Solenoide Solenoide

Solenoide

Letteratura straniera

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Dentro una strana casa a forma di barca uno scrittore fallito consuma la vita creando pianeti nella propria testa, annotando sogni e incubi su un diario folle, vagando con la mente per una Bucarest allucinata, pulsatile, ectoplasmatica. Divenuto professore di romeno in una scuola di periferia, lavoro che detesta e ripudia, in quel tetro edificio conosce figure che diventano per lui punti di riferimento: un matematico che lo inizia ai segreti più reconditi della sua materia, gli adepti di una setta mistica che organizza manifestazioni contro la morte nei cimiteri della città e infine Irina, la donna di cui si innamora. In un delirio abbacinante di immagini assurde, lo scrittore tenta disperatamente di sfuggire alla tirannia dei nostri cinque sensi e di accedere a un’altra dimensione dell’esistenza. “Solenoide” è il capolavoro di Mircea Cărtărescu, l’opera monumentale che ingloba e fagocita tutte le precedenti, restituendoci la totalità del suo pensiero e l’eccezionalità della sua scrittura, la quale ricorda Kafka, Borges, Pynchon, Bolaño. C’è qui l’impronta di un visionario, un profeta che ci svela in tutta la sua evidenza la «cospirazione della normalità», la gabbia che il nostro cervello ha costruito per noi. Perché per Cărtărescu la realtà è un carcere e noi, come il protagonista di questo libro, abbiamo il dovere di evadere, di cercare, anche a rischio di impazzire, un’altra verità. “Solenoide”, è questa la sua grandezza, apre uno squarcio e illumina la via di fuga.



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Solenoide 2021-07-09 10:46:55 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    09 Luglio, 2021
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ACARI E DEI, CROCI, MEZZELUNE E RUOTE DENTATE

“Il delirio non è una scoria della realtà, ma è parte di essa, e a volte la sua parte più preziosa.”

“E all’improvviso […] mi ha colto un terrore che nemmeno nei miei sogni più spaventosi ho mai provato; non di morte, né di sofferenza, né di orribili malattie, né dello spegnimento dei soli; il terrore al pensiero che non capirò, che la mia vita non è stata sufficientemente lunga e la mia mente sufficientemente abile per capire. Che mi sono stati dati tutti gli indizi e non ho saputo leggerli. Che marcirò anch’io per niente, nei miei peccati e nella mia stupidaggine e nella mia ignoranza, mentre il fitto, intricato, pressante enigma del mondo perdurerà, limpido, naturale come il respiro, semplice come l’amore e che sfocerà nel nulla, immacolato e insoluto.”

In “Netocka Nezvanova”, un romanzo giovanile di Fedor Dostojevskij rimasto incompiuto, e perciò sconosciuto ai più, il patrigno della protagonista, Efimov, è un violinista di provincia dal grande, smisurato talento, ma, incapace com’è di applicarsi e di studiare come l’arte musicale richiederebbe, rimane inesorabilmente un dilettante, una promessa non mantenuta, un artistucolo il cui brillante futuro si sgonfia di fronte alla cruda legge della realtà, in cui la sregolatezza soffoca il genio e il fallimento uccide i sogni di gloria. Efimov, questo uomo “per sempre morto all’arte”, è uno dei tanti uomini del sottosuolo dostojevskijano, ma paradossalmente ha trovato un suo emulo contemporaneo nel narratore di “Solenoide”, il quale altri non è se non Cartarescu stesso, ma non il Cartarescu scrittore di fama, idolatrato da una folta e affezionata schiera di estimatori, bensì una sorta di suo doppio sfortunato il quale, nonostante la sua divorante passione per la poesia, semplicemente non ce l’ha fatta ad affermarsi ed è stato costretto a mettere le sue ambizioni artistiche in un cassetto e a guadagnarsi il pane svolgendo l’umile, routinario e malpagato mestiere di professore in una fatiscente scuola della periferia di Bucarest. Come il Borges de “Il giardino dei sentieri che si biforcano” o l’Auster di “4 3 2 1”, Cartarescu immagina che la presentazione a un reading letterario di un suo poema giovanile, nel quale riponeva enormi aspettative, si sia rivelata, a differenza di quanto effettivamente avvenuto nella sua biografia reale, un fiasco clamoroso e che questo trauma, e l’incapacità di superarlo, lo abbia fatto desistere dall’intraprendere la carriera di scrittore. Come una moneta lanciata in alto e caduta sul lato sbagliato, la sua esistenza ha preso perciò di colpo una piega differente, lasciando l’altra possibile vita (insieme alle infinite altre vite che non si sono realizzate, perché “sbatto ora le palpebre e la vita mi si ramifica, perché avrei potuto non battere gli occhi e allora sarei stato un altro, sempre più lontano da colui che li ha battuti, come le vie che si dipartono da un’angusta piazza”) una mera virtualità (ad un certo punto il narratore si diverte a immaginare il se stesso fallito che, in coda per farsi autografare la copia dell’ultimo libro pubblicato, incontra il “gemello” diventato uno scrittore affermato, in un paradosso che ricorda certi controintuitivi esperimenti della fisica quantistica, come quello, famoso, del gatto di Schroedinger).
