L'amante L'amante

L'amante

Letteratura straniera

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Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L'amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L'autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative. Mondi lontani, a dispetto dell'amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l'impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto.



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L'amante 2017-07-02 15:23:26 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    02 Luglio, 2017
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Una difficile integrazione

“Immaginate che cosa vuole dire vivere in mezzo a noi come se si avesse un doppio fondo, vivere contemporaneamente due realtà diverse ed opposte? E quando voi, seduti in poltrona il venerdì sera tornate a parlare di queste cose, non potete fare a meno di parlarne, e cianciate di gruppi d’élite, di votati al suicidio, di fanatici frustrati, a me viene da ridere o da gridare […..] . Ma di chi credete di parlare? Oggi lui è operaio nel mio garage, sottomesso e paziente, sorridente e fedele. E domani una belva feroce.”
Questo è certamente uno dei brani più significativi del primo romanzo di Abraham Yehoshua, L’amante, un’opera complessa il cui messaggio va ben al di là della semplice trama. La scelta di una narrazione polifonica ha certamente contribuito ad offrire al lettore la possibilità di valutare con maggiore obiettività una realtà che muta con il mutare del punto di vista del narratore. Non è tanto dunque la storia in sé che ci interessa, non la ricerca continua da parte di Adam di quell’amante perduto, l’unico che abbia restituito a Asya, sua moglie, una certa gioia di vivere e quell’entusiasmo spentosi nel corso degli anni, durante una vita non priva di affanni e dolori, quanto piuttosto interessa l’ambiente in cui ha luogo la vicenda, i personaggi eterogenei che la animano e che sono portatori di culture e valori diversi. Tra Haifa e Gerusalemme, la vita di Adam, Asya e Dafi, scorre a fianco a quella degli operai di Adam, arabi palestinesi, disciplinati e silenziosi lavoratori, orgogliosi e riluttanti ad una totale integrazione. Il punto centrale è proprio questo ed è molto bene espresso nel personaggio di Na’im, desideroso inizialmente di raggiungere quel benessere che il mondo ebraico sembra potergli offrire e garantire, per poi staccarsi lentamente da esso e rientrare a poco a poco nel suo mondo. Sullo sfondo la guerra arabo-israeliana del 73, conosciuta anche come guerra del Kippur, una guerra che appare incomprensibile, confusa e ambigua attraverso la descrizione che ne fa l’amante Gabriel, che appare in queste pagine, in tutta la sua mediocrità, come un potenziale o reale disertore, un opportunista, come colui che ritorna in patria solo per usufruire dei vantaggi che gli si offrono, ma la cui dignità è messa in discussione. Ogni personaggio dunque appare nella sua dimensione di antieroe, da Adam a Dafi, figlia ribelle, a Asya, fredda pur se sognatrice, a Na’im, che impara presto l’arte dell’opportunismo. Un romanzo senza eroi, dunque, che tuttavia sembra suggerire una possibilità di convivenza pacifica e civile. Non si deve dimenticare che Yehoshua, insieme con Oz e Grossman è stato tra i firmatari della petizione per il riconoscimento dello stato della Palestina. Ciò dimostra come in definitiva questa soluzione non solo non si ritenga impossibile, ma soprattutto si ritenga auspicabile.

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L'amante 2017-03-23 09:59:27 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Marzo, 2017
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Haifa, 1973.

