Narrativa straniera Romanzi Il signor Mani
 

Il signor Mani Il signor Mani

Il signor Mani

Letteratura straniera

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Dal giovane Efraim, soldato israeliano di stanza in Libano nei primi anni Ottanta, al patriarca Abraham vissuto nell'Atene di metà Ottocento, i diversi «signor Mani» sfilano nella storia e si trasmettono di padre in figlio una tragica eredità. Può un uomo spezzare la catena che lo lega al passato e al futuro? Può annullare la propria identità? Yehoshua mette in scena cinque dialoghi in cui di volta in volta una voce diversa ci guida verso i molti misteri di un'intero popolo e di una famiglia animata dall'utopia della pace.



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Il signor Mani 2018-09-25 06:20:03 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    25 Settembre, 2018
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ALLA RICERCA DELLE COLPE DEI PADRI

“Il signor Mani” è un romanzo sperimentale e simbolico. Esso è anzitutto strutturato in forma di dialogo, di un dialogo però alquanto sui generis, in quanto viene riportata solo la parte di uno dei due interlocutori, come se il lettore assistesse a una conversazione telefonica da un solo capo del filo. Attraverso questi dialoghi-monologhi viene tracciata in maniera indiretta, obliqua, trasversale (in quanto i protagonisti sono solo evocati da personaggi di contorno che hanno casualmente incrociato le loro traiettorie esistenziali) la storia di una famiglia ebrea nell’arco di un secolo e mezzo. Queste conversazioni che abbiamo visto non avere niente a che fare con la struttura teatrale tradizionale (del tipo domanda di A e risposta di B) e che escludono del tutto (a parte l’ultimo dialogo) i personaggi principali, partono dall’oggi e, anziché seguire un andamento cronologico progressivo, risalgono indietro nel tempo, svelando così il senso degli avvenimenti attuali solo gradualmente, a scoppio ritardato. A parte i dialoghi, c’è inoltre per ognuno di essi un prologo di presentazione dei personaggi e un epilogo di aggiornamento biografico, redatti in maniera fredda ed enciclopedica, un po’ come aveva fatto Böll in “Foto di gruppo con signora”. Alla luce di queste considerazioni, si può comprendere come la storia dei Mani venga alla luce in maniera forzatamente frammentaria e lacunosa (i vuoti narrativi sono di diversi decenni, le vicissitudini dei Mani vengono viste attraverso una prospettiva esterna, anche se la scelta di momenti storici cruciali come la Seconda Guerra Mondiale le rende in qualche modo emblematiche), evitando in tal modo all’autore la tentazione di scrivere una saga familiare classica e trasformando i Mani stessi in una grande metafora dell’ebraismo.
Se quello sperimentale è forse l’aspetto più lambiccato e macchinoso dell’opera, il coté simbolico è sicuramente il più affascinante. L’impulso suicida del primo Mani (l’ultimo cronologicamente parlando), apparentemente immotivato e inspiegabile, man mano che il libro va avanti assume i contorni di una maledizione ancestrale che viene trasmessa di generazione in generazione, fino a trovare con l’ultimo Mani (in realtà il primo della genealogia) la sua ragione in un vero e proprio peccato originale, l’incesto con cui l’anziano Abraham consente alla nuora di mettere alla luce un nuovo Mani, permettendo così alla stirpe di non estinguersi. Questa trasgressione originaria ritorna inconsciamente nelle generazioni successive, le quali cercano di espiare l’atavica colpa mettendo in atto ossessivi e irrefrenabili comportamenti autodistruttivi: Moshé Mani muore nel 1899 gettandosi sotto un treno, apparentemente per aver perso la testa per una giovane e avvenente ebrea tedesca; il figlio Josef fa di tutto per essere giustiziato durante la Grande Guerra per alto tradimento; e così via fino al giudice Gabriel