Narrativa straniera Romanzi La mia giornata nell'altra terra
 

La mia giornata nell'altra terra La mia giornata nell'altra terra

La mia giornata nell'altra terra

Letteratura straniera

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Nel villaggio è considerato un matto, «posseduto non da uno, ma da innumerevoli demoni». È un contadino, un coltivatore di frutta, vive con la sorella, unica rimasta della famiglia. Sono i suoi strani atteggiamenti ad avergli attirato la diffidenza di tutti. Si accampa in una tenda tra le lapidi del vecchio cimitero, si aggira imprecando in una lingua sconosciuta e forse inesistente ma sa cantare con voce d'angelo, sconvolge gli altri con oracoli sbalorditivi… Eppure, un giorno, sulla riva del lago che separa la sua dall'altra terra, un uomo lo guarda come nessuno aveva fatto prima. È così che questo strano frutticultore vagabondo e veggente vive una trasformazione. La traversata del lago su una barca a remi verso la sponda opposta inaugura una serie di incontri simbolici: una compagnia di pescatori, una sanguisuga che rifiuta di succhiare il suo sangue, un predicatore, una poliziotta in preghiera... Nel corso della giornata il protagonista, liberato dalle proprie ossessioni, disposto a guardare con occhi nuovi – anzi nemmeno più con gli occhi, bensì con le spalle, la pianta dei piedi, la punta delle dita – sperimenta un profondo senso di gioia. Lo stesso che prova il lettore immergendosi in questo breve romanzo perfetto.



Recensione della Redazione QLibri

 
La mia giornata nell'altra terra 2022-05-07 22:27:36 archeomari
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
archeomari Opinione inserita da archeomari    08 Mag, 2022
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Come orli di nuvole irradiati dal sole

“La cosa spaventosa non è la tenebra, piuttosto la gran luce, dentro e intorno a me. Ci sono incarcerato dentro. Serrato dentro di essa al mattino, la sera, di notte. Circonfuso di luce da tutte le parti, fin dentro il più profondo angolo dell’anima (…)ahimè c’è quel cancro di luce che mi divora l’anima, luce da sopra, luce da sotto, luce di fronte, luce alle spalle, luce di lato, luce al centro, luce esterna, luce interna, tutto insieme, inseparabilmente (…)”.

Lo stile di Handke è un marchio di fabbrica riconoscibile. Dopo aver letto quattro dei suoi libri, posso ben dire che ne riconosco la scrittura, il carattere. Lo si indovina dalle prime pagine: non è esagerato dire che lo si potrebbe riconoscere in mezzo a tanti altri libri ed autori senza bisogno di barare guardando la copertina.
Per apprezzare l’opera di Handke, bisogna entrare in un rapporto di complicità con lui che quasi ci strizza l’occhio: il lettore deve far parte del gioco e partire dal presupposto che la sua scrittura dice una cosa, affinché il lettore possa intenderne un’altra.
È così: ogni storia ha bisogno di più chiavi di lettura, i sottintesi, le immagini, le parole che sceglie di usare chiedono qualche sforzo al lettore abituato a leggere trame monolitiche.
La scrittura di Handke possiede qualcosa di ineffabile, ma è fresca e piacevole. Può lasciare tuttavia il lettore nella frustrazione di non aver afferrato qualcosa.
È ingannevolmente “facile”, perchè Handke ti dà del tu, ti invita a non staccarti dalla pagina e il lettore si incuriosisce, vuole capire dove lo scrittore andrà a “parare”.

La conoscenza di altre opere mi ha permesso di ritrovare temi e immagini care all’autore: in “La mia giornata nell’altra terra” apparso a Berlino nel 2021 e da noi edito da Guanda -che sta curando tutta la produzione dello scrittore austriaco - appaiono motivi e immagini che ho trovato ne “La ladra di frutta”, come la presenza costante del paesaggio naturale (e della frutta) di figure umane borderline tra la realtà fenomenica e un’altra inafferrabile, un brivido di gioia tangibile che coinvolge il lettore e lo prepara a festeggiare la vita.
Trovo un Handke più maturo, rispetto ad opere più tristi e cupe come “Infelicità senza desideri”, che forse ha fatto pace col proprio passato, ha vendicato la morte della madre ne “La seconda spada. Una storia di maggio” (2020) e, come il protagonista del nuovo, breve romanzo, si libera dei suoi demoni, e

“fu un ritorno alla vita; fui di nuovo restituito al mondo, al caro pianeta, alla madre terra. Anzitutto abbracciai mia sorella (…) e poi caddi in ginocchio, con impeto senza curarmi del fatto che, insieme agli anni di follia, anche la mia giovinezza se n’era andata”.

“La mia giornata nell’altra terra” è la storia di un frutticoltore, “una storia che non ho ancora raccontato a nessuno”, che, considerato folle, posseduto, fuori di sè, dagli abitanti del suo villaggio, un giorno fa un incontro straordinario nei pressi del lago. Incontra gli occhi del “Buon Spettatore” (così tradotto da Alessandra Iadicicco, una ripresa del Buon Pastore? Interessante anche la presenza del “coro di pescatori”) e qualcosa di indicibile avviene in lui: si sente rinascere, si libera di tutte le sue ossessioni, dei suoi demoni, non si siede più sulla soglia di granito nei pressi del vecchio cimitero, ma va oltre, dopo un breve tragitto su una leggera barchetta, approda all’”altra terra”, laddove si arricchisce di una nuova vista, non più quella degli occhi, ma una facoltà nuova, “nelle spalle, sulla punta delle dita, nelle piante di piedi”. Nell’altra terra egli scopre la vera gioia, conosce la sua compagna, guarda negli occhi i bambini. Ha “il cuore libero e i sensi sciolti” .
La luce è sempre stata dentro di lui, soltanto che prima, ne aveva paura, ma dopo essere stato redento, si riscopre, si vede con occhi nuovi e la luce che vede dentro e fuori di sè, è la Saumseligkeit

“giocare con la “Saumseligkeit”: accorgersi degli orli più lontani, come nell’immagine che segue, l’immagine che scaturisce da quella originaria, della mia beatitudine davanti agli orli delle nuvole irradiati dal sole lassù in alto, nell’azzurro dell’estate”.

Ognuno troverà nella storia l’interpretazione più congeniale. Andando al di là di ogni lettura in chiave religiosa e mistica, la luce di cui il protagonista-Handke parla, potrebbe rappresentare il dono della poesia e della scrittura: un pò come le grandi ali dell’albatro di Baudelaire, che nel cielo lo rendono immenso, ma sulla terra, in mezzo agli uomini lo rendono goffo e brutto. È così la vita del frutticoltore prima di passare sull’altra terra: disprezzato dagli abitanti del villaggio per via del suo comportamento strano, delle sue “parole inaudite” che col tempo verranno da lui cantate a gran voce, tra lo stupore generale. Certamente è la storia di una cesura, di un profondo cambiamento nella storia personale e nei motivi nuovi e più consolatori dello scrittore austriaco, di cui aveva dato già prova ne “La ladra di frutta”.

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