1973. Haifa, terra d’Israele. Due realtà, un solo conflitto; quello arabo-israeliano. Una famiglia; un’unica solitudine. Adam, il marito quasi quarantasettenne, non riconosce più quella donna che da oltre vent’anni dorme al suo fianco. Sin dalla tragedia, sin dalla morte di Yigal, il loro primogenito, ella non è più la stessa, egli è divorato da un doppio senso di colpa. La osserva, la vede invecchiare, lasciarsi andare, chiudersi in mille silenzi, rifugiarsi nello studio, nel lavoro, nei sogni; proprio in quei sogni che originariamente erano fonte di ispirazione, di condivisione. In questo limbo di infelicità, come aiutarla se non ritrovandole quell’amante che così casualmente è entrato nelle loro vite e così silenziosamente se ne è andato? Quell’amante che può riuscire in quel compito di amarla che è diventato per lui così difficile? Asya, insegnante, è una donna irrequieta, silenziosa, accondiscendente, insofferente, apatica. Prigioniera dei suoi stessi pensieri, rifugge dalla realtà, da quel che la circonda, da quel coniuge ora così lontano, da quella figlia così incomprensibile, ingestibile quale Dafna, detta Dafi, è.
Ed ancora Dafi, quindicenne, insonne, che scruta, ascolta, legge le parole non dette. Ed ancora Na’im, il coetaneo “arabetto” che finisce con il rivestire il ruolo del figlio perduto e che altro non desiderava se non studiare ma che ha dovuto al contrario iniziare prematuramente a lavorare, perché così il padre ha comandato, che semplicemente sogna di non essere dimenticato anche se tutti, sembrano proprio, scordarsi di lui. Il loro incontro, quell’amore adolescenziale che prende forma e pian piano sostanza. Quell’amore che rappresenta il punto di incontro e riappacificazione tra i due mondi, quello ebreo e quello arabo dove il pregiudizio regna; riprova né è la convinzione della ragazza del fatto che ogni arabo sia violento e cultore dell’odio verso gli ebrei, riprova ne è lui che a dispetto degli spregiosi e arroganti ebrei riscopre una persona gentile, amabile, disponibile. Ed ancora Vaduccia, la nonna che aspetta l’amante, quell’amante che è suo nipote, il suo caro Gabriel finito in guerra e che al contempo ne adotta un altro, Na’im, arabo, oltretutto. Ed in questo universo di rette parallele ove ogni protagonista pare destinato a non incontrarsi mai, ciascun individuo cerca l’amante e finisce col riscoprirsi/ritrovarsi amante stesso.
Sullo sfondo il conflitto, uno dei tanti che ha colpito questa terra densa di sangue che scorre, questa terra bramata, lapidata, inaridita, questa terra oggetto di contese tra ebrei ed arabi. Sullo sfondo l’incomunicabilità tra genitori e figli, uomini e donne, la solitudine, l’insonnia quale espressione dell’insoddisfazione, del malessere, di quel quid assente per ottenere la tranquillità, per sentirsi completi, per sentirsi parte di un qualcosa in un concerto di sordità. Ogni personaggio, infatti, è silenzioso, indifferente, insensibile, vittima e carnefice del proprio soliloquio, vittima e carnefice dei propri pensieri. Ogni protagonista è preda di una solitudine singola e condivisa. La vita non è il giorno, bensì la notte.
Il tutto prende forma, si ricompone grazie all’alternanza delle voci narranti e grazie al viaggio introspettivo proprio di ogni singolo, e si avvalora altresì, attraverso una penna forte, corposa, solida che cattura e imprigiona chi legge. L’opera è semplicemente irresistibile, magnetica, intensa. Quella bellezza spietata di Gerusalemme, di Haifa, degli usi e costumi del popolo ebraico, della loro precisione e pulizia, degli ebrei ortodossi, degli arabi con i loro colori e odori di “aglio, melanzane, fieno fresco”, con le loro casine di villaggi e i loro animali, rendono lo scritto concreto, reale, tangibile. Ed in questa perfetta fotografia, non manca nemmeno l’aspetto politico, la critica a quel popolo che è “trappola di se stesso”, che è reo della propria incomunicabilità. Non mancano nemmeno le emozioni che mediante l’introspezione sono riportate a galla da quello strato di abnegazione, ghiaccio, profondità oscura, in cui precedentemente erano radicate, confinate, non risultando però mai melense o eccessive, rivelandosi al contrario, ben ponderate, calibrate, perfettamente incasellate in quello che è il divenire e lo scoprire della storia.
In conclusione, un romanzo intelligente, stratificato, che offre profonde riflessioni e che soddisfa sia dal punto di vista contenutivo che stilistico. Unica nota che è bene evidenziare è che, proprio questa scrittura morbida ma anche compatta, questa alternanza di voci narranti che portano alla ricomposizione delle vicende, fa si che la lettura giunga un poco alla volta e al contempo crea nei confronti della stessa un senso di dipendenza senza eguali.
Se dunque mai doveste decidere di avvicinarvi a “L’amante”, e personalmente ve lo consiglio vivamente, non abbiate fretta. Gustatevelo. Piano piano, un tassello alla volta. E se anche vi ci dovessero volere due o tre giorni in più per ultimarlo, non fatevene un problema, perché quel che questo è capace di lasciarvi non può ridursi ed esaurirsi in (ed a) una conoscenza rapida e distaccata. Richiede tempo, analisi e predisposizione mentale, ma assolutamente merita.

