Narrativa straniera Romanzi La zattera di pietra
 

La zattera di pietra La zattera di pietra

La zattera di pietra

Letteratura straniera

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A Cerbère, sui Pirenei Orientali, improvvisamente la terra si spacca, seminando panico e terrore tra gli abitanti. Non si sa per causa di chi o di che cosa, ma ben presto si crea lungo tutto il confine tra Francia e Spagna una frattura così profonda che la Penisola iberica resta disancorata dal continente europeo e, trasformatasi in un'enorme zattera di pietra, inizia a vagare nell'Oceano Atlantico, verso altri orizzonti e un ignoto destino. Sulla zattera, che rischia di speronare le Azzorre, i protagonisti sono costretti a fare i conti con la loro favolosa e fatale condizione di naviganti, in un clima di sospesa magia, tra eventi miracolosi e oscuri presagi. Le antiche rivali, Spagna e Portogallo, da sempre tenute ai margini dell'Europa, ora che non sono più vincolate a essa potrebbero dirigersi verso l'Africa e le Americhe, cui le lega un antico patrimonio comune di lingua e cultura. "La zattera di pietra" è la storia di questa incredibile e avventurosa navigazione, scritta con divertita fantasia e con una straordinaria invenzione di grandi e piccoli prodigi. In più, nella metafora delle due nazioni alla deriva, si può leggere in filigrana anche la riflessione sul mancato processo di integrazione europea, cui si contrappone un possibile nuovo mondo, il frutto di un'inedita solidarietà atlantica e di una nuova identità dei popoli iberici sganciati finalmente dai vincoli del Vecchio Mondo.

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La zattera di pietra 2018-03-19 09:20:00 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    19 Marzo, 2018
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ALLA DERIVA NELL'OCEANO DELLA STORIA

“Fu allora che la Penisola Iberica si mosse un altro po’, un metro, due metri, per provare le forze… Dopo ci fu una pausa, si sentì passare nell’aria un grande soffio, come il primo respiro profondo di chi si sveglia, e la massa di pietra e terra, coperta di città, villaggi, fiumi, boschi, fabbriche, macchie incolte, campi coltivati, con la sua gente e i suoi animali, cominciò a muoversi, come una barca che si allontana dal porto e punta al mare di nuovo ignoto.”