che ai giorni nostri viene casualmente distolto dai suoi tentativi di suicidio a causa dell’arrivo improvviso nella sua casa della fidanzata del figlio. Benché non sia di immediata decifrazione, non è troppo difficile leggere in questi assurdi comportamenti una metafora dell’ebraismo: il peccato dei Mani non è altro infatti che la colpa primigenia del Popolo Eletto, vale a dire l’uccisione del Cristo, che si ripercuote nei secoli contro di loro, sia sotto forma di persecuzioni (le diaspore, l’Olocausto) e pregiudizi ostili, sia sotto forma di impulsi masochisti (l’orgoglioso isolamento religioso, geografico e politico). I vari Mani cercano strenuamente di opporsi a questa maledizione, sia in virtù di una sorta di preveggenza, come se leggessero in una sfera di cristallo la catastrofica situazione dell’Israele di oggi (il Josef del 1848 che è spinto dal “desiderio di unire le persone fra di loro e lottare contro tutto quanto gli pareva una chiusura, una forma di isolamento”, il Josef di mezzo secolo dopo che esorta arabi ed ebrei a darsi una identità politica e a creare le condizioni di una pacifica convivenza, fino ad allora garantita dal dominio straniero), sia per mezzo del loro pratico buon senso (Efraim che, in piena Seconda Guerra Mondiale, tenta di “autoannullarsi” per evitare la deportazione), ma tutto è inutile, e la loro tragica, ineluttabile eredità continua a essere trasmessa fino ai nostri giorni, simbolo di quel dilaniante conflitto che vediamo tragicamente riempire, con stragi di kamikaze, bombardamenti e sanguinose repressioni, le pagine di tutti i giornali.
La vocazione metaforica di Yehoshua si sostanzia in una scrittura criptica, ricca di corsi e ricorsi, leit motiv e doppi speculari. Non è solo l’ossessione suicida dei Mani a essere trasmessa di generazione in generazione come un esecrato testimone. Il giovane Josef nel 1848 penetra infatti nottetempo nelle case degli “ebrei che ancora non sanno di essere ebrei” per cercare prove della loro ebraicità, così come fa il tedesco Egon Brunner un secolo dopo per smascherare l’ebreo che sostiene di essersi “annullato” (con la segreta speranza che un giorno, giunto al redde rationem della storia, sia possibile anche per lui - nazista - annullare i propri crimini con un semplice atto di volontà). Anche gli oggetti riemergono nel corso dei decenni, come la pelliccia di volpe del patriarca Abraham che Moshé indossa prima di morire, o la clinica ginecologica trasformata al giorno d’oggi in condominio residenziale. C’è inoltre una vera profusione di doppi, dalla giovane e avvenente nuora di Josef, che ha una prodigiosa somiglianza con Flora, suo amore di gioventù e sposa dell’anziano rabbino suo maestro, ai tanti specchi della casa gerosolimitana che si riflettono tra loro, “e per un attimo non si sapeva più chi era chi e chi non era chi”. Tutto ne “Il signor Mani” è indistinto, opaco, doppio, ed ogni cosa è legata ad un’altra, in una catena senza soluzioni di continuità. Niente è ciò che appare a prima vista, ma rimanda a ragioni sotterranee, oscure, ancestrali, che conferiscono al romanzo un fascino borgesianamente labirintico, come labirintica è l’altra vera, grande protagonista, quella Gerusalemme in cui “ogni cosa è legata all’altra, e non c’è alcuna barriera invalicabile, e si può passare da una casa all’altra senza uscire per strada”, quella Gerusalemme crogiolo di razze e religioni, in cui convivono ebrei ashkenaziti e sefarditi, cristiani e musulmani, turchi e inglesi, europei e arabi, e di cui Yehoshua ci fa assaporare l’inebriante, stordente profumo di spezie e di deserto.

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Il signor Mani 2013-08-14 08:54:40 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    14 Agosto, 2013
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Viaggio a ritroso tra Europa e Medio Oriente