Il narratore di “Solenoide” non rinuncia del tutto a scrivere, ma confina la sua passione di grafomane alla redazione di un anonimo manoscritto in cui registra scrupolosamente gli avvenimenti della sua vita, e soprattutto gli strani sogni che lo ossessionano fin dalla adolescenza. Addirittura egli arriva a giudicare in maniera estremamente negativa tutti quei romanzi che, celebrati da critici e lettori, affollano l’ideale museo della letteratura, i quali non fanno altro che dipingere sulle sue pareti, in trompe-l’oeil, porte ritratte meravigliosamente, con una minuziosità e un preziosismo ammirevoli, ma che in fin dei conti non si aprono da nessuna parte, e che quindi “eludono l’unica ragione di essere che la scrittura abbia mai avuto: quella di comprendere te stesso fino in fondo”. “Un libro, perché significhi qualcosa – sostiene Cartarescu –, deve indicare una direzione […], deve essere un segnale […], deve richiedere una risposta”, ed è per questo che gli unici testi che andrebbero letti sono quelli non artistici e non letterari, “quelli che i loro autori hanno avuto la follia di scrivere, ma che sono scaturiti dalla loro demenza, tristezza e disperazione come delle sorgenti di acqua viva” e “che hanno scritto su ogni pagina l’unica parola che conta: io”. I libri devono essere messaggi, vangeli, piani di fuga per evadere da quella ripugnante e desolata prigione che è il nostro mondo, ma questi libri i professionisti interessati solo a festival, premi, autografi e interviste, e alla perenne ricerca di un posto d’onore nella storia della letteratura, non sono in grado di scriverli.
Ora, tralasciando il fatto che Cartarescu, autore – non dimentichiamolo – in odore di Nobel, possa sinceramente invidiare il destino di un suo doppio fallito, che è un po’ come se un miliardario rimpiangesse la vita libera e senza preoccupazioni di un nullatenente, è assai interessante soffermarsi sulla filosofia che sta dietro le pagine di “Solenoide”. La posizione di Cartarescu si potrebbe definire, con qualche approssimazione, esistenzialista. Il mondo è spaventoso, crudele e senza significato, “ci schiaccia osso dopo osso nel suo abbraccio”, e l’uomo, nella sua breve esistenza, sperimenta la disperazione più profonda, quella di essere solo e impotente, sostanzialmente privo di libero arbitrio, “rinchiuso nella goccia d’ambra del suo destino”, come in una tomba in cui è condannato a marcire da vivo, sconvolto dal terrore (“La realtà è soltanto paura allo stato puro, paura rappresa. Vivo nella paura, respiro paura, deglutisco paura, verrò seppellito nella paura”), L’uomo, o perlomeno colui che è in qualche modo un eletto, un predestinato (e “Solenoide” è pieno di queste persone, da Charles Howard Hinton, il creatore del tesseratto, un ipercubo quadridimensionale, a Nicolae Minovici, che disegnava le visioni avute durante le sue sedute di impiccagione controllata, da Nicolas Vaschide, l’onirista, lo studioso dei sogni, a Nikola Tesla, un cui discepolo dissemina di solenoidi, in corrispondenza di misteriosi nodi di energia, il sottosuolo di Bucarest), intuisce però che la realtà non si esaurisce in ciò che è percepito dai suoi sensi limitati, che c’è qualcos’altro, un oltre enigmatico e inconcepibile verso cui tendere, se solo fosse in grado di riconoscere i segni, interpretare le chiavi, decifrare le croci, gli asterischi e le ruote dentate di cui è composto quel gigantesco crittogramma che è la sua esistenza. Come una figura che vive in un foglio bidimensionale non può oltrepassare i suoi margini se non capisce che l’unica uscita è perpendicolare al foglio, nell’inconcepibile terza dimensione, così noi che viviamo nella terza dimensione