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Quando Mel, a diciassette anni, si convince di essere un uovo, gli psichiatri non scommetterebbero un centesimo sul suo futuro. Decretano 'psicosi maniaco-depressiva' e prescrivono montagne di farmaci. Eppure Mel riesce a sposare Elvira, vulcano di vitalità e progetti, a diventare un insegnante geniale e amatissimo, a crescere due figlie con personalità spiccate, a coltivare fiori magnifici nel suo giardino. Consuma scarpe passeggiando all'infinito, organizza gare sui trampoli al chiaro di luna, accoglie con un sonoro buongiorno gli studenti davanti a scuola il mattino. Mel sente forte il richiamo della vita e della scoperta, ma la depressione lo insidia con la sua rete vischiosa di silenzio; alla fine riesce a catturarlo e a fargli credere di aver sbagliato tutto. La figlia Miriam, narrando la sua storia come avrebbe potuto raccontarla lui, con la comicità stralunata di un uomo dolcissimo e smarrito, ci dimostra che non è così.



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Swing low 2021-03-25 07:52:33 68
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68 Opinione inserita da 68    25 Marzo, 2021
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Nel tunnel della vita

“ Nella buia casa della depressione non ci sono finestre da cui vedere gli altri, solo specchi ”.

La depressione, termine inadeguato per definire la disperazione profonda, si è impadronita di Mel, una cupa e desolata immagine senza volto ne indirizza la vita, una metodica follia nei suoi giorni, normalità apparente intervallata da ricoveri, farmaci e silenzio la sua tecnica di autodifesa, fino a un ultimo disperato atto definitivo.
Questo diario-memoriale di Miriam Toews è un omaggio all’ amato padre, suicida dopo una lunga convivenza con la malattia mentale, un suicidio che ha lasciato alla famiglia molti dubbi.
Miriam scrive per fare chiarezza, riavere suo padre, continuare quello che lui aveva già’ annotato,
parole, pensieri, appunti, ricordi, una vita vissuta tra gli amati banchi di scuola, il suo vero mondo, dove dava tutto se’ stesso.
Nel privato una famiglia allargata dopo la nascita delle due figlie, una moglie costretta a scegliere tra libertà e follia, una madre che ha sempre negato il proprio rapporto con l’alcool, una comunità ( mennonita ) rigida e intransigente, la chiesa e la preghiera a cui affidare la propria fede, lunghe camminate e misteriosi silenzi, interminabili scritti, un’ alternanza di luce e di buio, quel cortocircuito mentale che puntualmente ritorna ( il disturbo maniaco-depressivo diagnosticato a soli 17 anni quando Mel aveva creduto di essere un uovo ).
Una vita fatta di lavoro, chiesa e famiglia, che Mel ritiene essere un fallimento totale, corpo e mente completamente scissi, una vita che avrebbe potuto essere altro. Si è così soli quando si convive con un senso di “ morte “ imminente, l’ autostima affossata da uno sguardo truce e dal pregiudizio ( i rapporti difficili con una madre fredda e accusatoria, un fratello omaggiato da sempre ), di certo la socialità impone delle rinunce e fa sentire Mel inadeguato, preoccupato per il futuro, immobilizzato nel presente, in un rimuginio di immagini e suoni remoti.
Da anni vive e sopravvive di una normalità apparente, l’essere buono come scopo primario, la lettura per sentirsi meno solo, lunghe camminate estenuanti, credendo nella potere delle parole e della scrittura.
La “ normalità “ prevede comportamenti standardizzati, un cammino fatto di piccole cose, affetti, solitudine condivisa, amore. L’origine sconosciuta del proprio dolore origina dalla costruzione di se’, un bambino che pensava di essere in grado di gestire la tristezza silenziosa di un padre e l’ alcolismo di una madre nel profumo di un’affettività negata, nel senso svuotato dell’ esistere.
Eppure Mel riuscì nell’ impossibile, una vita ordinaria con un risultato straordinario, fece ciò che dicevano non avrebbe mai fatto, si sposò e insegnò per quarant’anni, visse momenti di serenità.
Quanto la realtà lo ha indirizzato, quale l’ origine della sua malattia, e il senso corrisposto della sua profondità, è mai stato realmente apprezzato?
Un uomo vissuto di paradossi, amante delle parole senza riuscire a parlare, spesso ...” non parlava e basta “... , che non si è mai sentito a casa e avrebbe voluto costruire il ricordo di una casa felice, intrappolato in una terra di nessuno, prigioniero di se’ stesso, paralizzato tra passato e futuro.
Potremmo considerarlo un buon marito e un buon padre o solo un ottimo insegnante? E quanto la malattia diviene il respiro dei suoi giorni, alimentandosi della pazienza altrui, costruendo il possibile, un microcosmo di precarietà, una doppia personalità che possa indurre all’ottimismo o solo una menzogna in attesa di altro?
Di certo la sofferenza appare e traspare nella sua lucida “ follia “, in riflessioni e pensieri quantomai profondi, in una fragilità esposta, nelle toccanti parole di Miriam che ha condensato i suoi scritti in un continuum che ne svela il volto più vero.
Il suo lascito è per noi lettori quantomai benefico e rigenerante , ne mostra l’ autenticità, anche nella disperazione, un uomo colto e sensibile, amabile e raffinato, quelle stesse parole che in lui esprimono continuamente la paura di essere, diverso, inadeguato, superfluo, malato.
E dopo una lunga vita siffatta, quando i giorni si svuotano dell’ unico senso, è troppo tardi....

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