Il posto Il posto

Il posto

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La storia di un uomo - prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna - raccontata con precisione chirurgica, senza compatimenti né miserabilismi, dalla figlia scrittrice. La storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune. Una scrittura tesissima, priva di cedimenti, di una raffinata semplicità capace di rendere ogni singola parola affilata come un coltello. Il posto è un romanzo autobiografico che riesce, quasi miracolosamente, nell'intento più ambizioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l'esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi.



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Il posto 2021-02-18 15:17:00 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    18 Febbraio, 2021
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In memoria del padre

Bella scoperta la penna di Annie Ernaux. Cristallina, pochi tratti di penna ed eccoti resi perfettamente atmosfere e sensazioni. Sì, secondo me, se si può usare questa espressione, che ho letto altrove tra l’altro, si avverte tanto l’atmosfera, in questo libro.
Dirò anzi che, in un certo senso, nonostante la storia sia narrata in prima persona e la protagonista spesso coincide con la stessa autrice, trattandosi di un libro -come anche altri da lei scritti -autobiografico, la scrittura della Ernaux è impersonale.
Non vuole descrivere sentimenti o emozioni, ma li suggerisce, va dritto al cuore, alla coscienza. La sua penna è una fredda lama tagliente.
“Il posto” comincia con la morte del padre dell’io femminile narrante e prosegue con un lungo flashback, dalla gioventù di lui, dal suo lavoro come operaio , al suo incontro e matrimonio con la madre della protagonista e la successiva conduzione di un bar-drogheria. Il focus di tutto il libro è la forbice dello scarto generazionale che si allarga sempre più tra il padre e la figlia: fedele ai valori del lavoro manuale, lui non riesce a capire il desiderio di riscatto della figlia, che vuole studiare e diventare insegnante. Il mondo dei libri a quell’uomo, consumato irreversibilmente dalla fatica, sembra vacuo e irto di pericoli per una giovinetta. Come negli altri libri della Ernaux, il bar-drogheria è sempre pieno di gente, ma non ci si sofferma mai su nessun personaggio, sono le loro voci a farsi sentire: chiacchiere, qualche pettegolezzo, ogni tanto riportato anche tra le pagine, la semplicità di un mondo che ormai non c’è più. Tra le tante persone che passano nel loro negozio, c’è ogni giorno qualcuno che non può pagare in quel momento e fa segnare il suo nome del quaderno dei debitori. Qualcuno, addirittura, manda il proprio figlioletto per la vergogna di ammettere che non può pagare quel pacchetto di zucchero. Sullo sfondo campeggia la figura paterna, simbolo di una visione del mondo in cui la protagonista non si ritrova, la consapevolezza di quanto ideali, sogni, speranze per il futuro, valori possano dividere un genitore dalla propria figlia. Attuale e, pur se non dichiaratamente, toccante.

“Presto non avrò più nulla da scrivere. Vorrei ritardare la stesura delle ultime pagine, che siano sempre ancora là da venire. Ma non è più possibile tornare troppo indietro nel tempo, ritoccare o aggiungere fatti, e neanche domandarmi dove fosse la felicità “.

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Il posto 2017-05-20 08:28:35 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    20 Mag, 2017
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ringraziamento postumo