dovremmo cercare di intuire e di trovare la pagina cubica in cui è scolpita la realtà superiore, e così respirare l’aria pura che ci permette di non morire soffocati nell’angusta cella della nostra vita così sconsolatamente limitata. La vita è perciò come un gioco di abilità, un test di perspicacia, un puzzle a due facce di cui non conosciamo la figura complessiva, un complicatissimo cubo di Rubik da ricomporre con tutte le facce dello stesso colore, e il romanzo stesso diventa quel gioco, quel test, col protagonista che, scavando nel suo passato così come nel suo inconscio, e sceverando i segni fatidici dalle mere coincidenze, tenta di dare una spiegazione a tutte quelle anomalie (bizzarre levitazioni, visite notturne di personaggi misteriosi, sogni stranissimi eppure di una concretezza straordinaria) di cui è costellata la sua esistenza. Al pari del narratore, il lettore stesso è chiamato, come se si trattasse di un giallo metafisico, a riconoscere i segnali, gli enigmi, le allegorie sparsi nelle mille pagine del libro per cercare di addivenire, come se avesse davanti agli occhi un autostereogramma, alla visione fatale della quarta dimensione.
Cos’è, venendo al dunque, la quarta dimensione per Cartarescu? Ricordo che un giorno mi imbattei in un’opera di C.S. Lewis (“Il cristianesimo così com’è”), in cui Dio era paragonato a uno scrittore che vive fuori dal tempo interno del racconto (quello per cui un personaggio deve lasciarsi alle spalle A prima di arrivare a B e non può raggiungere C senza abbandonare B) e che può pertanto contenere in un unico pensiero tutta la storia dei suoi personaggi, dall’inizio alla fine. Analogamente, gli abitanti (dei, angeli, demoni?) di un mondo a quattro dimensioni sapranno sempre su quale lato, testa o croce, cade la moneta nel nostro mondo, e conosceranno il futuro altrettanto bene che il passato. Di fronte a loro, inattingibili e inafferrabili, noi siamo come degli acari che scavano inconsapevolmente delle gallerie nella loro pelle, ignorando del tutto quali possano essere i loro trascendenti pensieri e i loro straordinari poteri, così come un acaro che vive nella mia epidermide non riuscirà mai a raggiungere la profondità delle mie percezioni e dei miei ragionamenti logici. A un certo punto del romanzo, Cartarescu porta alle estreme conseguenze la sua fantasmagorica metafisica, immaginando, con un vertiginoso sforzo mentale che sembra avere più a che fare con gli effetti visionari di un trip allucinogeno che con le ponderate elucubrazioni di una dissertazione filosofica, la presenza di più universi, di più dimensioni, di più spire, differenti per dimensione, ordini e livelli di complessità, ma tutti ugualmente permeabili tra loro, se solo ci si sforza di non accontentarsi del proprio mondo, della propria contingente realtà, ma si cerca di interpretare ed accogliere i segnali provenienti dal misterioso aldilà. Se un foglio di carta, piegato cinquanta volte, può arrivare fino alla luna, è allora ipotizzabile che non solo vi sia una divinità nei cui confronti siamo come degli acari, ma che a sua volta questa divinità sia senza saperlo su un vetrino tenuto fra le dita di un dio ancora più elevato, e così all’infinito. In una pagina geniale che non teme di apparire blasfema, Cartarescu immagina addirittura una sorta di bizzarra transustanziazione, di grottesca incarnazione, in cui il narratore viene inviato dal bibliotecario-demiurgo Palamar a diffondere, in una colonia di acari da quest’ultimo allevati sulla propria epidermide e lui stesso trasformato in acaro, un paradossale messaggio di salvezza, in uno spericolato parallelo zoomorfo con la vicenda raccontata dai Vangeli.