“Nelle varie arti, e in quella dello scrivere per eccellenza, la via migliore fra due punti, anche se vicini, non è stata, e non sarà, e non è la linea che si chiama retta, mai e poi mai”. Fedele a questa massima, nelle oltre trecento pagine de “La zattera di pietra” Josè Saramago, se si può usare un termine che ben si adatta anche ai suoi nomadi personaggi, peregrina in una narrazione svagata, decontratta, quasi priva di una vera progressione drammatica (dal momento che procede orizzontalmente, per semplice accumulazione di fatti, come se non dovesse avere mai termine: sarà forse per questo motivo che le parti più deboli dei libri saramaghiani sono proprio i finali?), concedendosi più del solito divagazioni, incisi e parentesi. A Saramago piace, va detto in maniera chiara e decisa, la digressione, anche quella apparentemente più inutile, quella che fa per così dire perdere il filo del racconto. Frasi come “trascorsi quindici minuti, che, come si dice, parvero quindici secoli, benché questi ultimi nessuno li avesse ancora vissuti per poterli paragonare a quelli,…” abbondano nel romanzo, a volte affascinano, a volte infastidiscono, ma costituiscono l’essenza stessa dello stile di Saramago. Egli non è per nulla convinto, andando contro alle elementari leggi della narrazione, che la prolissità sia un difetto: “…la concisione non è una virtù definitiva, talora si perde perché si parla molto, d’accordo, ma quanto si è guadagnato per aver detto più del necessario". L’umanesimo di Saramago è talmente affascinato dai suoi uomini e dalle sue donne da preferirli addirittura, e di gran lunga, alle sue storie, fino al punto di usare una sorta di lente di ingrandimento deformante che enfatizza i dettagli che li riguardano (o che riguardano comunque cose su cui nessuno scrittore si soffermerebbe, considerandola una perdita di tempo) assai più dei fenomeni macroscopici (come l’apocalittica separazione della penisola iberica dall’Europa, con i suoi surreali sviluppi, per le quali Saramago usa un tono esauriente per dovizia di informazioni, ma freddo, cronachistico e distaccato). Con arguta ironia, il nostro autore attribuisce la sintesi e l’ellissi che la maggior parte dei romanzieri usa quando, ad esempio, sorvola su un episodio lungo e ripetitivo come un viaggio in auto a nient’altro che mancanza di fantasia e di immaginazione. Così, quando José Anaiço, Joaquim Sassa e Pedro Orce si incontrano per la prima volta sotto un olivo, Saramago ha lo scrupolo di precisare che si tratta di un olivo cordovil: “Ma dire che l’olivo è cordovil servirà almeno a osservare fino a che punto furono negligenti, per esempio, gli evangelisti quando si limitarono a scrivere che Gesù maledisse il fico, sembra che l’informazione dovrebbe bastarci, ma non basta, nossignore, in fondo sono passati venti secoli e ancora non sappiamo se il disgraziato albero desse fichi bianchi o neri, fichi fioroni o fichi maturi, brogiotti o dottati, non che di questa mancanza stia soffrendo la scienza cristiana, ma la verità storica sicuramente ne soffre”. Se da una parte Saramago invita il lettore ad andare oltre il senso apparente delle cose, a cercare, per mezzo del suo senso critico, la loro ragione ultima, dall’altra però fa un frequentissimo ricorso, attraverso detti, proverbi e filastrocche, all’abusato buon senso popolare, sia pure corretto da una sana dose di bonaria ironia (un esempio per tutti: “Si accampano sotto gli alberi per proteggersi da altri possibili acquazzoni, anche se Pedro Orce cita il ritornello iberico, Chi si mette sotto la frasca, prende due volte la burrasca, che è la versione nazionale modificata… Mangiarono alla bell’e meglio, quanto bastava perché durante la notte lo stomaco non cominciasse a reclamare per la fame, visto che, come insegna quell’altro detto, Chi va a letto senza cena, tutta notte si dimena, versione autentica”). Con questo procedimento egli intende connotare come popolari, umili, plebei sia la sua storia che i suoi personaggi, mantenendo però nel contempo un intenzionale distacco e straniamento, che non vuole farlo apparire superbo o altero, ma al contrario denotarlo come autentico deus ex machina e permettergli così di elargire alle sue creature, magari in modo paternalistico, quella compassione e quell’attaccamento che esse non trovano nell’altro Creatore, quello “inventato” dalle religioni. Il suo stile in tal modo diventa un ossimoro, un misto di alto e di basso, di colto e di popolare, quasi a voler rimarcare la superfluità di un unico e immodificabile metro narrativo, la noncuranza nella ricerca di una intima coerenza logica del racconto.
“La zattera di pietra” è un romanzo minore nella bibliografia di Saramago, ma forse mai come qui l’autore sembra divertirsi e voler sperimentare la sua propensione alla leggerezza favolistica. Ovviamente, Saramago non rinuncia alla riflessione, anzi è evidente la sua intenzione di fare della storia del distacco della penisola iberica dal continente e della sua deriva nell’Oceano Atlantico (è lei la “zattera di pietra” del titolo) una ambiziosa metafora sull’isolamento dei suoi connazionali nell’Europa e sulla loro vocazione atlantica. E’ fantapolitica, certo, ma nelle surreali vicissitudini di Portogallo e Spagna si possono leggere, se lo si vuole, considerazioni attualissime e molto precise da un punto di vista socio-politico (il tatticismo esasperato e opportunista dei vari governi, la caotica e disorganizzata reazione delle masse, le manifestazioni dei contestatori forestieri al grido di “anche noi siamo iberici”), a testimonianza di quanta scarsa coesione ci sia in quella che potrebbe in un futuro prossimo diventare una vera e propria confederazione di stati.
Se il popolo è in balia di forze (naturali e politiche) che non è in grado di comprendere e dominare, resta comunque nei singoli individui più di una risorsa. Ne “La zattera di pietra” Saramago è infatti più ottimista di quanto non lo sia mai stato: nonostante l’apocalittica trama (che suggerisce immagini da fine del mondo) e a dispetto della morte di Pedro Orce nel finale, lo scrittore portoghese esprime una totale, illimitata fiducia nell’umanità. Nel piccolo gruppo di personaggi “straordinari” (nel senso che sono dotati di misteriosi, inesplicabili poteri in qualche modo connessi alla rottura della penisola), che nel corso del loro viaggio si allarga sempre più fino a costituire una sorta di utopica comune fondata sull’amore, sulla fratellanza e sulla disponibilità incondizionata alla vita, Saramago immagina letteralmente degli uomini nuovi in grado di rifondare, al di là dei limiti dell’istituzione familiare tradizionale e nonostante le difficoltà poste dal retaggio di sentimenti come l’invidia, la gelosia e il desiderio esclusivo del possesso, l’intero genere umano. Non è un caso che dapprima le due donne della messianica congrega, e poi l’intera popolazione femminile in età fertile, rimangano, come per miracolo, simultaneamente incinte, in un catartico e prodigioso epilogo (c’è anche una bacchetta di legno che inopinatamente fiorisce) che fa venire in mente il realismo magico di Garcia Marquez. La penisola iberica (ormai ridotta definitivamente a isola) in navigazione sull’oceano (senza sapere fino alla fine dove approderà) diventa perciò una specie di novella Arca di Noè in fuga da un mondo in declino e ottusamente rinchiuso a difesa del proprio egoistico benessere, alla quale lo scrittore affida un fervente e appassionato messaggio di pace e di speranza da lasciare alle generazioni future.

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