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Yasmina Reza possiede un orecchio assoluto per «la musica degli uomini e delle donne», e il talento di riprodurla creando personaggi indimenticabili, di cui mette a nudo i lati comici non meno di quelli patetici. Senza sarcasmo, tiene a precisare lei stessa, ma con profonda empatia, poiché tutti sono minacciati dall'insignificanza e dalla malinconia, dallo sfacelo della vecchiaia e dal tempo, che incessantemente ci sottrae la memoria pur non riuscendo a cancellarla completamente. Ed è così anche in questo romanzo, che ci fa entrare nel cuore di una famiglia di origini ebraiche, i Popper, e più precisamente nei complessi, e non di rado conflittuali, legami fra tre fratelli: Jean, il narratore, «quello di mezzo», cresciuto all'ombra del maggiore, il Serge del titolo, un cialtrone bigger than life, inconcludente, superstizioso, scorbutico, scorrettissimo, fragile e seducente; infine Nana, la più piccola, moralista e petulante. E poi figli, nipoti, mariti, ex amanti, a formare un intreccio di voci corrosivo e scintillante. Le tensioni culmineranno in una resa dei conti che avverrà nel corso di una visita ad Auschwitz, tra orde di «gente in tenuta semibalneare, canottiere, sneakers colorate, pantaloncini, tutine, abitini a fiori».



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Serge 2022-04-18 07:53:17 68
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68 Opinione inserita da 68    18 Aprile, 2022
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Relazioni insondabili

Al centro di una famiglia vagamente ebraica, i tre fratelli Popper, Serge, Jean e Nana’, alla soglia dei sessant’anni, rivivono nelle parole e nel racconto di Jean il legame che lì ha caratterizzati, fragilmente esposti alla memoria di una gioventù condivisa e di un presente in cui poco hanno da spartire, in particolare da quando è mancata la figura materna che teneva in piedi la loro sgangherata baracca famigliare.
Jean, il fratello di mezzo, è pervaso dall’ idea di trattenere e vivere un rapporto logorato dal tempo, dai cambiamenti, da legami inconcepibili, da conflitti irrisolti, da incompatibilità caratteriali, riflettendo sull’ insensatezza del presente, sul significato della propria essenza, riproponendo immagini fluide del passato e l’ origine del proprio malcontento in questa parabola di cupa dissolvenza.
Di fatto la percezione del tempo è un fatto del tutto soggettivo che riguarda il proprio io più profondo, ma i tre fratelli resteranno sospesi in un tempo in cui nulla è cambiato e continueranno a sentirsi semplicemente i Popper.
Jean è il gregario, il senza personalità, Nana’ la cocca di mamma e papà, la smorfiosetta, Serge il primogenito, il condottiero, lo spericolato.
Da dove origina il loro senso di appartenenza, sono così evidenti le differenze caratteriali, privi di una storia famigliare di cui farsi carico, conservare e trasmettere, affetti da individualismo ed egocentrismo ( Serge ), imbrattati da una socialità tardiva ( Nana’ ) e da un senso di incompiutezza ( Jean )?
Ogni legame sembra sfaldato, un ebraismo di facciata poco profondo e includente, radici genitoriali dissolte nella malattia, storie personali frammentarie e fallimentari, singole ed esposte a un senso di lontananza, figli, nipoti, amici, amanti, semplice merce di scambio nel proprio contorto e controverso ambito relazionale.
E allora che cosa mantiene questo respiro di condivisione? In fondo i legami fraterni si sbilanciano e si disperdono finendo per non ridursi ad altro che …” a un sottile nastrino di sentimenti o di conformismo “...
Serge e Nana vivono un dissidio profondo, l’ altruismo dell’ una cozza contro l’ egoismo dell’ altro, neppure il viaggio nel dolore e nella memoria di Auschwitz riuscirà a riavvicinarli, ne’ i tentativi di riconciliazione da parte di Jean, ciascuno cercherà di trascinare il fratello dalla propria parte prima di allontanarsi definitivamente l’ uno dall’ altra.
Forse Jean, in questa suo essere così conciliante, e’ sospinto dal proprio senso di fallimento, dal sentirsi un orfano in simbiosi con le prime letture d’ infanzia, dal desiderio di essere benvoluto, di non essere solo al mondo anche senza figli, dalla paura di perdere Serge pur vergognandosi della sua imbecillità, dalla vana ricerca della natura primigenia di Nana’, invecchiando e sprofondato in una vena melodrammatica.
Ecco un fluire di accadimenti e di sentimenti all’ interno di una vita ingiusta o solamente diversa da come la si credeva, le separazioni non sono evidenti ne’ definitive, le relazioni semplicemente esistono, continuano, si assentano, ritornano, certi legami si autoalimentano.
Yasmina Reza, considerata uno dei principali drammaturghi contemporanei, si addentra in una dimensione temporale e relazionale in cui il tempo sembra assentarsi, scandito dalla voce dell’ interiorità. Con un linguaggio vivo, diretto, pulsante, a tratti sarcastico e un’ ambientazione scarnificata, espone i tormenti di vite che sembrano sfuggirsi e legarsi in un rapporto indecifrabile.
Alla fine che cosa conta realmente se non il fluire della vita stessa?

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