Affrontando il romanzo di Cartarescu, il lettore deve sospendere spesso e volentieri l’incredulità. “Solenoide” è infatti un’opera che introduce nel suo impianto sostanzialmente realistico, similmente a un autore come Murakami, massicce dosi di fantastico. Ho già accennato alle levitazioni e ai visitatori notturni, ma in “Solenoide” c’è molto di più: un’enorme statua in bronzo che prende vita come un moderno golem, sorveglianti di un sanatorio per bambini tubercolotici che si rivelano essere degli automi, cortocircuiti temporali (la moglie del narratore che, attraverso la fessura di una finestra, guarda inopinatamente negli occhi lo stesso narratore bambino, e questi si ricorda di come moltissimi anni prima, dall’altra parte di questa finestra, aveva visto la donna che un giorno sarebbe diventata la sua compagna), fino ad arrivare alla scena miyazakiana della città di Bucarest che, sospinta dai solenoidi, si solleva dalla terraferma e inizia a galleggiare nell’aria. Il surrealismo allucinatorio di Cartarescu, influenzato dai meccanismi psichici dell’attività onirica (fondamentale nell’economia del romanzo, al punto che lunghe pagine sono dedicate alla descrizione dei sogni del protagonista), mi ha ricordato molto un pittore come Salvador Dalì (penso a dipinti come il “Sogno causato dal volo di un’ape” o a “La tentazione di Sant’Antonio”, tra l’altro citato espressamente nel testo), ma anche uno scrittore come Kafka (che, tra l’altro, annotava meticolosamente i suoi sogni nei diari), soprattutto in quelle pagine in cui la casa a forma di nave in cui vive il protagonista (come il palazzo imperiale di “Un messaggio dell’imperatore”) pare a volte essere sconfinata, ed egli vi si aggira per ore, percorrendo chilometri di corridoi, attraversando infinite stanze, ritrovandosi in saloni non solo sconosciuti ma anche lontani nel tempo e nel ricordo, prima di giungere alla propria camera da letto. Sono immersioni vertiginose nei meandri labirintici della propria psiche e del proprio inconscio, come quando il narratore bambino, una notte, trovando l’ascensore guasto, scende per ore le scale dell’edificio in cui vive con la famiglia, senza riuscire a trovare l’uscita ed entrando invece in un mondo fantastico pieno di caverne misteriose e creature inquietanti. “L’intera mia vita è onirica”, afferma Cartarescu, e con questo intende non tanto, o non solo, che tutto accade in sogno, ma che i sogni e le altre manifestazioni dell’inconscio penetrano all’interno del mondo diurno fino a determinarlo e a diventare parti essenziali, insopprimibili, di esso, così come l’infanzia influenza profondamente l’età adulta e più in generale l’interiorità, lo spirito condizionano la realtà fino a farla identificare con essi (Cartarescu si definisce un “agrimensore e cartografo, esploratore delle protuberanze e dei sotterranei, delle botole e delle carceri della mia mente”). Alla luce di quanto detto, il lettore deve aspettarsi letteralmente di tutto, a partire dall’ambientazione stessa, una Bucarest indimenticabile, nel bene e nel male, e che, così come il protagonista è un doppio virtuale dell’autore, sembra essere una copia fantasmatica della reale capitale romena, definita da Cartarescu come la città “più triste del mondo”, progettata e costruita fin dal principio come una città già in rovina (“questo oceano di tetti bizzarri e di figurine di gesso sbeccate, di muri ciechi e di lucernai con i vetri rotti”), ma al tempo stesso – paradossalmente – l’unica davvero autentica. Bucarest è “un grande museo a cielo aperto, museo della malinconia e del decadimento di ogni cosa”, ma lo scrittore non si stanca mai di descriverla con un affetto che traspare da ogni riga.