Breve romanzo autobiografico in cui l'autrice, alla morte del padre, ne rievoca le umili origini e la dura vita che lo ha visto passare dalle campagne alla fabbrica fino alla gestione di bar-alimentari in un piccolo centro della Normandia. Un uomo semplice, schivo, brusco, pieno di dignità e orgoglio, attivo, onesto, gran lavoratore. Un uomo che parlava francese, ma in modo talvolta sgrammaticato, che si esprimeva con la saggezza dei proverbi, che temeva di essere fuori posto e si sentiva inferiore di fronte alle persone importanti davanti alle quali preferiva non fare domande per “non mettere l'interlocutore in una posizione di vantaggio” . Un uomo intelligente, che in bicicletta portava la figlia a scuola, anche se la considerava “un universo terribile”, pur di consentirle di studiare fino a conseguire una borsa di studio, un'opportunità per lui incomprensibile, fornita dallo Stato “per girarsi i pollici”, ma finalizzata a “farsi una posizione e non sposare un operaio”. Annie, supportata dai genitori, raggiunge i suoi obiettivi: si laurea, si sposa con un colto borghese, ha un bambino, diventa professoressa di Lettere, proprio due mesi prima della morte di suo padre. Il definitivo distacco dal genitore la induce a riflettere, a scrivere, per darsi una spiegazione di quella distanza che si era creata durante l'adolescenza: “una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome”.
“Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto” (p. 68).
Annie, in un lungo e doloroso percorso, vuole invece far riemergere proprio ciò che il ceto borghese le ha fatto dimenticare; scava nella memoria nel modo più onesto ed oggettivo possibile, senza nulla aggiungere. Si sforza di ridare dignità a ciò che il mondo intellettuale le ha fatto giudicare “di cattivo gusto” nel vano tentativo di riallacciare un dialogo interrotto troppo presto, un'incomunicabilità generazionale resa ancor più aspra da un incolmabile divario culturale.
“Il posto” è il tributo che la Ernaux rende a suo padre, alla sua famiglia, alle sue origini, per “riportare alla luce l'eredità” che, entrando nel mondo del benessere e della cultura, aveva dovuto “posare sulla soglia”. La scrittura come estremo tentativo di espiare la colpa di aver voltato le spalle a chi ci ha messo al mondo, a chi ci ha dato la possibilità di essere diversi, migliori e magari anche più felici. Molto toccante, a mio avviso, il pensiero dell'autrice alla conclusione del libro, considerazione che rende omaggio ai sacrifici di una vita: “Forse il suo più grande motivo di orgoglio o persino la giustificazione della sua esistenza: che io appartenessi a quel mondo che lo aveva disdegnato”. (p. 106)

La prosa è asciutta, essenziale, scarnificata, volutamente piatta: “nessuna gioia di scrivere, in questa impresa mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero (…) perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch'io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un'altra” (p.42)

Malinconico, sofferto, sincero; mi ha fatto riflettere su quanto, nel bene o nel male, dobbiamo ai nostri genitori, anche se non abbiamo il coraggio di ammetterlo.


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Il posto 2016-05-13 19:12:41 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    13 Mag, 2016
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...quando togliere arricchisce...



Libro autobiografico, incentrato sulla figura del padre dell'autrice: un uomo comune, qualunque, di basso ceto sociale, che passa dall' essere contadino, poi operaio, fino a diventare gestore di un bar-drogheria.
Una vita raccontata senza orpelli, senza slanci e artifici...forse perché in fondo così è stata vissuta: un vita fatta di duro lavoro, di piatti semplici, di difficoltà, di complessi di inferiorità mascherati dalla buona educazione e dalla cortesia.
È anche il racconto di una separazione "sociale", ovvero quella che lentamente mette in atto lei, la figlia, nei confronti di questi genitori imbarazzanti con la loro ignoranza, i loro vestiti semplici e dozzinali, i modi di esprimersi dialettali.
Lei che riesce a fare il "salto", a studiare, diventare insegnante di liceo, sposarsi con un borghese abituato a scambi verbali pregni di un' ironia intellettuale decisamente al di sopra della portata della famiglia di lei.
Una sorta di tradimento verso le proprie origini, verso colui che, in fondo, ha sempre sognato di riscattare il proprio stato sociale attraverso i successi della figlia.
Colui che l'accompagnava ogni mattina a scuola in bicicletta.
La Ernaux utilizza una scrittura apparentemente lineare e semplice, ma non lo è affatto, perché ogni parola è ricercata e messa al punto giusto, perché in questo gioco di "togliere il superfluo", di sottrarre, di pulire...anche le virgole assumono la massima importanza.
Quindi, alla fine, ci ritroviamo di fronte ad una narrazione sì semplice, ma raffinata, precisa e distaccata come un'operazione chirurgica, priva di sentimentalismo, ma non di commozione.
Rimane da capire quale sia "il posto" del titolo: il piccolo posto nel mondo occupato da un uomo modesto e dalla vita apparentemente insignificante? O quel luogo sociale astratto in cui non riescono più ad incontrarsi padre e figlia, se non attraverso i desideri di lui e i sensi di colpa di lei?
La Ernaux dice che "si scrive proprio quando non si ha più nulla da dirsi".
Ecco, forse la risposta è in questa frase.
Eppure lei ci ha detto tante cose...