«Odore di campi intorno, il cielo è pieno di stelle. Una stradina sconnessa di campagna. Un punto nella Galilea. Vita vecchia, vita nuova. Lui se ne andrà, e mi toccherà cominciare da capo. Me lo sento. Sono qui, accanto a una macchina antiquata e morta, modello ’47, e non c’è nessuno che venga a tirarmi fuori. Bisogna che vada a cercare Hamid. Ma per il momento non mi muovo. Il silenzio mi avvolge tutt’intorno. Un silenzio profondo, come se fossi sordo.» p. 432

«Che lavori un po’, non si ricorda più come si fa a lavorare. M’ha detto di tornare a scuola. E’ un uomo buono. Buono e stanco. E il povero Adnan, che era così arrabbiato con loro. Si può anche amarli, e si può anche farli soffrire. E’ proprio incastrato, non riuscirà a tirarsi fuori da solo. Ma io non torno li ad aiutarlo, ho paura che mi salti addosso. Meglio che vada a svegliare Hamid. La gente si domanderà: che cosa è successo a Na’im, che d’improvviso è così pieno di belle speranze.» p. 433

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L'amante 2016-02-17 19:45:05 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    17 Febbraio, 2016
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Questo popolo è la trappola di se stesso

Storia a più voci, introspettiva e ben orchestrata, che fotografa mirabilmente la dimensione umana dello Stato d'Israele negli anni Settanta, durante e dopo uno dei tanti conflitti arabo-israeliani.
I riferimenti alla situazione politica sono pochissimi, mentre si predilige la descrizione dettagliata, fatta in prima persona, di pensieri e stati d'animo dei personaggi principali: una famiglia borghese benestante (padre, madre, figlia quindicenne), il giovane amante un po' svagato, una vecchia signora e un ragazzino arabo.
La coppia, segnata dalla perdita del primo figlio, è implosa da un pezzo senza far rumore e le macerie della loro unione pesano su una sterile armonia familiare:
“Non le ho detto che non l'amo, ancora non gliel'ho detto...”.
Eppure lui, col portafogli gonfio di soldi e il cuore intirizzito, pensa a lei continuamente, a lei che non desidera più ma che vorrebbe vedere felice, per incrinare quella dura e invisibile patina di ghiaccio che incombe sotto il loro tetto.
Non agisce consapevolmente ma per istinto, finendo per procacciare ciò che serve al benessere del focolare: un ragazzo che ricorda un po' il figlio perduto anni prima e che ritorna sotto forma di amante, un amante per la moglie. Non è una perversione ma una sorta di ossessione, il senso di un dovere da compiere che lo investe alla stregua di un colpo di fulmine.
Il romanzo è intenso, carico della bellezza “inesorabile” di Gerusalemme e della terra d'Israele, con le case pulite e ben arredate degli ebrei facoltosi, l'odore “di melanzane, di aglio verde e di fieno fresco” degli arabi, quello ortodosso di certi oggetti, “un misto di vecchi libri e di cipolle fritte con un leggero puzzo di fognatura”.
Nessuna esplicita presa di posizione sulla questione israelo-palestinese, solo qualche frase ammiccante (“Questo popolo è la trappola di se stesso”) che lascia intuire il punto di vista dello scrittore.
Le emozioni sono opportunamente calibrate per non scadere nel melenso e mai banali anche nel filone più prevedibile: il tenero amore sbocciato tra due adolescenti, un'ebrea e un arabo.
Tema dominante della narrazione è la mancanza di sonno, lo stato di spossatezza di chi, per un motivo o per l'altro, passa le notti in bianco e dorme e sogna nelle ore più improbabili, trasmettendo al lettore una perenne sensazione di irrequietezza:
“E' tutto un sogno deludente, senza una vera fine”.