Non so se la mia lettura sarà condivisa da tutti, ma a me “Solenoide”, tra le innumerevoli interpretazioni che gli si possono affibbiare, è parso anche una intelligente metafora del comunismo, con l’evasione dal nostro mondo verso la quarta dimensione che diventa la fuga dal regime di Ceausescu alla volta di un Occidente enigmatico e incomprensibile, ma incontestabilmente più libero e democratico (non è un caso che le vicende del romanzo si collochino nei premi anni ’80). Lascio a chi leggerà queste righe la confutazione della mia ipotesi, fatto sta che la decisione finale del protagonista, ovverossia la scelta dell’amore terreno per la propria famiglia e per i propri simili (e quindi, parlando fuor di metafora, del proprio paese, della propria terra) a scapito di una conoscenza superiore e di una verità trascendente a lungo agognate (l’esilio), collima con la biografia dell’autore, come se, in una sorta di tardiva resipiscenza, di posticcio happy end, egli avesse deciso di riunire le traiettorie divergenti dei suoi antitetici io, come binari di un treno che dapprima si allargano e si allontanano per poi invertire la direzione e rincontrarsi definitivamente. Finale a parte, non nego che qualche perplessità “Solenoide” me l’ha lasciata. Partendo, come già accennato in apertura, da una posizione esistenzialista (il mondo è orribile e senza senso, e la fuga da esso, come la rivolta di Camus, è l’unica strada praticabile per strappare un significato all’assurdità della condizione umana), e passando attraverso il nichilismo del connazionale Cioran (il “mistico senza Dio” che sostiene che l’uomo è sì consapevole di essere libero ma al tempo stesso è prigioniero nell’angusta cella dell’universo, e può salvarsi solo in forza di se stesso, attraverso la disperata negazione del valore positivo del mondo), Cartarescu approda alla fine a uno gnosticismo (la fuga dal mondo materiale per abbracciare una realtà superiore, trascendente, spirituale) che assomiglia molto più a Gurdjieff (la sua “quarta via” richiama inevitabilmente la quarta dimensione di “Solenoide”) o a Madame Blavatsky, se non addirittura all’esoterismo o alla new age, che a Sartre o a Cioran. Del resto Cartarescu osa consapevolmente il kitsch più deteriore (penso alla setta dei manifestanti, che protestano davanti a cimiteri, ospedali e obitori contro la morte e la sofferenza, contro il destino e la tirannia della caducità, con cartelli su cui sono scritti slogan tipo “Boicottate l’agonia!”, “Abbasso la leucemia!”, “Stop agli ictus!”), ma va comunque apprezzato per il suo inesausto tentativo, durato quasi mille pagine, di “esprimere l’inesprimibile, percepire l’impercettibile, intuire ciò che non è intuitivo”, pur conscio che ci vorrebbe un numero molto superiore di sensi, al di là dei cinque, modesti e limitati, a disposizione dell’uomo per riuscirci.
Cos’è quindi, alla fine dei conti, “Solenoide”? Parlare di “romanzo-mondo” appare quasi riduttivo, tanto grandi sono i territori che, forse avventatamente, pretende di esplorare, non sempre riuscendo a tenerli insieme in una struttura omogenea e coesa. Forse sarebbe più facile provare a dire cosa “Solenoide” non è. Usando le parole stesse di Cartarescu, le storie di “Solenoide” “non sono romanzo e nemmeno poema, poiché esse non sono finzione (o non del tutto), né studio oggettivo, dal momento che molte delle mie vicende sono singolarità che non si lasciano riprodurre nemmeno nei laboratori della mia mente. […] Le storie del mio resoconto saranno fantomatiche e trasparenti, ma sono così i mondi in cui viviamo simultaneamente”. Indipendentemente da ogni definizione, “Solenoide” è un libro scritto meravigliosamente bene, e di fronte a tale sfoggio quasi esagerato di bravura il lettore non può che rimanere abbagliato, irrimediabilmente conquistato da uno stile sintatticamente ricco e variegato, lessicalmente prezioso e ricercato, barocco senza mai essere ridondante, immaginifico ma sempre con un occhio alla realtà, complesso senza mai essere arzigogolato, sempre pienamente comprensibile anche nelle sue pagine più astruse. Ritengo che pochi scrittori al mondo sarebbero in grado di definire il battito delle palpebre come “una brezza petaloidea”, o le minuscole finestre di una casa come “simili ai pori di una friabile madrepora”, o ancora i ricordi dell’infanzia e gli altri reperti di un’intera vita che il narratore colleziona compulsivamente come “quisquilie eterotopiche”, per fare solo alcuni esempi pescati tra innumerevoli altri. Del resto, Cartarescu è straordinariamente abile a scrivere pagine memorabili anche su avvenimenti semplici o addirittura prosaici, come le abluzioni in una vasca da bagno o perfino l’atto quotidiano della minzione. Se il tono dell’opera è profondo ed elevato, non mancano però le pagine argute e