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Il posto 2016-05-11 08:01:28 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Mag, 2016
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Recherche la place

La vita di un padre vista con gli occhi e le emozioni di una figlia. Due realtà che si pongono a confronto, che si scontrano nel perenne bisogno di vincere quel debito determinato dal peccato originale del semplice esistere, quel desiderio di trovare il proprio posto nel mondo, la redenzione per quella colpa, per quella posizione sociale meno abbiente, dove le regole sono dettate dal continuo ed incessante costruire, che tanto si scontra con quella realtà borghese in cui la figlia finisce con il ritrovarsi col suo lavoro di maestra, con i suoi anni di studio. Un riscatto sociale voluto ma anche temuto, un riscatto sociale che è sinonimo di allontanamento, di perdita per la consapevolezza che quelle strade che un tempo erano unite sono destinate a non incontrarsi più. L’istruzione quale linea di demarcazione di un affetto.
Annie Ernaux, francese (Lillebonne, Senna Marittima) classe 1940, con “Il posto” offre al lettore un’opera che oscilla tra “il romanzo breve” e il “lungo racconto”, un testo che è ricco di immagini, ricordi, flash back di piccoli gesti e/o espressioni, un insieme di parole che fanno da leva e da colonna portante per ricostruire il mosaico di quella figura che il padre rappresentava, un uomo che con le sue mille sfaccettature ma anche con la sua pura e semplice realtà di essere umano dedito al lavoro e alla dignità, spesso risultava essere un’entità inconcepibile, intangibile, sfuggente. Perenne quel senso di impotenza per quella condizione di povertà, talché nulla ha a significare la sua scalata sociale, il fatto che egli sia stato prima contadino, poi operaio ed ancora gestore di un bar-drogheria. La miseria iniziale sopravvive e si coltiva nel mancato insegnamento, un qualcosa che tra l’altro ardentemente desiderava amando particolarmente imparare e a cui è stato inevitabilmente strappato perché c’era “bisogno nei campi”.
Uno scritto quindi che, con le sue 107 pagine, arriva al lettore per contenuto, riflessioni ma anche stile narrativo. L’autrice è solida, diretta, schietta, disincantata, nel descrivere quell’esistenza prevedibile ma non per questo scontata ed elementare, tanto che nulla risparmia a quel genitore, nemmeno dopo anni dalla morte. E come non rivedere nelle scelte del patriarca di non aderire ad alcun sindacato o partito, nel voler costantemente risparmiare per rinnovare e mantenere attivo il suo negozio per poi riuscire a porre in essere quelle migliorie “in stile moderno” alla facciata proprio nel momento in cui tutti gli altri esercizi tornavano al vecchio, “al rustico”, (chiaramente beffati dalla sorte), uomini che hanno fatto la storia d’Italia.
Considerato un classico moderno, “La place” (titolo originale) è una storia forse non indimenticabile ma sicuramente capace di far pensare al passato con occhi dell’oggi e dello ieri, una vicenda che con le sue taglienti parole invita a capire qual è il proprio “Il posto” in quella società in cui si è sempre chiamati a combattere per quelle domande e ricerche costanti e proprie di ciascun individuo.

«La realtà dimenticata della sua condizione l’ho ritrovata in personaggi anonimi incontrati qua e là, portatori a loro insaputa dei segni della forza o dell’umiliazione»

«Imparare ad essere felici della propria sorte»

«L’uomo attivo non perde un minuto, e alla fine della giornata risulta che ogni ora gli ha portato qualcosa. Il negligente, al contrario, rimanda sempre la fatica ad un altro momento; si addormenta e si distrae in ogni occasione, tanto a letto che a tavola o durante una conversazione; il giorno volge al termine e non ha fatto niente; i mesi e gli anni passano, arriva la vecchiaia, è ancora al punto di partenza»

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