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L'amante 2014-10-23 07:34:44 mia77
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mia77 Opinione inserita da mia77    23 Ottobre, 2014
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L'amante di Abraham B. Yehoshua

L’amante è una storia raccontata a più voci delle relazioni umane, della comunicazione tra persone diverse, sullo sfondo del conflitto arabo-israeliano del 1973. Yehoshua descrive il grande problema dell'incomunicabilità che affligge Israele: quella, innanzitutto, tra ebrei ed arabi. Ma approfondisce l’argomento, parlandoci anche dell'incomunicabilità tra genitori e figli, uomini e donne. Durante tutto il romanzo i personaggi appaiono silenziosi e sordi, ognuno cammina sulla propria strada in un soliloquio continuo, ognuno cercando l’altro e non incontrando né l’altro, né se stesso. E’ una moltitudine di solitudini diverse, che si dipanano davanti ai nostri occhi.
Adam (uno dei protagonisti principali) cerca qualcuno che ami sua moglie al posto suo (visto che ritiene di non poter più essere lui quello che la renderà felice), per liberarsi dei due sensi di colpa che lo opprimono: la morte del figlio (di cui si ritiene responsabile) e la sparizione dell’amante stesso, per mano sua (cioè dell’elemento estraneo che si insinua nel legame consolidato con la propria moglie, rivoluzionandolo. E’ il nuovo, lo sconosciuto, un universo di possibilità da scandagliare). Perché lui e Asya (la moglie) da molti anni sono due mondi che vivono sotto lo stesso tetto, ma che sembrano non incontrarsi mai. Così come padre e figlia e madre e figlia.
Gabriel, l’amante straniero, viene coinvolto per caso in una guerra di cui non ha niente da condividere: né odio, né paura, né desiderio di conquista. Con questo credo che l’autore ci voglia parlare dell’inutilità di ogni guerra.
Altri due personaggi principali sono Dafi (la figlia di Adam e Asya) e Na’im (un operaio arabo che lavora presso l’officina meccanica di Adam), che rappresentano l’unione dei due mondi in conflitto (ebreo e arabo) e forse l’autore cerca di proporre una soluzione alla guerra, con l’amore e la comprensione. La cosa interessante è che i due sembrano rappresentare una sorta di conciliazione tra i due mondi: lei, convinta che tutti gli arabi odino gli ebrei, capisce con lui che ci sono delle eccezioni, e lui, convinto della stessa cosa, vede in Dafi una persona gentile e amabile, che gli fa scoprire un mondo diverso. Ritengo che nella loro unione (perché verso la fine del romanzo i due divengono amanti a loro volta), l’autore voglia una sorta di riappacificazione fra le due fazioni di questa inutile e cruenta guerra.
E’ un romanzo ben scritto e intelligente, ma non mi ha certamente entusiasmata. Lo rileggerei solo nell’ottica di arricchimento culturale.