La storia del giovane ebreo Efraim Mani, soldato impegnato nella guerra di Libano nei primi anni ottanta, da il via ad un affascinante viaggio a ritroso nel tempo che, attraverso le vite dei suoi antenati giunge fino al 1799, anno di nascita del patriarca Abraham, commerciante di spezie e vice-rabbino. Spaziando tra Europa e Medio Oriente e rivivendo gli importanti eventi storici che hanno caratterizzato gli anni in questione, la delicata penna di Yehoshua offre un pregevole ritratto di una famiglia tormentata da un difficile destino, in un mondo accanito in una continua e inarrestabile guerra per il dominio politico, economico e religioso. Ottima l’analisi psicologica dei protagonisti, ammalianti le descrizioni dei luoghi, da Creta, culla della civiltà, a Istanbul, baluardo sacro per l’incrocio delle razze degli uomini, ad una spirituale Gerusalemme, il cui solo nome è di per sé più grande di qualsiasi edificio, moschea, muro o chiesa. Originale la tecnica narrativa usata dall'autore, che ci presenta i Mani attraverso le parole di chi li ha conosciuti, con un dialogo-monologo di cui ci pervengono solo le parole della voce narrante e non anche quelle del suo interlocutore. E così è la giovane Hagar ad iniziare questo viaggio parlando con sua madre di Efraim, il suo fidanzato, che si trova a combattere ancora sul fronte libanese nonostante un trattato di pace già firmato tra Gerusalemme e Beirut, e del Signor Mani, padre del ragazzo e aspirante suicida. È poi il turno del militare tedesco Egon che, durante la seconda guerra mondiale conosce a Creta l'esiliato politico Josef Mani e suo figlio, rispettivamente bisnonno e nonno di Efraim, che cercano di annullare il proprio essere ebrei per sfuggire alle persecuzioni naziste. Tocca poi a Horovitz, tenente inglese incaricato di indagare su un caso di spionaggio a Gerusalemme sul finire della prima guerra mondiale, farci conoscere meglio Josef e spiegarci le ragioni del suo esilio. Ci si sposta quindi a Cracovia, nell’ultimo anno del diciannovesimo secolo, dove il dottor Efraim Shapiro ci presenta il padre di Josef, il ginecologo Moshè, che ha conosciuto durante il III Congresso sionistico e seguito fino a Gerusalemme. Solo nel quinto e ultimo dialogo la parola è affidata ad un membro stesso dei Mani, il patriarca Abraham, nonno di Moshè, che nell’Atene del 1848 scossa dalla ribellione del popolo greco contro i dominatori turchi, narra l'inquietante e torbida storia della morte del suo unico figlio maschio. Cinque dialoghi, due secoli di storia, sette generazioni di una famiglia che, come il popolo cui appartiene, sembra impegnata in una eterna ricerca di un’identità, di una stabilità e di una pace che appaiono sempre più difficili da trovare.

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Il signor Mani 2013-01-03 13:02:34 petra
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petra Opinione inserita da petra    03 Gennaio, 2013
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Il signor Mani

(ANTICIPAZIONI SULLA TRAMA)

Il signor Mani è un grandioso viaggio a ritroso nel tempo, nonché una vera e propria genealogia, quella di una famiglia ebraica, i Mani, i cui componenti sono costantemente alla ricerca una propria identità, nazionale e spirituale insieme.

Ci si immerge totalmente in queste pagine, sembra di percepire suoni colori e aromi di terre diverse: Creta, il Libano. la Polonia, Atene, infine Gerusalemme. Si partecipa col cuore in gola alle esistenze errabonde e affannate dei personaggi, segnate dallo spaesamento e dalla solitudine esistenziale che paiono perseguitarli, nonostante i mille tentativi di raggiungere un proprio centro di gravità, una propria sicurezza interiore.

La penna di Yehoshua ci conduce, con un linguaggio raffinatissimo, in luoghi e tempi lontani, i luoghi dell’Ebraismo, nelle varie fasi storiche che hanno contrassegnato la storia di questo popolo dal 1982 fino al 1842.

Grazie all’originale impianto narrativo, il romanzo prevede la narrazione a ritroso nel tempo delle vicende di questa famiglia : il primo capitolo è ambientato negli anni 80 del Novecento, ai tempi della guerra del Libano, e , di vicenda in vicenda, la narrazione procede nei decenni precedenti , attraversando varie epoche storiche e ripercorrendo i luoghi caratteristici dell’Ebraismo.

Con un efficace stratagemma narrativo Yehoshua struttura i capitoli in dialoghi, in cui uno degli interlocutori è virtualmente assente: possiamo soltanto intuire gli interventi di quest'ultimo dalle reazioni e dalle risposte del narratore principale. Questa tecnica invita a una maggiore concentrazione e ad una partecipazione più attiva del lettore e permette di penetrare più fondo nel clima emotivo e storico propri di questo romanzo.