spiritose, normalmente riservate alla vita scolastica del protagonista, come il premio scolastico dell’ateo migliore, per aggiudicarsi il quale gli studenti si prodigano in una gara di sputi per colpire l’icona sacra della professoressa Radulescu, oppure la tragicomica raccolta obbligatoria da parte degli studenti di bottiglie vuote e di cartastraccia. In un romanzo dalla innegabile impronta autobiografica (soprattutto nelle pagine dei ricordi dell’infanzia del protagonista), a sorprendere di più sono però le geniali metafore che Cartarescu dissemina con doviziosa generosità. Cartarescu ad esempio paragona l’umanità, che produce indefessamente e incurante della propria caducità le poesie e i quadri, i monumenti e le chiese, le idee e gli ideali destinati a sopravviverle, a una chiocciola, verme molle e appiccicoso, la quale secerne con fatica, trasformando la bava in madreperla, la meraviglia geometrica della sua conchiglia a spirale, “icona immortale nel mondo platonico della mente”. E, qualche pagina dopo, definisce coloro che sognano come dei pescatori di perle, che scendono nottetempo nelle acque profonde della mente e riemergono, quasi asfissiati, stringendo tra le dita (ma più spesso tornando a mani vuote, perché i sogni si sono dissolti al risveglio) le perle preziose costituite dai “piccoli frammenti della nostra interiorità vellutata”. Parlando di metafore mi viene giocoforza in mente il nome di Marcel Proust, uno scrittore che maneggiava queste figure retoriche in maniera altrettanto sapiente. Il paragone con l’autore francese non è del tutto peregrino, perché sia Proust che Cartarescu cercano nelle loro opere, ostinatamente, di recuperare il tempo perduto dell’infanzia. Se però il tentativo di Proust è destinato al successo e il miracolo della resurrezione del passato riesce epifanicamente a realizzarsi, per Cartarescu i dentini da latte, le treccine infantili, le foto in bianco e nero di quando era piccolo che il narratore conserva in una scatola come il lascito prezioso di un’epoca d’oro non si trasformano mai nelle madeleine e nelle irregolarità del macadam della “Recherche” e rimangono inesorabilmente “prigionieri di una bolla d’aria fatta del cristallo enigmatico del ricordo”, prove semmai dell’irrealtà del tempo, segni tangibili di un “universo privo di confini e privo di senso”. Anziché il recupero del tempo perduto, assistiamo qui a un’allucinante moltiplicazione, per nulla confortante, del passato, con la inquietante coesistenza di tutti quei miliardi di io, ognuno più giovane dell’altro di qualche secondo, che il narratore, crescendo, si è lasciato dietro come la muta di un insetto e che nel finale egli addirittura vede, come in un allucinante film in 3D, stesi, uno accanto all’altro, sui tavoli dell’obitorio. I ricordi sono solo proiezioni illusorie delle ombre del passato nel nostro cervello, ma non sono in grado di farci riconoscere alcunché. Eppure, nonostante la chimerica fallacia della letteratura, di cui parlavo all’inizio di questa recensione (“la letteratura è un museo chiuso ermeticamente, un museo delle porte illusorie, […] una macchina che produce dapprima felicità, poi delusione”), e l’impotenza dello scrittore a riportare in vita il passato, a essermi rimasta alla fine maggiormente impressa, gemma minuscola e quasi invisibile all’interno di un libro ciclopico, è proprio una breve pagina che descrive la meraviglia provata dal narratore bambino al cospetto del suo primo libro: “Il mio mondo sparisce e, come negli alambicchi contorti del sogno, appare all’improvviso un altro mondo, un altro spazio visivo e mentale, nel quale mi dissolvo con uno stupore solenne. […] Leggevo, sull’altalena verde, questa prima pagina di un grande libro, bianco, e non riuscivo a credere, non che qualcuno l’avesse potuto scrivere, ma che io fossi capace di riceverlo, di decifrarlo, di trasporlo dalla logica di un’altra mente alla logica della mia mente, che rivestissi il suo scheletro con articolazioni fini e simmetriche, con ossa agili del testo con la carnagione della mia stessa vita, dei miei diretti ricordi. […] Un uomo morto da tanto aveva impiantato, nel mio cervello, un innesto, uno spicchio del suo cervello. […] L’autore era il lettore, il lettore era l’autore, come alle due estremità di un ponte su cui circolano le allucinazioni. Ero in lui, e lui, benché morto da tanto, viveva in me.” Una magia che tutti coloro che sono amanti dei libri, devoti sacerdoti di quella strana, totalizzante, e per molti incomprensibile, religione che è la lettura, avranno sicuramente riconosciuta, avendola sperimentata in maniera altrettanto stupefacente, in un tempo ormai lontano ma indelebilmente impresso per sempre, come un marchio di ferro rovente, nella propria memoria.

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