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L'amante 2014-07-06 10:28:47 pupa
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pupa Opinione inserita da pupa    06 Luglio, 2014
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Sui possibili cambiamenti

Si ripercorrono le vicende di una famiglia ebrea facoltosa in uno scenario di guerra tra Palestinesi e Israeliani. Descrizioni accurate dei protagonisti e narrazione in prima persona puntualizzano e caratterizzano la pessima comunicazione tra gente di diversa estrazione sociale e cultura. Si evidenziano, in modo gentile, circostanziato e piacevole, gli ostacoli che la vita pone in essere durante il percorso umano e le resistenze che si incontrano per la manifestazione dei propri pensieri.
La novella che narra l'autore ha struttura a più voci, introspettivo ed intimista lo stile: un piccolo imprenditore e i pensieri della moglie divenuta prigioniera della routine familiare, una figlia esuberante, inquieta, insonne e spontanea, gli amori della ragazza, forse la parte più poetica, le delusioni e i dolori. In modo continuo l'autore indaga nei suoi personaggi mettendone in risalto le caratteristiche psicologiche, i sogni, le attese e le speranze senza trascurare la concezione esistenzialistica della quotidianità come fattore di spersonalizzazione dell’individuo, un mondo che a prima vista ha parvenza di lontananza, ma che si rileva alla fine molto più vicino. Tutte queste voci, poco distanti ma così diverse, contraddistinguono la condizione in cui i vari personaggi si trovano nel non poter fare intima conoscenza nelle persone più care a causa dell'incomunicabilità e delle solitudini nei rapporti umani.

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L'amante 2010-12-05 22:00:25 Indigowitch
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Indigowitch Opinione inserita da Indigowitch    06 Dicembre, 2010
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Interessante e mai scontato

Questo romanzo è il primo che ho letto di un autore israeliano.
Con Yehoshua si è aperto un mondo nuovo per me: la sua capacità di presentarti gli eventi è spiazzante,mai banale. La storia che narra ha una struttura polifonica.
Si è introdotti, di volta in volta, nella testa di un uomo di mezza età,ancora piacente, che fa di tutto per ritrovare l'amante di sua moglie,conscio di non poter più essere lui a darle la felicità; e poi nella testa della moglie, della figlia quindicenne, di una novantenne in coma, di un adolescente arabo.
Il tutto sullo sfondo di una città in perenne stato di allerta.
E' un coro di voci variegate, ognuna con una storia da raccontarti che non puoi fare a meno di ascoltare.
Ho adorato la spontaneità e l'ironia dell'adolescente Dafi,e la fierezza e l'orgoglio del suo coetaneo Na'im.
Il confronto tra i due giovani è sicuramente il punto più bello e vivo di tutta la storia,perché ti fa capire cosa significhi vivere i migliori anni della propria esistenza con l'ombra della guerra che incombe, e nonostante tutto, con un'immensa voglia di vivere e di amare.
Il personaggio di Adam è sicuramente il più controverso, affascinante e saggio per certi versi,discutibile per altri aspetti.
La barriera tra lui e Asya è di quelle impalpabili ma tremende da abbattere.E' il muro tremendo che a volte si innalza tra persone che una volta condividevano ogni minimo pensiero e poi di colpo si ritrovano estranee.
Ho amato molto la capacità dell'autore di indagare dentro la psiche dei suoi personaggi senza trascurare la quotidianità, quello che avviene nel "mondo di fuori", e grazie a lui sono riuscita ad entrare in un mondo che è solo apparentemente lontano dal nostro.
Vivamente consigliato.

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L'amante 2009-09-02 00:33:11 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    02 Settembre, 2009
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Haifa 1973

Storia sorprendentemente attuale, sullo sfondo della guerra tra israeliani e palestinesi, un sagace Yehoshua si sofferma sulle vicende di una famiglia ebrea benestante e con grande abilità struttura i contenuti con la narrazione in prima persona dei protagonisti, facendo emergere la difficile comunicazione che esiste fra gli uomini non solo di diverse culture, sottolineando, a volte anche in maniera leggera e divertente, le barriere che ogni individuo incontra per esprimere sé stesso.

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