Il primo dialogo è ambientato nel periodo dei kibbutz e dei contrasti con i Palestinesi,duante la guerra del Libano; il secondo si svolge durante la terribile fase storica del Nazismo, a Creta, dopo lo sbarco dei Tedeschi.In tale circostanza assistiamo esterrefatti e smarriti, al delirio collettivo che portò alla volontà di annullamento di un popolo. Il forte antisemitismo tedesco emerge sotto forma di un raggelante eppur lucido dialogo di un soldato tedesco con la sua nonna, convinti antisemiti, per i quali l'Ebraismo è un carattere da annullare prima ancora di essere l'appartenenza a un popolo.
l terzo dialogo si svolge invece a Gerusalemme , durante la prima Guerra Mondiale , mentre l'ultimo ci porta ad Atene, durante il regno Ottomano. E' proprio in quest'ultima parte ove , a mio avviso, culmina la storia, in un’origine,in una nascita tanto atesa quanto segnata dal sacrificio e foriera di dolore.


Si tratta di pagine straordinarie, nelle quali si viene come rapiti dal susseguirsi di vicende dettagliate nello spazio, nel tempo e nela psicologia dei personaggi: sulle vicende aleggia, come una nebbia sottile, un senso di perpetua, iterativa e irresolubile angoscia che, da sempre, accompagna la tormentata storia di questo popolo .

Tutte le voci narranti del romanzo hanno avuto a che fare con un membro della famiglia Mani per i motivi più diversi, e si rivolgono a un confidente per descrivere le impressioni e le emozioni suscitate da questo loro incontro.

Entriamo così a contatto con una civiltà i cui membri sembrano inseguire un sogno di unità e di acquisizione di una propria identità , sempre con grande sforzo e immenso dolore; avviene come se uno sradicamento sanguinoso della natura più intima di un popolo comporti una perdita definitiva, ineluttabile,del baricentro emotivo e spirituale dei suoi componenti. Tutto il romanzo è pervaso da questa quieta, terribile e rassegnata sofferenza.

E’ la sofferenza del Mani del secondo dialogo, costretto ad annullare le proprie origini, a rinnegare la propria identità quasi fosse, assurdamente, una colpa, per salvarsi dalla follia omicida nazista; è la sofferenza che si legge nel primo capitolo , in cui non si riesce a intravedere una possibile pace fra due popoli contigui e in cui il primo signor Mani cheincontriamo cerca senza trovare il coraggio diporre fine ai suoi giorni; è il senso di ineluttabilità del dolore e del male, che nel quarto dialogo segna l’anziano medico il cui spirito è affaticato dalla ricerca di una pace mai trovata e dal susseguirsi di enormi frustrazioni ; è l'intimo tormento del "signor Mani" dell’ultimo capitolo, il capostipite, nella cui vicenda pare di assistere al ripetersi del sacrificio biblico di Abramo, in forma simile per modi e dolorosamente uguale per contenuti; per poter perpetuare la stirpe, annullando una pecca primigenia e cercare disperatamente un senso alla propria esistenza egli compie un gesto estremo, discutibile e sconvolgente. Un lacerante tormento lo accompagnerà infatti per tutta la vita, portandolo a cercare invano un’assoluzione o una condanna che nessuno sarà in grado di dargli.

Romanzo epico, nel senso di romanzo di un popolo intero, pur nel suo carattere personaggistico, straordinario per la forza dirompente che trascina il lettore nelle viscere di una sofferenza secolare di una gente : nelle pagine si apre uno squarcio sul profondo, incessante tormento di un popolo cui sfugge impietosamente la rassicurante certezza di una solidità interiore ,il senso di una protezione che viene dall’unità, ove la diaspora ha seminato non solo disgregazione fisica ma soprattutto un disorientamento spirituale e psicologico.

Un libro per certi versi non facile, che richiede grande attenzione e "dedizione" , se mi è lecito il termine, "Il signor Mani" sa però ripagare e appagare ampiamente il lettore; si ha infatti la sensazione , a lettura ultimata, di essersi davvero addentrati, per qualche ora, nel cuore di una civiltà e di una sensibilità particolari, che chiedono di essere conosciuti, compresi e amati per la loro ricchissima storia.

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