estrazione sociale. È Taro il loro punto di incontro e la sua amicizia disinteressata e giocosa con Hanako.
Mitzuko, splendido e delicato affresco di ambivalenza, ripercorre i tratti salienti della propria vita, gli uomini di cui non rammenta i nomi, la lontananza dalla madre incarcerata, un padre volutamente lontano, il suo ultimo amore, Mitsuo, il ricordo del primo amore, Shoji, dottore in filosofia, il dolore di un figlio perduto.
In lei è cresciuto un senso di vuoto fino a un ritrovamento, apparentemente casuale, avvolto in un rametto di Hozuki che ha cambiato le cose innescando un progressivo desiderio di maternità .
Mitzuko è misurata, riflessiva, amante dell’arte, si muove tra reale e immaginario, pare non interessarsi a ciò che la circonda e alle miserie dei fatti, non aspira al credo della fede ma al dubbio della filosofia e Taro, per lei, si rivela un dono inestimabile, un farmaco salvavita, talmente desiderato da creare un legame vicendevole.
La paura della perdita, improvvisa, estrema, dolorosa, si farà dipendenza assoluta, benefica, una scatola nasconde un altro dono, ed allora...

...” si ferma ed esamina Shaka, coperto fino al collo dalla sciarpa di rayon. Il cucciolo sbadiglia e Taro mi sorride. In quel momento rivedo un frutto di Hozuki intenso e arancio, come la luce “...

“ Hozuki “ è un piccolo grande dono, da gustare e centellinare, nella lentezza e asciuttezza espositiva, nel senso delle parole, nei ritratti affrescati, nelle riflessioni esistenziali, nel linguaggio che rimanda continuamente alla cultura giapponese. L’ autrice conferma tutto il proprio talento, il lettore rapito in un viaggio tra reale e immaginario che lo riconcilia con l’essenziale senso dell’essere.

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