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"Se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa" dichiara un giorno Pierre Anthon, tredici anni. Poi, come il barone rampante, sale su un albero vicino alla scuola. Per dimostrargli che sta sbagliando, i suoi compagni decidono di raccogliere cose che abbiano un significato. All'inizio si tratta di oggetti innocenti: una canna da pesca, un pallone, un paio di sandali, ma presto si fanno prendere la mano, si sfidano, si spingono più in là. Al sacrificio di un adorato criceto seguono un taglio di capelli, un certificato di adozione, la bara di un bambino. Richieste sempre più angosciose, rese vincolanti dalla legge del gruppo. È ancora la ricerca del senso della vita? O è una vendetta per aver dovuto sacrificare qualcosa a cui si teneva davvero? Abbandonati a se stessi, nella totale inesistenza degli adulti e delle loro leggi, gli adolescenti si trascinano a vicenda in un'escalation d'orrore.

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Niente 2016-08-09 18:34:46 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    09 Agosto, 2016
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La catasta del significato



Prima di scrivere due righe su questo romanzo, devo pensarci un po' su, devo cercare bene le parole, anzi, forse è il caso di dire che devo "ritrovare" le parole...sì perché dalla metà in poi, questo libro, le parole, me le ha tolte tutte.
Il romanzo inizia con un gruppo di adolescenti che, provocati da un loro coetaneo, improvvisamente illuminato da una dirompente filosofia nichilista, cercano di trovare "un senso", un significato alla vita...per dimostrare a lui, e a loro stessi, che non è vero che tutto è "niente" e che la vita è un' inutile pantomima in un palcoscenico fittizio.
E per farlo, iniziano una sorta di esperimento che, piano piano, sfugge di mano e si trasforma in un gioco macabro.
Cattiveria, violenza e atrocità gratuite in nome di un qualcosa che permetta di rimanere ancorati alla realtà, ma la ricerca di questo "senso della vita" porterà via via alla disumanizzazione e alla follia.
Forte il richiamo tra "la catasta del significato" realizzata dai ragazzini e il "Merzbau" dell'artista tedesco Kurt Schwitters.
Ma il "significato" nasce davvero dalla rinuncia, dal sacrificio e dal dolore?
Ma, soprattutto, il "significato" è qualcosa di vendibile al miglior offerente?
Questo quesito farà crollare tutto...e tutto risulterà essere stato inutile.
Questo libro trasuda filosofia da ogni parola, ma lo fa con una linearità ed una semplicità tali da non accorgerti che, per tutto il percorso di lettura, non hai fatto altro che cercare di darti delle risposte.
Romanzo forte, di grande impatto, facile da leggere, ma difficile da metabolizzare.
Consigliato.

"Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso, sia perdere che trovare. E perché sapevamo che cosa avevamo perduto, ma non eravamo ancora capaci di definire a parole quello che avevamo trovato."

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Niente 2014-06-02 13:39:19 Prudenza
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Opinione inserita da Prudenza    02 Giugno, 2014

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Letto in due giorni con l'avidità di cerca davvero un senso a quel 'Niente', tra le pagine concitate dell'autore. Fino alla prima metà del libro, pare possibile la lettura anche al mondo di un adolescente ma è nella seconda parte che, di quel mondo, si scoprono le atrocità di cui perfino un adolescente può rivelarsi complice e capace, in nome di un 'significato'. Significato intorno al quale ruota tutto lo scenario della storia dove cospirazione, sacrificio e maleficio conducono il lettore ad una verità tutt'altro che accettabile. I protagonisti invasati rielaborano il -diritto a dimostrare- attraverso una forma delirante di -dovere criminale-.

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Niente 2014-05-13 09:31:44 Donnie*Darko
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    13 Mag, 2014
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Apoteosi del niente

Un gruppo di ragazzini attraverso un gioco surreale e sempre più efferato cerca di dar senso alla propria esistenza, o meglio, dimostrare a un loro coetaneo autoesiliatosi su un albero che la vita vale la pena di essere vissuta appieno, che tutto ha un senso profondo nell'ottica di un mondo sicuramente crudele, ma dal quale si possono prendere le distanze.
A impressionare è il punto di vista scelto, ovvero quello infantile, in teoria non ancora intaccato da amarezze sfocianti nel cinismo e nell'insoddisfazione.
Da questi sentimenti tipicamente disillusi e adulti la Teller costruisce con stile asciutto ed amaro una perdita dell'innocenza che rimanda ad un'età matura, in cui la ferocia e il sopruso regnano incontrastate.
Un parallelismo generazionale coraggioso e discutibile quanto si vuole, ma efficace nel far collimare atteggiamenti ormai ascrivibili ad una società corrotta, matrigna di bimbi generati da quel malessere, pronti ad accogliere il seme del male scadendo nell'immoralità e nella crudeltà gratuita.
Un ottimo romanzo, tra l'altro oggetto di numerose critiche all'epoca dell'uscita soprattutto in Francia e Spagna. Tuttavia la violenza è più psicologica che altro, anche se i passaggi "forti" non mancano.

“Non c‘è niente che abbia un senso” disse. “È tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena fare niente. Lo vedo solo adesso”.
“Si va a scuola per trovare un lavoro, e si lavora per potersi riposare. Perché non riposarsi fin dall’inizio allora?”

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