Narrativa straniera Romanzi L'orsacchiotto
 

L'orsacchiotto L'orsacchiotto

L'orsacchiotto

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Un uomo appagato, il professor Jean Chabot: ginecologo di fama, comproprietario di una clinica e responsabile della Maternità di Port-Royal, un appartamento di dodici stanze al Bois de Boulogne, una moglie, tre figli e una segretaria amante che si è assunta il compito di «evitargli ogni minima seccatura». Tra le seccature da cui lo ha sbarazzato c’è stata anche la giovanissima inserviente della clinica che lui aveva preso una notte, mentre era semiaddormentata, e che gli era parsa «qualcosa di tenero e commovente come un orsacchiotto nel letto di un bambino». Nell’apprendere che era stata licenziata, però, Chabot non aveva reagito: in fondo, con lei aveva passato solo poche ore. Né era sembrato particolarmente scosso dalla notizia che l’avevano ripescata nella Senna. E che era incinta. Eppure, nella liscia, smaltata superficie della sua sicurezza cominciano ad aprirsi delle crepe, e lui ha come l’impressione che al centro della sua vita si sia spalancato un vuoto. Per di più, da qualche settimana vede un giovane – il fidanzato del suo «orsacchiotto»? Un fratello? – lasciargli sotto il tergicristallo della macchina, senza nascondersi, quasi a sfidarlo, dei biglietti in cui gli annuncia: «Ti ucciderò». Ma lui non ha paura di morire, anzi. Gli è perfino capitato diverse volte di «sfiorare sorridendo il calcio della pistola» che teneva in un cassetto della scrivania e che da un certo momento in poi si è messo in tasca... Ancora una volta Simenon segue, come lui solo sa fare, il percorso di un uomo alla ricerca di una verità nascosta sotto le maschere che si è imposto – di quello, insomma, che Simenon stesso chiama «l’uomo nudo».



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L'orsacchiotto 2023-08-03 17:48:50 68
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68 Opinione inserita da 68    03 Agosto, 2023
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Quale colpa?

Uno stato di inquietudine percuote le pagine del romanzo di Simenon, un breve viaggio nella mente stratificata e controversa del dottor Jean Chabot, cinquantenne ginecologo di fama. È un cortocircuito senza una spiegazione apparente, se non il proprio senso di stanchezza e di inadeguatezza ingravescente.
Chabot è uno stimato professionista che si è costruito da se’, fama, denaro, reputazione, una moglie, tre figli, una bella casa di dodici stanze nel quartiere del Bois de Boulogne, la direzione della clinica ginecologica e ostetrica più importante di Parigi.
Calma, sicurezza, professionalità, una vita piacevole e serena, in realtà una maschera che nasconde altro, un’ inquietudine senza volto sempre più manifesta.
C’è una giovane alsaziana che il protagonista aveva definito l’ orsacchiotto morta annegata ( suicida?) e incinta con la quale aveva trascorso piacevoli momenti fugaci, una segretaria ( Viviane ) fidata e compiacente a proteggerlo e a scandirne il quotidiano, un lavoro impegnativo e senza orari, una moglie di lungo corso ( Christine ) silenziosamente consapevole dei suoi tradimenti, una madre sopravvissuta in povertà agli esiti di una vita trascinata nella depressione del marito, dei figli indifferenti impegnati nella costruzione di un futuro, uno sconosciuto che gli lascia dei biglietti minacciosi ( ti uccidero’ ).
Chabot sprofonda in un limbo di solitudine e di rassegnazione, specchiandosi in un
non senso che possiede maschere che neppure lui conosce. Persino la sua impeccabile professionalità comincia a scricchiolare e allora il suo piccolo mondo pare crollargli addosso.
Infelicita’, stress, depressione, malattia, difficile fare una diagnosi anche per un medico di fama come lui, e allora non resta che trascinarsi in una strada senza ritorno con un pensiero sempre più presente e un oggetto da tenere con se’ che potrebbe significare una fine improvvisa ( propria o altrui ).
Un cammino interiore sempre più solitario, un rimuginio che non gli da’ tregua, tra sensi di colpa e constatazione di un mondo che non lo apprezza dovutamente, oppure la semplice accettazione di uno stato di fatto, che Chabot non si è mai preoccupato se non di se stesso e della propria apparenza.
Professione, famiglia, amanti, uno studio dove affogarsi nell’ alcool, cosa è vero e cosa presunto, come nascondere una vita siffatta, sfuggire il reale quando non si può fare altrimenti, quale maschera indossare e mostrare a un pubblico distratto e consenziente?
Tutto si fa impalpabile, malinconico, evanescente, già scritto, la preoccupazione si fa accettazione, una rassegnazione che non è nostalgica assenza, il proprio mondo crollato, fatiscente, crollato, inguardabile, ma così è sempre stato.
Quando viene meno l’ unica certezza, quella integrità professionale che ha nascosto le storture del passato e del presente, tutto si sgretola improvvisamente, sprofondando in un buio senza fine, quando ci si sente ingannati, denudati, sottostimati, traditi, ogni certezza svanisce e si crolla definitivamente.
“ L’ orsacchiotto “ inscena un dramma annunciato nelle intenzioni e sorprendente nello svolgimento, avvolto in un’ immobilità apparente, corredato da una trama piuttosto scarna, essenziale, un dettagliato profilo umano e psicologico di un uomo denudato e spoglio, un crescendo che ricostruisce una vita fatta di apparenza che restituisce uno psicodramma.
Chabot colpevole o innocente, non è dato saperlo, quale la sua colpa in una vita di colpe vestita, di certo non ha paura di morire, svuotato completamente, e la propria insensatezza conosce il non senso che gli appartiene e come liberarsene definitivamente, un gesto estremo ma necessario per soddisfare un vago sentimento di odio che ritorna e lo prende alla gola prima di una fine imminente.

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